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CRITICITÀ LUGLIO 2015 -> 2020 E OLTRE (demo di report mensile)
Binocular stairs by Angelo Amboldi (CC BY-ND 2.0)

CRITICITÀ LUGLIO 2015 -> 2020 E OLTRE (demo di report mensile)

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scaricabile gratuitamente da Lulu.com

1. ANTICIPAZIONI IN PILLOLE

Borsa di Shanghai (2015), scismogenesi tra nordisti e sudisti negli USA (2016), presidenziali francesi di portata epocale (2017).

2. MICROSCOPIO – CRITICITÀ DI BREVE-MEDIO PERIODO

IL NO GRECO – Il futuro dell’eurozona

UCRAINA – Mamma e papà non divorzieranno

3. BINOCOLO – SCENARI ANTICIPATORI DI MEDIO-LUNGO PERIODO

ISIS – Una repentina estinzione della rivoluzione controrivoluzionaria?

L’UNIONE FRANCO-TEDESCA – L’Europa a cerchi concentrici

4. TELESCOPIO – MACROTENDENZE GLOBALI NEL LUNGO PERIODO

Questo è un modello-prototipo-demo di una relazione mensile di social forecasting (servizi di anticipazione) e business intelligence curata da -skopìa per l’elaborazione di strategie d’impresa e gestione della complessità in un’epoca di sovrabbondanza di dati e di estrema incertezza e volatilità dei mercati globali, delle relazioni internazionali, delle condizioni climatico-ambientali.
La prossima relazione (in inglese) sarà anch’essa gratuita. Quelle successive saranno a pagamento.

Inizialmente i report si concentreranno sulle seguenti aree geografiche: l’Europa (compresa la Russia), il Nord America, il Nord Africa, il Sudafrica, la Penisola Arabica e l’Estremo Oriente. Sono i principali mercati di riferimento (maturi ed emergenti) del Triveneto.

Questi report cercano di attenersi ai “comandamenti“ del buon “futurologo”:

  1. Non scambierai dettagli poco importanti e temporanei per elementi strutturali di un cambiamento permanente;
  2. Ti sforzerai di discernere accuratamente il presente per capire il futuro;
  3. Darai maggior peso alle azioni dei decisori e ai risultati, piuttosto che alle parole e promesse;
  4. Non cercherai mai di dimostrare di aver avuto ragione, quando hai avuto torto;
  5. Attingerai da una pluralità di fonti, alcune delle quali inconciliabili tra loro, perché il futuro è un puzzle da comporre;
  6. Non cercherai di venire incontro alle attese dei clienti o di sorprenderli per il gusto di farlo. Dirai quel che reputi vada detto;
  7. Non sottovaluterai la forza della tradizione, della ritualità, delle abitudini cristallizzate, né quella delle trasformazioni epocali, quando i tempi sono maturi;
  8. Non sovraccaricherai i lettori con troppi dettagli e punti di vista, ma non spaccerai per concisione quella che è negligenza.

1. ANTICIPAZIONI IN PILLOLE

CINA 2015-2016 – borse ballerine, dedollarizzazione e gemellaggi tra orsi bruni e panda

1. Il listino di Shanghai ha perso decine di punti percentuali dal 12 giugno in poi, dopo una folle crescita del 150% in un anno. L’estrema volatilità dei mercati ricorda quella dell’inizio del 2007, preludio alla crisi americana dei sub-prime, e quella del 2001, anno in cui la crisi fu stroncata sul nascere dall’attacco dell’11 settembre (Shanghai China Stocks Sink: Déjà vu 2001 & 2007…All Over Again, Market Oracle, 21 giugno 2015). Le bolle finanziarie si sono nuovamente moltiplicate e nessuna lezione è stata appresa. Un nuovo collasso dei mercati incombe sulla finanza e sull’economia globale. L’impatto sarà particolarmente catastrofico in quei mercati immobiliari (Australia, Nuova Zelanda, Hawaii, San Francisco e Vancouver, East Coast, Londra) in cui gli investitori cinesi hanno generato bolle gigantesche.

2. La Cina sta preparando l’offensiva finale contro il dollaro, tramite impressionanti acquisti di oro fisico (“Con il proprio oro Russia e Cina distruggeranno il dollaro”, Sputnik News, 17 giugno 2015). L’obiettivo non è quello di imporre un nuovo sistema aureo sui mercati globali, come suggerito da alcuni analisti (Chinese Gold Standard Would Need a Rate 50 Times Bullion’s Price, Bloomberg, 20 maggio 2015).

Degni eredi di Sun Tsu, gli strateghi cinesi stanno per assumere il controllo del dollaro in modo da evitare al mondo un possibile scontro armato tra le due superpotenze e avviare la fase finale della transizione verso il nuovo ordine multipolare, in cui vincoli, norme ed equilibri saranno concordati in modo tale da impedire ad una qualunque nazione di imporre il suo modello di sviluppo come “consenso globale”. Alla fine di questa operazione Washington sarà costretta a scegliere tra sacrificare la sua base industriale, sacrificare il ruolo di riserva valutaria globale del dollaro, oppure negoziare ogni grande manovra finanziaria con Pechino. Sono tutte opzioni sgradevoli, perché castreranno la potenza statunitense (The Real Reason China Is Buying Up The World’s Gold, Seeking Alpha, 13 maggio 2015).

3. Grazie alla mediazione dell’Ufficio per la promozione e internazionalizzazione della Provincia Autonoma di Trento, la regione dello Sichuan ha proposto al Trentino un gemellaggio incentrato sull’agricoltura avanzata, la ricerca e sviluppo, il turismo e gli scambi commerciali. Sarebbe interessata all’apertura di un ufficio di rappresentanza trentina a Chengdu, una delle città più belle della Cina (Gli imprenditori trentini con i vertici del Sichuan, Trentino, 4 luglio 2015; Il Trentino si gemella con il Sichuan, Trentino, 4 luglio 2015).

Questa è un’opportunità imperdibile. Lo Sichuan, a dispetto della posizione decentrata rispetto alla costa, che resta il baricentro dello sviluppo cinese, è una delle regioni cinesi più promettenti sotto il punto di vista economico (è ricchissima) e dell’innovazione tecnologica e socio-culturale (anche la gastronomia è eccellente e, per temperamento, gli abitanti sono considerati gli italiani della Cina).

È uno dei microcosmi di quel che sarà la Cina del futuro.

Un gemellaggio tra le due regioni, suggellato simbolicamente da quello tra orsi trentini e panda cinesi, tra le rispettive minoranze etniche e fortissime tradizioni autonomistiche locali, sarebbe un’ottima dote per i posteri.

 

STATI UNITI 2016-2017 – la notte oscura dell’anima di una grande nazione

Qual è il parassita più resistente? Un’idea! Una singola idea della mente umana può costruire città! Un’idea può trasformare il mondo e riscrivere tutte le idee!

Ed è per questo che devo rubarla!

Cobb (Leonardo Di Caprio), da “Inception”

Una macrotendenza appena nata ma che si è rapidamente gonfiata fino a diventare un virus memetico (inception) che domina l’immaginario collettivo statunitense, coinvolgendo addirittura Vladimir Putin, è quella della presunta slealtà degli ex stati confederati, che sarebbero abitati da popolazioni razziste, potenzialmente ostili e armate fino ai denti (How the South Skews America, Politico, 3 luglio 2015). Vanno disciplinate energicamente, anche con esercitazioni militari nelle loro strade, perché Mosca viene accusata di soffiare sulle braci secessioniste (Putin’s Plot to Get Texas to Secede, Politico, 22 giugno 2015; Stati Uniti, stop alla serie «Hazzard». Sulla Dodge c’è la bandiera confederata, 2 luglio 2015).

Questa credenza è foriera di pericoli inenarrabili per una repubblica che sembra inconsciamente seguire la parabola della Roma repubblicana o della Francia repubblicana, in cui la tracotanza, l’avidità, la violenza, la brama di controllo hanno violentato gli animi dei cittadini e fatto naufragare sperimentazioni che potevano giovare al mondo intero (cf. P. Beinart, The Icarus Syndrome: A History of American Hubris, 2010). Se questo trend non si invertirà i prossimi anni saranno una “notte oscura dell’anima” per gli Stati Uniti (These Disunited States, Politico, 2 luglio 2015).

