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Se l’A31 è la risposta, qual era la domanda? La Valdastico Nord NON si farà

Se l’A31 è la risposta, qual era la domanda? La Valdastico Nord NON si farà

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La disamina tecnica delle ragioni per cui l’autostrada A31 della Val d’Astico (tratto Nord) è inopportuna la trovate nel numero di settembre di QuestoTrentino (“disastro ambientale, buco economico perenne, abbandono della ferrovia: tutto a favore di una lobby veneta pluri-inquisita. Che senso ha?”) e la potete anche ricavare dall’utilissimo e civile dibattito a commento di Cos’è la Valdastico? (Huffington Post, 1 settembre 2015), che offre una panoramica delle ragioni degli uni e degli altri.

A me interessa l’aspetto squisitamente psicologico-antropologico della questione.

Qualcuno ha lamentato l’apatia, il fatalismo con cui i trentini stanno ponendosi nei confronti del rilancio dell’autostrada della Val d’Astico/Valdastico.

La causa di questa passività risiede sia nell’enormità delle crisi incrociate e planetarie che tendono a miniaturizzare lo status di questo problema, sia nella tenacia con cui si persegue la crociata per un modello di sviluppo che è già fallito.

È in atto un’intensa campagna pubblicitaria tesa a persuadere i trentini che l’acquisto di questo prodotto li renderà audaci, innovativi, al passo coi tempi e riempirà un vuoto di cui non si erano ancora accorti, rimedierà a un difetto passato sotto silenzio.

Paradossalmente, uno degli atti più conformisti che si possano immaginare, almeno in Italia (“meno binario, più gomma”), viene presentato come un lodevole moto di ribellione contro il sistema e una “libera” scelta ultra-vantaggiosa, sebbene lo stesso ministro Delrio abbia ribadito che: “La scelta di fondo del governo italiano è diventare un paese dove le merci viaggiano attraverso ferrovia” (Valdastico, Delrio: “Ben avviati i lavori con Trento”, Trentino, 31 agosto 2015).

Mentre in molti casi chi scrive è favorevole alle grandi opere – e ai giochi olimpici, ai mondiali, agli expo (anche se vanno ripensati post-consumisticamente: moda etica, consumo critico, ecc.) – nel caso della A31 l’evidenza contraria mi appare così lampante e copiosa che mi stupisco che di generazione in generazione la “bestia” possa risollevare il capo ogni volta, costringendo i suoi avversari ad abbatterla nuovamente.

Perché ciò accade?

Sconsacrata l’ecosfera, tutto viene mercificato ed è passibile di baratto agli occhi di una certa imprenditoria ultramiope convinta che la sua ottica microscopica, auto-referenziata, social-darwinista e fondamentalmente parassitaria (ossia autolesionistica), sia in realtà una visione ampia e a lungo termine, proattiva e nell’interesse di tutti.

Questo, a mio avviso, è il nodo fondamentale.

I fautori del completamento della A31 sono saldamente aggrappati alla credenza che la loro mappa sia il territorio, ossia che la loro posizione sia anti-ideologica e ragionevole e che pregiudizi, emotività, sentimentalismi ed estremismi militino nell’opposto schieramento.

Sono abbacinati dalla prospettiva di lauti benefici economici (comprensibile, ma c’è un limite a tutto, o ci dovrebbe essere), dal determinismo tecnologico, da una scarsa comprensione degli aspetti ecologici e socio-economici, da relativismo morale e opportunismo, da una considerevole dose di arroganza utilitaristica, dalla deliberata esclusione di prospettive alternative e, quindi, da insincerità nei propri stessi confronti.

Ora, la misura della maturità civica di una comunità è data dalla sua capacità di coltivare un atteggiamento di discernimento critico verso le profferte dei poteri forti.

La fiducia innocente di un consenso non-informato o malinformato è un atto di fede, ossia un atteggiamento ideologico, caratteristico dell’indole di chi rimette il suo giudizio a qualche autorità esterna, non sentendosi in grado di apprendere e vagliare con la propria testa.

Questa mentalità è incompatibile con lo spirito della democrazia e letale per la democrazia deliberativa e la democrazia diretta.

Reputo che il Trentino abbia raggiunto la soglia minima di maturità civica e prevedo comunque che, qualora così non fosse (e non lo si può escludere), dinamiche globali molto più poderose delle beghe tra “padanismo” e “trentinità” porteranno all’abbandono definitivo del progetto.

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

2 comments

  1. Molto interessante e in special modo nella questione libertà di scelta
    Brao

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