FRANCIA 2017 – la nascita dell’asse Parigi-Berlino-Mosca-Pechino

I tre principali contendenti per la presidenza della repubblica francese saranno Nicolas Sarkozy per il centrodestra e l’attuale primo ministro Manuel Valls e Dominique Strauss-Kahn per il centrosinistra (2017: le retour en grâce de DSK dans un sondage, Le Figaro, 1 luglio 2015).

Sarkozy e DSK sono favorevoli a un mondo multipolare che ridimensioni il ruolo del dollaro, delle agenzie di rating americane e della NATO (Putin’s Many Friends in Europe, The American Interest, 11 febbraio 2015; Putin: Strauss-Kahn may have been set up, New York Post, 29 maggio 2011).

Manuel Valls è invece il baluardo dell’ordine esistente (Manuel Valls «regrette» l’inflexion de John Kerry sur la ligne anti-Assad, 16 marzo 2015; Manuel Valls comparé à Tony Blair dans le “Washington Post”, Huffington Post, 30 luglio 2013).

La vittoria di Sarkozy o DSK renderà preponderante l’asse Parigi-Berlino-Mosca-Pechino, che è comunque quello lungo il quale si deciderà il futuro del pianeta almeno per il resto di questo secolo.

2. MICROSCOPIO – CRITICITÀ DI BREVE-MEDIO PERIODO

IL NO GRECO – Il futuro dell’Eurozona

In primo luogo la gestione [della crisi greca] non può essere lasciata ai banchieri centrali. Non sono politici e non sono pagati per essere sensibili alle implicazioni geostrategiche e politiche di un default e di un’uscita dalla zona euro della Grecia. Perdere qualsiasi nazione dall’Unione europea o della NATO significa addentrarsi in una terra incognita e scuotere le due organizzazioni in modo fondamentale, indebolendo profondamente l’idea del progetto europeo.

Ammiraglio James Stavridis, ex comandante delle forze NATO in Europa, What Are the Geostrategic Implications of a Grexit?, Foreign Policy, 1 luglio 2015

La crisi greca è l’esame di maturità dell’Unione Europea:

  1. I greci se la passano male: i salari sono diminuiti del 37%, le pensioni del 48%, il numero di impiegati pubblici è sceso di un terzo, come pure il consumo interno, il PIL è calato del 27%, il tasso di disoccupazione è al 27% (intorno al 50% per i giovani) e il lavoro sommerso è stimato al 34% (Varoufakis, Greece’s Proposals to End the Crisis, 18 giugno 2015).
  2. Dei 227 miliardi di euro erogati alla Grecia fin dal primo salvataggio greco, l’equivalente di quasi il 125% del Pil greco nel 2014, solo l’11 per cento è servito a soccorrere la Grecia: il resto è tornato nelle casse del FMI e della BCE (Where did all the money go? MacroPolis, 5 gennaio 2015).
  3. La situazione è quindi molto più complicata di quel che si potrebbe evincere leggendo i quotidiani, che tendono a ridurre la questione a uno scontro tra due fazioni. I rapporti tra Fondo Monetario Internazionale, leader europei, Banca Centrale Europea, NATO e Grecia sono estremamente complicati. Schiacciato tra Pentagono e cartelli finanziari, il FMI ha esaurito le sue opzioni sia in Ucraina sia in Grecia. Al suo interno si confrontano due fazioni completamente antitetiche (Le retromarce dell’Fmi su Atene tra austerità e sconti sul debito, Repubblica, 4 luglio 2015), i falchi e le colombe. A complicare le cose, falchi e colombe europee e statunitensi a volte si scambiano i ruoli, per realismo politico, per mimetizzazione (Jean-Claude Juncker profile: ‘When it becomes serious, you have to lie’, Telegraph, 12 novembre 2014), o perché molti ministri dell’eurogruppo sanno che i sondaggi dicono che non saranno riconfermati alle prossime elezioni. Wolfgang Schäuble, il ministro delle finanze tedesco, considerato un falco tra i falchi, avrebbe potuto aiutare l’opposizione greca e spingere Tsipras verso le dimissioni, ma nel giorno iniziale della campagna referendaria e in quello conclusivo ha confermato l’interpretazione del primo ministro greco del significato del voto, dandogli una mano forse decisiva.
  4. La vera causa della crisi resta il debito mondiale, ormai fuori controllo. Esso funge da riserva bancaria, da collaterale per l’immensa montagna di derivati che incombe come una spada di Damocle sul sistema finanziario globale, in special modo sull’Occidente. I mercati si nutrono di questo debito. La posizione del governo greco: “nessuna ulteriore austerità senza una riduzione del debito” è deleteria per la Deutsche Bank (Deutsche Bank potrebbe essere la nuova Lehman Brothers, 15 giugno 2015) e tossica per molti altri giganti della finanza. I mesi ed anni a venire mostreranno che, più che la Grecia, ad aver bisogno di un bailout erano i suoi creditori. Ciò spiega lo scontro tra NATO e poteri finanziari.

Ecco gli scenari.

SCENARIO “CAMBIO DI ROTTA”

È utile ricordare che anche gli Usa hanno vissuto svariati casi simili a quello greco, ad esempio quello del Tennessee nel 1870. Allora il presidente degli Usa si rifiutò di intervenire e disse allo Stato di risolvere da sé la questione con i suoi creditori (i mercati di New York). Il Tennessee scelse democraticamente il default, ma nessuno mai si sognò di chiedere la sua uscita dagli Stati Uniti, perché era ben chiaro a tutti quale fosse il progetto di lungo periodo e l’importanza che alcuni segnali, come la perdita di un pezzo di Unione, potevano avere sulla coesione dei restanti pezzi. Qui sta accadendo esattamente il contrario.

Gustavo Piga, Vi spiego tutti gli errori dell’Europa in Grecia, Formiche, 28 giugno 2015

Stando ai risultati dei sondaggi di Eurobarometro, è da lungo tempo che l’Europa, la grande utopia, continua a deludere gli europei.

Questo è lo scenario in cui, a prescindere dall’esito del referendum, i falchi dell’austerità neoliberista – celatamente eurofobi (Attacco all’euro. Spontaneo o “pilotato”? La Stampa, 16 settembre 2011) – vengono sconfitti da chi ha a cuore il progetto europeo e si assiste, abbastanza rapidamente, ad una completa revisione delle politiche socio-economiche europee, nel segno di un mix di pragmatismo ed idealismo.

Una possibilità è l’impiego delle risorse del Piano Juncker (Piano dei porti al via, iter più semplici e un miliardo di euro per gli investimenti, Sole 24 Ore, 5 luglio 2015) per sostenere degli investimenti produttivi e far crescere l’economia greca, mettendola nelle condizioni di ripagare gran parte dei propri debiti, in tempi ragionevoli, invece di condannarla all’instabilità.

È il programma auspicato dall’economista italo-americana Mariana Mazzucato (University of Sussex) che ha rilevato il paradosso di un governo tedesco che sostiene di praticare la più rigida austerità e di applicare i precetti del libero mercato, pretendendo lo stesso dai partner europei, sebbene lo Stato sia dirigista.

Mazzucato consiglia ai greci (e, nella chiusa dell’articolo, agli italiani) di emulare non quel che la Germania dice di fare, ma quel che effettivamente fa, perché quella è la chiave del successo. Dunque non la crescita finanziarizzata istantanea tipica del modello anglosassone – soggetta a bolle speculative –, ma una solida, paziente crescita a lungo-termine legata al manifatturiero, alla formazione specialistica e alla ricerca e sviluppo sostenuta da capitali pubblici (grazie a una banca per lo sviluppo creata ad hoc), in un contesto economico di cooperazione dinamica tra pubblico e privato (Greek bailout extension refused: a panel of leading economists give their verdict, Guardian, 27 giugno 2015).

Queste raccomandazioni hanno ricevuto un plauso importante da parte di Nicola Sturgeon, leader europeista dei nazionalisti scozzesi (N. Sturgeon, Let me tell you about referendums – threats won’t help, Guardian, 30 giugno 2015).

Che si tratti di una macrotendenza (megatrend) in ascesa è dimostrato dal fatto che questa è anche la strada imboccata con successo da praticamente tutte le economie emergenti dell’Estremo Oriente e dell’Asia centrale.

Presumere che i greci (o gli italiani) non siano all’altezza dei tagiki o dei mongoli è azzardato. L’onere della prova ricade su chi lo sostiene.

Una soluzione sarebbe la reimmissione nell’economia greca, in forma di investimenti produttivi, di una porzione del debito rimborsato dai greci (Villepin: «Notre devoir pour l’Europe», Mediapart, 7 luglio 2015).

SCENARIO “COMPROMESSO ONOREVOLE”

Credo che abbiamo bisogno di pensare diversamente, di cambiare logica e di prendere una direzione radicalmente diversa nelle trattative con la Grecia. La mia proposta è che la Grecia non riceva più alcun nuovo finanziamento da parte dell’Ue e dell’Fmi ma che benefici di una estensione molto ampia del termine del debito e anche una riduzione nominale massiccia del suo debito.

Dominique Strauss Kahn, ex direttore generale dell’Fmi, On learning from one’s mistakes, 27 giugno 2015

Non ci sarebbe alcun Grexit ma un default parziale e una moratoria sul pagamento del debito, come richiesto dalla Casa Bianca (Grecia: Lew, considerare ristrutturazione debito, Yahoo Finanza, 26 giugno 2015).

Questo è lo scenario in cui la crisi conduce alla maturazione del progetto europeo, l’età adulta dell’Unione Europea, che non diventerà però uno stato unitario:

L’Europa è un continente di Nazioni. Ai popoli non interessa l’Europa, ma quello che accade nei loro Comuni. La classe dirigente economica è ancora protezionista e non parliamo di quella politica: vuole sì un’Unione europea, confederata non federata. Ogni Stato ha un potere di veto e la sua voce autonoma, la sua lingua, la sua cultura. I partiti e i loro capi non vogliono essere declassati. Perciò gli Stati Uniti d’Europa, che tu e anche io vorremmo, non si faranno.

“La mia Europa non c’è più”. Eugenio Scalfari intervista Romano Prodi, L’Espresso, 17 giugno 2015

Questo scatto in avanti sarà possibile solo a patto che le regole siano percepite come eque (ossia che non generino squilibri e asimmetrie permanenti) e rispettate da tutti.

La Germania non potrà più permettersi di violare le regole comuni perseguendo un avanzo commerciale permanente, riducendo i salari per deprimere il mercato interno (European Commission, Country Report Germany 2015. Including an In-Depth Review on the prevention and correction of macroeconomic imbalances, 2015).

Questo è un argomento abbastanza tabù in Germania, ma non nella vicina Austria (Ökonom Flassbeck: “Es ist nicht nur Griechenland”, Der Standard, 26 giugno 2015).

Sarà affrontato.

SCENARIO “MURO CONTRO MURO”

Se vincerà il sì a favore dei creditori prenderemo atto di trovarci di fronte a una nuova Grecia, che verrà probabilmente travolta dall’austerità. Se invece vincerà il no, senza l’aiuto della Bce, che non può comunque far scelte diverse rispetto a quanto stabilito dalla maggioranza dei Paesi, è difficile che la Grecia possa fare default senza lasciare l’euro…Sbaglia il nostro Ministro dell’Economia a limitarsi ad affermare che non vi sarà contagio ed a non essersi schierato con la Grecia per paura del contagio…Fatta fuori la Grecia, di chi sarà poi il turno?

Gustavo Piga, Vi spiego tutti gli errori dell’Europa in Grecia, Formiche, 28 giugno 2015

L’uscita della Grecia dall’eurozona è contraria alla volontà della popolazione greca e al programma elettorale con cui il governo è stato eletto, che era incentrato sulle riforme e sulla lotta alla corruzione (“Berna collabora poco“, RSI, 24 giugno 2015) ed escludeva esplicitamente l’opzione dell’uscita dall’euro.

Non è prevista l’espulsione unilaterale di un paese membro dell’eurozona e/o dell’Unione Europea. L’adesione e la separazione debbono essere consensuali.

È lo scenario più pericoloso, denso di incognite non controllabile in tutte le sue possibili ramificazioni.

Il Grexit farebbe evaporare qualunque idea che il progetto euro sia irrevocabile e irreversibile. Qualunque governo in difficoltà perché alle prese con il paradigma dell’austerità e che sentisse di non avere altre vie di uscita si sentirebbe legittimato a percorrere la via della svalutazione al di fuori dell’eurozona. I mercati finanziari metterebbero nel mirino, una dopo l’altra, le nazioni più vulnerabili dell’eurozona, finché il fuoco concentrico non le costringesse a gettare la spugna (Juncker: “Se Grecia lascia l’euro, anglosassoni disgregheranno l’Europa”, Wall Street Italia, 5 maggio 2015).

L’uscita della Spagna condannerebbe a morte l’eurozona, l’uscita dell’Italia annuncerebbe la fine del progetto europeo nel suo complesso.

Non è una crisi esistenziale limitata all’euro. È in gioco la sopravvivenza dell’Unione Europea nel suo complesso:

Conosciamo tutti l’argomento – l’Unione Europea è preoccupata per l’“azzardo morale” (moral hazard) di carattere politico legato a quel che potrebbe ottenere Podemos in Spagna, o gli euroscettici in Italia, o il Fronte Nazionale in Francia, se Syriza si opponesse al sistema e la facesse franca. Ma i fautori di questa posizione ortodossa pensano veramente che si possa sconfiggere Podemos schiacciando Syriza? O che si possa scoraggiare Marine Le Pen violando la sovranità e la sensibilità di una nazione?

Pensano che mai la tendenza alla crescente disaffezione dei giovani europei nei confronti delle istituzioni europee possa essere invertita martoriando un governo di sinistra? Non si rendono conto che questo è il loro Guatemala , l’esperimento radicale di Jacobo Arbenz che fu soppresso dalla CIA nel 1954 e che diede poi vita alla rivoluzione cubana e a trent’anni di guerriglia in America Latina?

Ambrose Evans-Pritchard, Greek debt crisis is the Iraq War of finance, Telegraph, 19 giugno 2015.

Vista la sua dipendenza dal sistema bancario greco, è verosimile che Cipro sarebbe costretta a seguire a ruota la Grecia, ma anche altre nazioni subirebbero l’impatto di questo evento.

La crescita dell’avversione al rischio farebbe salire i tassi di interesse sul debito degli altri paesi più vulnerabili che restassero all’interno dell’eurozona (es. Portogallo, Italia, Spagna, e prima o poi anche l’Irlanda e forse perfino la Francia).

Una volta che si facesse largo l’idea che l’unione monetaria è di fatto reversibile, si spianerebbe la strada per gli speculatori , che potrebbero appunto aggredire una preda dopo l’altra. Ci sarebbero tensioni politiche, fughe di capitali e disordini sociali, uniti all’impetuosa ascesa dei partiti etnopopulisti, non solo nell’Europa meridionale.

Il Grexit danneggerebbe gravemente, forse irreparabilmente, la reputazione dell’euro e di chi lo amministra. Non sarebbe più percepito come una valuta forte, affidabile, stabile, degna concorrente del dollaro. Il dollaro si apprezzerebbe poderosamente, ribadendo il suo status di valuta di riserva globale, estremamente vantaggioso per Washington. In cambio l’oro si deprezzerebbe, ostacolando così le strategie dei BRICS, che hanno puntato moltissimo sul massiccio ampliamento delle rispettive riserve auree per vincere la disfida con Washington.

Per sopramercato la Grecia, ferita e umiliata, diventerebbe una serpe in seno con diritto di veto all’interno della NATO e dell’Unione Europea, anche su questioni strategiche come la crisi ucraina, le sanzioni alla Russia, il TTIP, i profughi, la crisi libica, l’espansione dell’Unione Eurasiatica, la Nuova Via della Seta e i rapporti con i BRICS, il Turk Stream, il riconoscimento della Palestina.

Il governo greco ripudierebbe il debito sulla base delle conclusioni raggiunte dalla commissione che ha esaminato l’ammontare di debito detestabile accumulato dai precedenti governi (Executive Summary of the report from the Debt Truth Committee, 17 giugno 2015).

La Grecia entrerebbe istantaneamente nell’orbita di Cina, Russia e Qatar e aderirebbe all’Unione Eurasiatica prima e all’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO) in un secondo momento.

Cina e Russia sono interessate rispettivamente al porto del Pireo e alla prospettiva di potersi dotare di un porto militare nel Mediterraneo e di ottenere un diritto di passaggio del gas russo diretto in Mitteleuropa, aggirando l’Ucraina.

Russia e Cina non interverranno prima del default greco. Solo allora le banche di sviluppo non-allineate al sistema atlantico erogheranno fondi per aiutare la Grecia a rilanciare la sua economia.

Anche negli anni della crisi la Grecia è rimasta il migliore cliente europeo dell’industria bellica tedesca e francese e uno dei migliori in assoluto di quella statunitense. Tra tutti i paesi NATO la Grecia è l’unica, assieme agli USA, ad aver mantenuto un livello di spesa per armamenti superiore al 2% del PIL (German ‘hypocrisy’ over Greek military spending has critics up in arms, Guardian, 19 aprile 2012; L’unica cosa che non si taglia in Grecia, il Post, 8 gennaio 2013).

Come testimoniano le prese di posizione dell’ammiraglio James Stavridis e del Segretario al Tesoro Jack Lew, la Casa Bianca non tollererà di perdere una pedina così importante.

SVILUPPI DI MEDIO E LUNGO PERIODO PER L’EUROPA

1. La reputazione dell’Unione Europea è in pezzi e ci vorrà del tempo per risollevarla.

Nessun popolo è mai stato cambiato a colpi di direttive europee e non c’è ragione di credere che accadrà in futuro.

L’atteggiamento statunitense nei confronti della propria Grecia sarà differente (Puerto Rico’s gov warns that public debt is unpayable, CBS, 29 giugno 2015).

Mentre la Cina mette in campo miliardi di investimenti per stabilizzare l’Asia l’Europa tentenna nel suo cortile di casa, lungo le coste su cui sbarcano migliaia di rifugiati e nel Nord Africa.

L’Africa, che avrebbe bisogno di investimenti per la crescita che la pacifichino, la facciano prosperare ed espandano la classe media locale che contribuirebbe al nostro benessere e alla nostra crescita morale e spirituale, si rivolgerà alla Cina, all’India, al Brasile.

Se questa tendenza non cambierà il costituzionalismo europeo rischia di soccombere, stretto com’è nella morsa infernale del neoliberismo da un lato e delle demagogie degli imprenditori della razza e della paura dall’altro.

2. La democrazia in Occidente

La possibilità concessa all’elettorato di confermare o meno il mandato conferito a un governo solo qualche mese prima, in occasione di una scelta strategica e drammatica, cruciale per il futuro della nazione, stabilisce un importantissimo precedente per le nazioni occidentali e, in una certa misura, rende concepibile l’idea di estendere le prassi elvetiche all’interno continente.

Credo sia utile riportare per esteso le recenti considerazioni di una ex presidentessa della confederazione elvetica, che ricapitolano efficacemente gli argomenti chiave che verranno usati dai leader di movimenti che reclamano maggior voce in capitolo per l’elettorato:

Siamo passati da un pianeta dominato dal continente europeo a un mondo multipolare, il tutto nell’arco di un secolo. Per mondo multipolare intendo un mondo in cui i centri decisionali si sono moltiplicati e diventare decentrata e in cui gli equilibri del potere sono diventati più complessi. A mio avviso, l’interdipendenza e la multipolarità sono le due caratteristiche che definiscono il nostro tempo…L’approccio svizzero va dal basso verso l’alto. La democrazia svizzera è stata sviluppata un passo alla volta, con un notevole spazio politico previsto per i cittadini svizzeri che vogliano partecipare direttamente ai processi democratici…Reputiamo che i conflitti non dovrebbero portare a schiacciare l’altra parte…nutriamo scetticismo verso il benché minimo sintomo di volontà egemonica, perché l’autorità esercitata da un’unica parte non può soddisfare molteplici interessi…Gli istrici sono mammiferi con oltre 30.000 aculei. Quanto più si avvicinano l’uno all’altro, tanto più si pungono. Tuttavia il freddo li spinge a raggrupparsi, finché non trovano la distanza giusta, quella in cui riescono a scaldarsi a vicenda senza nuocersi a vicenda.

Micheline Calmy-Rey, presidentessa confederale nel 2007 e nel 2011, The Swiss Model, Horizons, 2014

È prevedibile che non solo gli spagnoli, sulla spinta dell’attivismo politico di Podemos, e gli italiani che orbitano intorno al Movimento 5 Stelle e alla nuova sinistra, ma anche gli stessi tedeschi pretenderanno di poter decidere in merito alle politiche europee attraverso lo strumento referendario, argomentando che non può essere definita democratica una società che ha largamente trascurato il parametro della “qualità della vita” dei cittadini nella valutazione delle performance nazionali e nella formulazione delle politiche economiche.

3. La Grecia del futuro – tenace concorrente ma anche grande opportunità di investimento

I greci hanno imparato sulla propria pelle che in Europa ogni errore si paga carissimo e che votare degli affaristi e maneggioni in nome del proprio tornaconto è suicida.

Restare in un’eurozona determinata a rilanciare la crescita economica e la creazione di impiego rimane la soluzione migliore.

In caso di Grexit il governo sancirebbe una moratoria unilaterale sul debito e stimerebbe l’ammontare del debito detestabile, ossia quello che si rifiuterebbe di ripagare perché estorto o contratto illegalmente.

La banca centrale presumibilmente tornerebbe sotto il controllo del ministero delle finanze e sarebbe usata per finanziare imponenti opere di sviluppo delle infrastrutture per una rapida integrazione della Grecia nel sistema Nuova Via della Seta (si legga più oltre, nella sezione dedicata all’Ucraina).

Il Pireo e Salonicco diventerebbero i porti principali dell’Europa sud-orientale. La flotta commerciale greca, già ai primi posti del mondo, sarebbe rafforzata. Il settore agricolo e quello turistico diventerebbero molto più concorrenziali degli equivalenti italiani.

Infine c’è la questione energetica. L’intera area è una cornucopia di idrocarburi (Sotto il Mediterraneo un mare di gas e petrolio che può salvare l’Europa, Giornale, 20 giugno 2013). I mercati balcanici, del Nord Africa orientale e di una costa del Levante (Libano, Israele e Palestina) finalmente pacificata, se agevolati da adeguate infrastrutture (pensiamo a cosa potrebbero compiere insieme israeliani e arabi!), sono incredibilmente promettenti.

Se cinesi e russi ci hanno messo gli occhi sopra è perché sanno fare i loro calcoli.

La Grecia si colloca in uno dei luoghi più geopoliticamente significativi del mondo, all’incrocio tra le rotte che passano per Suez, quelle dirette verso il Mar Nero e le direttrici che collegano la Mitteleuropa al Mediterraneo Orientale e, in ultimo, alla Cina. La crisi ucraina ha portato alla decisione di deviare una parte del gas russo destinato al mercato europeo verso la Turchia e la Grecia, con quest’ultima candidata a diventare uno dei principali centri europei di redistribuzione dell’energia, a partire dal 2019.

Un’eventuale futura evacuazione di qualche base NATO in seguito alle possibili avversità finanziarie conseguenti alla dedollarizzazione del commercio mondiale, cioè la perdita da parte del dollaro della sua funzione di riserva valutaria globale (Imagining the Dollar Without Its Privilege, New York Times, 15 ottobre 2013), permetterebbe ai russi di creare una presenza militare stabile nel Mediterraneo, in cambio di un affitto che, assieme ai proventi per il transito del gas russo sul suo territorio a partire dal 2019 e a quelli ottenuti tramite l’imposta erariale sulle merci cinesi in arrivo al Pireo, servirebbe a saldare il debito greco.

A questo proposito, ho evidenziato alcuni passaggi chiave di quella che, per ora, è forse la più importante dichiarazione pubblica dell’attuale primo ministro greco in tema di rapporti internazionali:

Molti di voi potrebbero essersi domandati perché oggi sono qui e non a Bruxelles a negoziare. Tuttavia sono qui proprio perché penso che un Paese che vuole esplorare ed esaminare tutte le opzioni che possano assicurarle il successo, deve adottare politiche multilaterali, intrattenendo rapporti con quei paesi che giocano un ruolo chiave negli sviluppi economici globali. […] Pur rispettando pienamente gli impegni assunti, ci sforzeremo di diventare un ponte di cooperazione nella nostra area e anche oltre, con i nostri amici tradizionali come la Russia ma anche con le nuove organizzazioni globali e regionali. Naturalmente, come tutti voi ben sapete, al momento presente ci troviamo nel bel mezzo di una tempesta. Ma siamo un popolo di navigatori, che sa affrontare le tempeste e non teme di solcare i vasti mari, in mari sconosciuti, per raggiungere porti nuovi e più sicuri…I frangenti economici che hanno fatto esplodere la crisi globale nel 2008 hanno dato alla luce un mondo molto diverso. In Europa abbiamo accarezzato a lungo l’illusione di essere il centro del mondo, prendendo in considerazione solo le trasformazioni che verificavano appena al di fuori del nostro vicinato, sull’altra sponda dell’Atlantico. Il centro di gravità economico del mondo si è però spostato. Le nuove potenze emergenti svolgono un ruolo economico e geopolitico sempre più importante. Le relazioni internazionali stanno acquisendo un carattere sempre più multipolare. Inoltre l’Unione Eurasiatica – questo progetto di integrazione economica regionale relativamente nuovo, è potenzialmente un’altra fonte di rinnovata generazione di ricchezza e potere economico … Per il vecchio polo finanziario, in particolare per l’Europa e il mondo occidentale, la sfida è tra scegliere di reagire positivamente alle nuove sfide, rafforzando i legami di cooperazione con i paesi emergenti, oppure restare aggrappati alle vecchie dottrine, alzando nuovi muri di conflitti geopolitici … L’Unione Europea, di cui fa parte integrante anche la Grecia, deve ritrovare la sua rotta più autentica ritornando ai principi statutari e alle dichiarazioni fondanti: solidarietà, democrazia, giustizia sociale. Sarà impossibile, però, se persisterà con le politiche di austerità e la disgregazione della coesione sociale, che servono solo a favorire la recessione. Non dobbiamo illuderci: il cosiddetto problema greco non è un problema greco. Si tratta di un problema europeo. Il problema non è la Grecia. Il problema è la zona euro e la sua stessa struttura. E il quesito che rimane sul tavolo è se l’UE darà spazio alla crescita, alla coesione sociale e alla prosperità. Se concederà margini di solidarietà politica, invece di imporre politiche che sfociano in vicoli ciechi e progetti fallimentari. […] Il nuovo mondo multipolare emergente sarà veramente innovativo e pionieristico se potrà estirpare alla radice le cause più profonde della crisi globale. Ma questo non può avvenire, non è mai accaduto nella storia, senza decisioni coraggiose. Non possiamo andare avanti in questo nuovo mondo portandoci appresso il fardello dei nostri errori passati. In caso contrario, saremo condannati a ripeterli e continueremo a fallire, mentre la sfida per noi è quella di cambiare per avere successo, per affrontare le nuove sfide e superarle.

Dichiarazione Alexis Tsipras al Forum Economico di San Pietroburgo, 18 giugno 2015

La spinta al multilateralismo, che comporta la fine del vecchio ordine fondato sull’egemonia del dollaro statunitense e del Washington Consensus, è in atto da almeno una decina di anni. Se consideriamo la nascita dell’Unione Europea come un elemento cardine di questa evoluzione, allora dobbiamo risalire al primo dopoguerra e al desiderio di superare quelle condizioni di anarchia globale che agevolavano l’emersione di imperi ed oligopoli; desiderio che per il momento non si è ancora tradotto in nulla di concreto, se consideriamo la totale impotenza delle Nazioni Unite e l’autolesionismo europeo.

Le “nuove organizzazioni globali e regionali” e i “porti nuovi e più sicuri” di cui parla Tsipras sono presumibilmente i BRICS e la loro Nuova Banca di Sviluppo, l’Unione Eurasiatica e l’AIIB (Banca Asiatica d’Investimento per le infrastrutture).

Il rispetto degli impegni assunti si richiama all’intenzione greca di restare nell’eurozona e nell’Unione Europea.

Lo spostamento del centro di gravità dell’economia mondiale è un dato di fatto. Tra la nascita di Cristo e il 1820 il baricentro economico del mondo si trovava nell’Asia centrale, non lontano dall’India. Nel giro di un secolo si spostò nel Nord Europa, l’Islanda. Tra il 1960 e il 2000 era ancora localizzato a nord della Norvegia. Nel corso del primo decennio del secolo è rapidamente tornato nell’Asia Centrale, questa volta non troppo distante dai confini cinesi, che varcherà entro la fine di questo decennio (McKinsey Global Institute).

C’è poi il riferimento ai vizi strutturali dell’eurozona e quello alla causa precipua della crisi globale, cioè a dire l’eccesso di indebitamento prodotto da un’economia congegnata in modo tale da generare ingenti profitti attraverso le montagne russe del boom & bust. La rimozione del fardello potrebbe essere un’allusione alla necessità di una ristrutturazione del debito globale, ormai ingestibile (Joseph E. Stiglitz, A Greek morality tale: why we need a global debt restructuring framework, Guardian, 4 febbraio 2015), con la cancellazione del debito detestabile.

È ipotizzabile che Tsipras stia auspicando una radicale riforma delle istituzioni europee che renda possibile il superamento della politica dei blocchi e del debito, che mantengono il pianeta in una condizione di insicurezza e instabilità. Appelli analoghi sono stati lanciati da decine di leader delle economie emergenti, del G-77, del Movimento dei paesi non allineati.

UCRAINA – Mamma e papà non divorzieranno

Economicamente l’Ucraina ha un futuro fosco davanti a sé. L’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale non sono nelle condizioni di soccorrerla e le sanzioni contro Mosca hanno spinto la Russia e la Bielorussia, i maggiori partner commerciali dell’Ucraina, a volgere lo sguardo verso l’Asia e preparare tracciati alternativi per i gasdotti russi.

C’è però un fattore esterno che potrebbe volgersi in suo favore, se un atteggiamento pragmatico prendesse posto della rigidità ideologica.

La Nuova Via della Seta (NVS) è una colossale iniziativa cinese, con implicazioni geopolitiche ed economiche di portata storica, che Time ha definito “il più vasto progetto di sviluppo economico della storia” (New Silk Road Could Change Global Economics Forever, Time, 22 maggio 2015).

Essa porterà all’interconnessione di tre continenti, dal Marocco a Vladivostok e da Glasgow a Singapore attraverso una rete di gasdotti, ferrovie ad alta velocità, cavi in fibra ottica, autostrade, porti e accordi commerciali. Già nella sua fase di progettazione la NVS ha contribuito a sospingere in alto le economie dei paesi che si trovano lungo il suo percorso (con tassi di crescita tra il 2 e il 7%), grazie ai primi accordi di partnership con la Cina.

A livello geopolitico, il progetto ha già persuaso quattro nazioni di rilevante peso internazionale ad allinearsi economicamente con la Cina e/o con l’altro sponsor del progetto, la Russia (Iran, Turchia, Egitto e Pachistan).

L’implementazione del progetto è complicata dalle quattro crisi regionali in atto nell’Europa orientale (Ucraina), nel Medio Oriente (Califfato), nell’eurozona (Grecia) e nell’Asia centrale (Afghanistan e Pakistan settentrionale) ed è vista dalla Casa Bianca come un’alternativa e quindi una minaccia al completamento dei negoziati il TPP e per il TTIP, i super-trattati commerciali al centro di fortissime polemiche (Ttip-Tpp, tutte le grane commerciali di Obama, Formiche, 13 maggio 2015).

Allo stesso tempo però, la sua esecuzione potrebbe appianare i dissidi e, moltiplicando investimenti, scambi commerciali e posti di lavoro, placare gli animi e sollecitare interazioni più collaborative tra i popoli e le nazioni.

Il terreno non è sfavorevole.

Un recente e autorevole sondaggio americano (Pew global survey, NATO Publics Blame Russia for Ukrainian Crisis, but Reluctant to Provide Military Aid, 10 giugno 2015) mostra che Germania, Italia e Spagna sono categoricamente contrarie all’invio di armi in Ucraina. Solo in Polonia i favorevoli raggiungono il 50%.

Italiani e tedeschi sono parimenti fortemente contrari all’adesione dell’Ucraina alla NATO e all’Unione Europea. Una maggioranza di tedeschi, francesi e italiani ripudia la clausola NATO che prescrive l’automatico intervento armato a difesa di un altro membro della NATO.

L’orientamento critico della popolazione tedesca non deve sorprendere. Il dato è in linea con i precedenti sondaggi (Why Germans Love Russia, NYT, 5 maggio 2014; Why do nearly 40 percent of Germans endorse Russia’s annexation of Crimea? Washington Post, 28 novembre 2014; Germany’s America Angst, Foreign Policy, 13 maggio 2015).

Forse il dato più confortante di tutti è che solo il 23% degli ucraini (31% nell’ovest) sostiene l’intervento armato contro il Donbass, mentre il 47% invita alla trattativa. Serbia, Grecia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca sono schierate con chi invoca il dialogo tra est e ovest, sia perché non vogliono essere trasformate in fronte bellico, sia perché l’interscambio russo-europeo le arricchisce.

Stando così le cose, pare lecito pronosticare che una nuova guerra mondiale in Europa per l’Ucraina resterà nell’ambito degli sviluppi inverosimili e che un’eventuale riaccensione della guerra civile ucraina sarebbe un fuoco di paglia. Ucraini ed europei sembrano determinati a far prevalere la voce dei canali diplomatici su quella dei cannoni.

Angela Merkel e François Hollande, dal canto loro, hanno ripetutamente dichiarato di parlare a nome dell’intera Unione Europea quando affermano che la sicurezza europea va garantita assieme alla Russia, non contro la Russia, che questa crisi non si può risolvere militarmente, e che l’orizzonte ultimo è quello di una Grande Europa, un’area di libero scambio eurasiatica – un progetto già caro a De Gaulle, Adenauer, Pompidou, Brandt, Mitterrand e Gorbaciov (Ukraine crisis: Angela Merkel ‘offers Russia free trade deal for peace’, Telegraph, 23 gennaio 2015; France-Russie: l’avenir d’un partenariat stratégique, 18 aprile 2013). È una strategia diametralmente opposta a quella del “contenimento russo” della Casa Bianca.

SCENARIO “PONTE EURASIATICO”

Lo scenario migliore sarebbe, come detto, quello in cui non viene chiesto agli ucraini di scegliere un’alleanza a scapito dell’altra, lacerando la nazione, ma una nuova classe dirigente post-nazionalista rigetta la strategia dello scontro, federalizza lo Stato concedendo l’autonomia alle province insorte e lo dichiara neutrale, assumendo una posizione equidistante tra Bruxelles e Mosca, per poi avviare la nazione lungo la strada che la condurrà al suo naturale ruolo di mediatore e ponte tra Unione Europea e Unione Eurasiatica. L’idea di un’Ucraina elveticizzata è particolarmente diffusa nel mondo germanico e piace a Mosca (Putin: Kiev non abbia paura di rendere federale Ucraina, ASCA, 29 agosto 2014).

Un’Ucraina compiutamente e costituzionalmente “meticcia” (unita nella diversità) sarebbe una dimostrazione di rispetto nei confronti delle sensibilità e affetti di tutti gli ucraini e una mossa particolarmente accorta alla luce dell’evoluzione del progetto Nuova Via della Seta.

SCENARIO “INTERMARIUM”

Purtroppo la NATO per il momento vede questo tipo di accordi come il fumo negli occhi (“La nostra politica è destabilizzare gli Stati”, il Giornale, 28 aprile 2015; Friedman Scenario, Future Wiki).

Un altro possibile scenario, che piace ad alcuni strateghi dell’Alleanza Atlantica, è quello in cui l’Ucraina si divide, la parte orientale diventa uno stato indipendente o confederato con la Russia, mentre la porzione occidentale, con il porto di Odessa, forma una “cintura di contenimento” che va dal Baltico al Mar Nero: l’Intermarium (The Ukraine Crisis – It’s the Intermarium Plan Again, Arutz Sheva, 28 febbraio 2014).

Questo è lo scenario in cui la contrapposizione ad oltranza, la gerarchizzazione e lo scontro di civiltà vincono sulla volontà di rivaleggiare sportivamente, come gli atleti che non cercano di distruggersi l’un l’altro, ma di eccellere. Non è chiaro come l’Intermarium potrebbe sostenersi se dovesse venire a mancare lo spauracchio putiniano, né come la Germania e il resto dell’eurozona potrebbero gestire un corpo intermedio cuscinetto etnocratico che ostacola gli scambi con i partner commerciali di Mosca e Pechino.

SVILUPPI A MEDIO E LUNGO TERMINE

L’errore europeo è stato quello di imporre ad un paese eterogeneo una scelta secca (preferisci mamma o papà?) che comportava l’abbandono degli accordi precedentemente siglati con la Russia, il maggior partner commerciale ucraino (dove lavora anche la gran parte degli ucraini emigrati).

La vocazione naturale dell’Ucraina è quella di ponte, non di stato cuscinetto o marca di frontiera dell’uno o dell’altro blocco. La Svizzera è il modello applicabile all’Ucraina.

3. BINOCOLO – SCENARI ANTICIPATORI DI MEDIO-LUNGO PERIODO

ISIS – Una repentina estinzione della rivoluzione controrivoluzionaria?

Il tempo della rivoluzione mondiale si avvicina. Qatar, Arabia Saudita, gli Emirati si fanno chiamare stati islamici, ma poi improvvisamente salta fuori uno stato fondamentalista islamico che ce l’ha principalmente con loro. ISIS conta circa 10.000 sauditi tra le sue file – sono fondamentalisti jihadisti provenienti dall’Arabia Saudita. Hanno già detto che il loro obiettivo principale è quello di rovesciare il regime marcio e corrotto dell’Arabia Saudita.

In definitiva, stiamo entrando in un periodo molto interessante. Non saranno i toni geopolitici ed economici a prevalere. Questo è un periodo ideologico. Ancora una volta stiamo entrando in un’epoca di guerre ideologiche. Le guerre religiose sono una delle forme più acute di guerra ideologica e le guerre ideologiche durano sempre fino alla fine.

Shamil Sultanov, ISIS starts new era in the history of mankind, Pravda, 23 settembre 2014

Evitiamo di aggiungere un altro fallimento ad una già lunga e smettiamola di giocare all’apprendista stregone…Non si va in guerra per sradicare un nemico, ma per guadagnarsi dei punti d’appoggio per la pace. Che cosa accadrà con questa importante operazione? Si faranno amalgamare per riflesso di solidarietà identitaria delle popolazioni sunnite che sarebbero ambivalenti nei confronti dello stato islamico. Idee semplici alimenteranno la vittimologia sunnita: “Tutti i nostri nemici si sono coalizzati: sciiti, curdi e occidentali! Siamo rimasti gli unici a difendere la popolazione sunnita!

Dominique de Villepin, En Irak, les «Somnambules» sont de retour, Libération, 17 settembre 2014

Il mondo arabo è una gigantesca polveriera, con tre grandi conflitti in corso: quello tra sciiti e sunniti, quello tra fondamentalisti e nazionalisti e quello tra sionismo e islam.

Le popolazioni arabe sono incollerite, frustrate, immiserite, oppresse e quindi più disponibili a prestare ascolto ai proclami dell’ISIS, che promette alle masse sunnite una vasta ridistribuzione delle terre e delle ricchezze e maggiore equità.

L’Occidente continua ad appoggiare le petro-monarchie del Golfo, socio politicamente estremamente antiquate, percorse da faide interne tra clan e contese tra sovrani e gruppi di potere. Sono degli interlocutori fragili, probabilmente destinati a venir meno nel giro di pochi anni. Altri interlocutori sono stati marginalizzati, come per esempio l’Iran, che potrebbe tornare utile per sconfiggere ISIS e risolvere la crisi siriana. Le colombe di Washington (in particolare John Kerry, instancabile ricuciture di rapporti, purtroppo abbastanza isolato all’interno dell’amministrazione Obama) e il governo Putin hanno tentato di avviare un dialogo tra Tehran e Riyadh e si stanno impegnando a fondo per siglare un accordo sul nucleare iraniano che temperi gli antagonismi più minacciosi in un’area già sovraccarica di rancore.

Non si possono però escludere interventi militari occidentali, sebbene finora siano solo riusciti ad aggravare la situazione.

L’ISIS è un movimento fondamentalista islamico che condivide molti tratti con il Kharigismo, un’eresia islamica che si sviluppò in quella stessa regione medio-orientale pochi anni dopo la morte di Maometto e che ebbe un forte seguito tra diseredati, marginalizzati, dissidenti e oltranzisti (Who are the Kharijites and what do they have to do with IS? Al Monitor, 8 gennaio 2015), anche perché poneva sullo stesso piano gli uomini e le donne, proprio come fa ISIS (Isis, “parità di genere per le donne jihadiste: combattono e gestiscono fondi”, Fatto Quotidiano, 1 marzo 2015).

ISIS è ugualmente intransigente e attraente e controlla ingenti risorse energetiche che assicurano una posizione di netto vantaggio in un mondo attraversato da crisi valutarie: non avrebbe più bisogno di sponsor altolocati (Irak: chi arma l’ISIS e perché gli Usa non interverranno, la Stampa, 16 giugno 2014), ma solo di acquirenti e venditori di armi.

ISIS promuove la Umma islamica, un ritorno alla purezza delle origini, contro la falsa Sharia dell’establishment islamico. È un islamismo populista che può convertire le masse e rappresentarle.

Tra il 2015 e il 2016 gli iracheni, gli iraniani, i curdi e i siriani riusciranno a sconfiggere ripetutamente questi fondamentalisti, ma non sarà sufficiente.

È necessario non sottovalutare la capacità di questa mafia millenarista e islamo-fascista di risorgere dopo ogni sconfitta, perseguendo con sempre maggior tenacia e lucidità quella che diventerà sempre più una crociata anti-saudita, anti-sionista e anti-occidentale, in una commistione di brama di potere, brama di ricchezza, brama di vendetta e brama di purezza nel segno del “o tutto, o niente” e del “o con noi o contro di noi” (Saudi Arabia is right to be anxious over its ideological links with Isis, Guardian, 6 gennaio 2015).

Finché non si deciderà di dare un futuro prospero e democratico a questa parte di mondo e a milioni di giovani arabi frustrati e arrabbiati, nuovi movimenti messianico-puritano-rivoluzionari rispunteranno come le teste di un’idra per combattere la guerra santa contro la corruzione dell’Islam, del capitalismo, della politica e finanza locale e internazionale.

È naturale che, a questo punto, il fatalismo sia il sentimento dominante tra gli osservatori occidentali.

Nondimeno, ci sono molte ragioni per sperare.

La ragione principale è la volontà cinese di ripristinare l’ordine a la stabilità in un’area del mondo dalla quale dipende il suo futuro. L’AIIB (Banca Asiatica d’Investimento per le infrastrutture) riverserà massicci finanziamenti che daranno lavoro alle masse arabe distogliendole dai predicatori fondamentalisti (China: A Solution in the Middle East? The Diplomat, 18 giugno 2015).

Le reclute di ISIS sono spesso giovani che non hanno nulla da perdere, disposti a distruggere quel che li circonda per risentimento e senso di ingiustizia. Un’assunzione, un salario stabile e la prospettiva di poter metter su famiglia possono fare miracoli.

La Russia assiste la Cina in questo piano così ambizioso e il momento è decisamente propizio.

La Turchia sta cercando di mantenere rapporti di buon vicinato e mutuo beneficio con la Russia e con l’Iran.

Il nuovo monarca saudita sembra aver capito che il vento ha cambiato direzione, che l’avventura bellica yemenita è dispendiosa e controproducente e che non si può più permettere economicamente il sostegno al governo egiziano, agli insorti siriani, al regime del Bahrein, alle milizie di Isis, nonché il suo marginale ma non insignificante coinvolgimento nella guerra civile libica.

Mosca ha iniziato una gigantesca offensiva diplomatica in quest’area decisiva per le sorti del mondo (Russia: sauditi cercano Putin, principe bin Salman a Pietroburgo, AGI, 17 giugno 2015), sfruttando la fase di fiacchezza delle varie fazioni in Libia, Iraq, Yemen e Siria.

L’intento sembra essere appunto quello di pacificarla, usando l’argomentazione più banale che si possa immaginare: “Potreste ottenere molto (anche se non tutto) di quel che desiderate dialogando. Scontrandovi, invece, magari uno o due di voi raggiungeranno tutti gli obiettivi prefissati, a scapito di tutti gli altri, ma nessuno di voi potrà mai essere certo di trionfare e intanto i costi si moltiplicano. Per di più, se ristabilite l’ordine nella regione, abbandonando al suo destino l’irrequieto, infido Califfato, l’esecuzione dei progetti di sviluppo cinesi vi arricchirà comunque”.

Sarà sufficiente a riconciliare Turchia, Giordania e Arabia Saudita, tre paesi che hanno visto sfumare la visione (egemonica) che li guidava e ora si barcamenano in cerca di acque meno tumultuose, nella consapevolezza che Washington non li può/vuole più aiutare, essendo impegnata a stringere accordi con l’Iran e contenere l’ascesa cinese e russa?

In questo quadro di estrema malleabilità e mutevolezza degli schieramenti, degli scopi e dei mezzi, il ruolo giocato da ISIS diventa centrale.

Le sue forze hanno attraversato centinaia di chilometri di deserto, scrutate dai satelliti, vulnerabilissime, per occupare Palmira, senza che un singolo bombardiere sia decollato per spazzarle via comodamente (US military pilots complain hands tied in ‘frustrating’ fight against ISIS, Fox News, 28 maggio 2015). Lo stesso vale per la rinnovata offensiva su Kobane.

Ciò non si spiega se non chiamando in causa la connivenza di alti comandi che, teoricamente, avrebbero la missione di sbaragliare il Califfato, ma che sembrano limitarsi a fare il minimo indispensabile per giustificare la propria presenza nell’area.

Mosca s’inserisce in questo complicato mosaico contando sulla volontà di diversi attori regionali di recidere ogni legame con ISIS, un Frankenstein ormai in buona parte fuori controllo e pericoloso per tutti.

Un Frankenstein e un Giano bifronte.

Una crociata integralista che è anche organizzazione criminale transnazionale implicata in tutto ciò che il Profeta ha categoricamente condannato: narcotraffico, traffico d’armi, tratta degli schiavi, contrabbando, taglieggiamento, usura, rapimenti, distruzione di luoghi sacri islamici, uccisione in massa di musulmani, stupri di massa di musulmane.

La strategia russa si muove in conformità con le linee guida dalla lotta anti-mafia: estinguere i canali di finanziamento e tagliarli fuori dai mercati e dall’intelligence, isolare l’organizzazione rispetto alla popolazione, tagliare gli approvvigionamenti di armi, infiltrare le loro file con spie turche, iraniane, irachene, libanesi, cecene, ecc., corrompere i loro comandanti.

Questo sarà possibile solo a patto che i loro sponsor gli voltino le spalle, avendo ricevuto un’offerta migliore.

È una strategia che sta lentamente dando i primi frutti (ISIS executes top official for “coup attempt”, Now., 30 giugno 2015; Isis: fallita conquista pozzi petrolio, giustiziati 14 jihadisti, AGI, 22 giugno 2015

LA FUTURA UNIONE FRANCO-TEDESCA – L’Europa a cerchi concentrici

Oltre ai complotti immaginari, che usiamo per dare un volto e un nome alle forze impersonali dei mercati, qualche volta esistono le congiure autentiche. Nella cronaca recente, alcuni casi specifici evocano manovre concertate contro l’eurozona. La prima data è l’8 febbraio 2010: i più importanti hedge fund (Soros, Paulson, Greenlight, Sac Capital) concordano un attacco simultaneo all’euro in una cena segreta a Wall Street. Goldman Sachs e Barclays partecipano. L’accusa è contenuta in una dettagliata inchiesta del Dipartimento di Giustizia Usa. Un episodio successivo è datato 12 dicembre 2010. Quel giorno il New York Times rivela le «cene del terzo mercoledì di ogni mese»: riuniscono 9 membri di una élite di banchieri a Midtown Manhattan che rappresentano Goldman Sachs, JP Morgan Chase, Morgan Stanley, Citigroup, Bank of America, Deutsche Bank, Barclays, Ubs e Credit Suisse. In quella “cupola” si concordano operazioni sui derivati. Fonte dell’ accusa è nientemeno che Gary Gensler, capo della Commodity Futures Trading Commission cioè proprio l’ authority di vigilanza sui derivati. Il primo settembre 2011 è il Wall Street Journal a rivelare che lo stratega di Goldman Sachs Alan Brazil, in un rapporto confidenziale di 54 pagine, consiglia ad alcune centinaia di grossi clienti della banca delle operazioni di speculazione ribassista contro l’euro, con l’uso dei credit default swaps per lucrare dai fallimenti delle banche europee, spagnole in testa. In conflitto d’interessi, perché al tempo stesso Goldman Sachs è consulente del governo di Madrid. Infine è del 10 novembre 2011 il “giallo” mai chiarito della falsa notizia su un imminente downgrading della Francia: l’indiscrezione esce dalla Standard & Poor’s, suscitando violente oscillazioni sui mercati. Viene seguita da una smentita, ma intanto il danno è fatto.

Federico Rampini, La cupola dello spread tra teoria del complotto e attacco finale all’ eurozona, Repubblica, 25 luglio 2012

L’establishment tedesco non intende abbandonare l’euro, ma deve comunque assicurarsi che le crepe nelle mura difensive siano chiuse.

Per il resto ha già compiuto le sue scelte.

La Germania ha criticato l’intervento NATO in Libia, si è opposta a quello in Siria, ha rifiutato qualunque ipotesi di invio di armi in Ucraina, si è impegnata a fondo per pacificare i contendenti ucraini, ha riconosciuto Putin come un partner per il dialogo, ha promesso, per bocca della sua cancelliera, che una volta che la crisi ucraina sarà risolta si potrà tornare a progettare l’area di libero scambio da Lisbona a Vladivostok. Infine sostiene la proposta di Jean-Claude Juncker di istituire un esercito europeo indipendente dai comandi NATO (L’esercito europeo di Juncker “indebolisce la Nato”, Welt am Sonntag, 11 marzo 2015).

Queste prese di posizione spiegano come mai gli Stati Uniti sorveglino capillarmente i vari decisori tedeschi (I dubbi di Angela Merkel sulla Grecia spiati dalla Nsa americana, L’Espresso, 1 luglio 2015).

È dura stringere accordi con gente costretta a bisbigliare perfino a casa propria per paura di essere sentiti dagli americani. Non sto scherzando e non è un modo di dire.

Vladimir Putin, conferenza stampa annuale, 17 aprile 2014

Sorvegliereste costantemente una persona di cui vi fidate? Ovviamente no.

Andreste a Mosca a parlare di persona con Putin per sfuggire alla sorveglianza se non aveste nulla da nascondere? Ovviamente no.

È consigliabile badare più alle azioni di Angela Merkel che alle sue parole.

L’ipotesi di lavoro che va presa in considerazione è che Parigi, Berlino e Mosca stiano gettando le fondamenta di un nuovo ordine europeo ed euroasiatico, con tutte le cautele necessarie per evitare un conflitto globale.

In altre parole, a dispetto delle apparenze, stanno tenendo assieme l’eurozona, tra mille difficoltà e sabotaggi, per arrivare a formare un mercato comune euroasiatico, che potrebbe nascere prima del 2020, dopo il naufragio dei trattati commerciali TTIP e TPP.

La Cina non è rimasta a guardare ed ha buttato sul piatto un’offerta irrifiutabile: decine di miliardi di euro da investire nel quadro del piano Juncker per i progetti europei di sviluppo, in particolare nel settore della comunicazione digitale, del commercio elettronico e della realtà aumentata. Questo in cambio dell’assicurazione che l’Europa integrerà le sue infrastrutture nella Nuova Via della Seta (Li a Bruxelles promette sostegno a UE e Grecia, AGI, 29 giugno 2015).

È un’offerta vincente perché, a differenza della sua alternativa, il TTIP, crea posti di lavoro senza distruggerne, finanzia progetti strategici che languivano e modernizza le arterie commerciali del continente. Soprattutto, non presuppone la cessione di sovranità degli stati alle multinazionali, una vera e propria aberrazione giuridica, politica e morale che riporterebbe l’Europa all’epoca feudale.

Il direttorio franco-tedesco. Da decenni le grandi decisioni di politica interna ed estera europee vengono prese (tacitamente) da Berlino e Parigi. Sono le due nazioni più determinate a proseguire sul cammino dell’integrazione, nel quadro dell’Europa a più velocità, in cui ciascuna nazione europea decide quanta parte della sua sovranità desidera condividere con gli altri partner («Unione a cerchi concentrici» Berlino recupera l’idea del ’94, Corriere della Sera, 5 giugno 2012).

La Germania è il cuore dello spazio economico europeo e lo rimarrà. È opportuno che non assuma la leadership politica del continente, per ragioni storiche. Di qui l’utilità di un approfondimento dell’unione franco-tedesca a livello istituzionale, legislativo, fiscale dell’alta formazione e del mercato del lavoro. Questo sarà il nucleo centrale della futura Unione Europea, che sarà circondato da cerchi concentrici ad integrazione decrescente i quali, più esternamente, includeranno la Russia, il Nord Africa e la Turchia.

Questo progetto funzionerà se la Banca Centrale Europea lo sosterrà, se la Germania tornerà a far crescere i salari dei lavoratori tedeschi, se il piano Juncker per lo sviluppo delle infrastrutture sarà preso sul serio anche a livello globale (come ha fatto la Cina) e se il continente riuscirà a dotarsi di una politica estera e della difesa comune, con un esercito comune.

4. TELESCOPIO – MACROTENDENZE GLOBALI NEL LUNGO PERIODO

Da dieci anni a questa parte la copertura arborea del pianeta sta aumentando (Liu et al., Recent reversal in loss of global terrestrial biomass, Nature, 30 marzo 2015).

In tutto il mondo il tasso di omicidi è in calo da secoli, il numero di vittime di guerra scende, l’alfabetizzazione cresce esponenzialmente, la democrazia si diffonde (dal basso oppure dall’alto). Tutto lascia intendere che un futuro nonviolento, civile e prospero – senza bisogno di ricorrere a psicofarmaci e sorveglianza capillare – sia uno scenario plausibile (The Visual History of the Rise of Political Freedom and the Decrease in Violence, OurWorldinData).

In questi ultimi anni l’Africa si sta lasciando alle spalle la sua cronica dipendenza dall’esportazione di risorse (soggetta alla tirannia delle oscillazioni speculative dei prezzi) e ha imboccato la strada dello sviluppo del settore manifatturiero, dei servizi e dell’industria del turismo, con risultati davvero incoraggianti in termini di impiego, stabilità, alfabetizzazione, mortalità infantile, riduzione della disuguaglianza, crescita degli investimenti, realizzazione di infrastrutture strategiche (The twilight of the resource curse? Economist, 10 gennaio 2015).

Mentre il 10% più povero della popolazione mondiale resta agli stessi livelli di miseria delle generazioni precedenti, il restante novanta percento si sta progressivamente arricchendo. Negli ultimi 10 anni la proporzione di persone che vivono sotto la soglia di povertà si è quasi dimezzata (Nazioni Unite, We can end poverty, fact sheet 2015).

In Europa e Nord America le disparità aumentano, ma nel resto del mondo stanno diminuendo (Income Inequality Is Not Rising Globally. It’s Falling, New York Times, 20 luglio 2014).

L’80% dell’umanità sa leggere, scrivere e far di conto (World Bank, World Development Indicators, 2015).

L’aumento della popolazione mondiale è dell’1,1% annuo, un tasso dimezzato rispetto al 1960. Quello della produzione di cibo è di circa il 2% all’anno (Fonte: OECD-FAO). Produciamo molto più cibo di quel che consumiamo. Volendo, nessuno dovrebbe morire di fame.

Il tasso di fecondità è sceso da 4.95 figli per donna nel 1950 a 2.36 e secondo i demografi dell’ONU il 2014 è stato l’anno del picco di nascite. D’ora in poi sarà solo il numero di adulti ad aumentare (Hans Rosling, twitter, 6 giugno 2015).

Per chi teme la complessità dell’amministrazione delle megalopoli: il livello di urbanizzazione del pianeta cresce sì impetuosamente, ma disarmonicamente. Mentre nei paesi emergenti la tendenza è fortissima, nei paesi “emersi” le cose vanno diversamente. In Oceania le aree metropolitane si spopolano, in Europa non crescono, nel Nord America crescono di poco (e probabilmente per via dell’inclusione nell’analisi del Messico) (World Urbanization Prospects, United Nations, 2014). Per molti il futuro non riserverà una netta, rigida separazione dalla natura – non ce lo potremmo permettere: la natura risveglia la nostra vita spirituale e lenisce i nostri patemi.

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About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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