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“Come il pastore separa le pecore dalle capre (e dai babbuini)” – psicopatie e democrazie nel terzo millennio

“Come il pastore separa le pecore dalle capre (e dai babbuini)” – psicopatie e democrazie nel terzo millennio

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Non va dimenticato che il principio di maggioranza in democrazia dispone di un formidabile potenziale evocativo, il quale è rafforzato dall’ovvietà offerta dai numeri e dal prestigio loro conferito dalla modernitàe purtroppo, coi numeri, anche solo virtuali, si può fare non solo molto, ma pure troppo.

Alfio Mastropaolo, “La democrazia è una causa persa?

Utopistica non è affatto la rappresentazione platonica dello Stato, come per negligenza o conformismo si continua acriticamente a ripetere. Utopistico sarebbe, al contrario, credere che l’uomo possa da sé procurarsi uno Stato nel quale dominino la «pace» (eiréne), il «rispetto reciproco» (aidós), una «buona legislazione» (eunomía) e la «giustizia non invidiosa» (aphtonía díkes), vale a dire ciò che solo la guida del «pastore del mondo» poteva assicurarci. Per la stessa ragione per la quale sarebbe stolto affidare alle capre il governo delle capre, «nessuna natura d’uomo è capace di governare tutte le cose umane con potere assoluto senza riempirsi di tracotanza e di ingiustizia» (Leggi, IV, 713 c-d).

In un contesto e con motivazioni differenti, Thomas Hobbes ribadirà a suo modo l’assunto platonico. Non vi è proprio nulla di «naturale», né ancor meno di «divino», nella politica. Ad essa ricorriamo solo perché ne siamo costretti dalla paura, perché tramite essa vogliamo sottrarci al rischio incombente di subire violenza, preservando la nostra incolumità. Il contratto fra lo Stato e i cittadini non scaturisce da una opzione positiva e non corrisponde ad alcuna prospettiva salvifica. È fondato piuttosto sul realistico riconoscimento che l’unica alternativa alla politica è la guerra, anzi: il bellum omnium contra omnes.

Ecco, dunque, ciò che non si deve «dimenticare», se si vuole evitare di fare la fine degli incauti compagni di Ulisse. Che siamo così lontani dal vivere in un mondo «bene ordinato», da poter perfino affermare di trovarci piuttosto in un mondo in cui tutto gira alla rovescia. Che quella creazione interamente artificiale che è lo Stato riproduce – né potrebbe essere diversamente – tutti i limiti degli uomini che di esso sono artefici, al punto da non poter essere concepito se non come organismo affetto da malattie mai definitivamente estirpabili… La radice vera dell’antipolitica, nelle sue formulazioni meno becere, sta tutta in questa «dimenticanza». Consiste nel pretendere che la politica funzioni come rimedio «assoluto», come farmaco senza effetti tossici. L’antipolitico vive ancora nell’«incantamento» dell’età di Crono, si illude che i cittadini possano ancora essere «gregge divino». Esige che la politica sia ciò che non può essere, una panacea, anziché un phármakon. Si sente tradito perché la politica non è accompagnata dalla «buona legislazione» e dal «rispetto reciproco», e ancor meno dalla «pace» e dalla «giustizia». Appassionato amante deluso dal suo amato, l’antipolitico rimprovera alla politica di non corrispondere all’immagine che aveva ingenuamente vagheggiato.

Umberto Curi, Macché antipolitica, è iperpolitica, Corriere della Sera, 13 gennaio 2015

Sospetto che il nostro tempo non sia semplicemente o principalmente un’età di follia ma un’età di psicopatia. Più precisamente: penso che una nota chiave della nostra epoca sia la manipolazione psicopatica di ansie psicotiche. Si fa leva sull’annichilimento apocalittico e su altri terrori catastrofici, approfittandosene.

Michael Eigen, “Età di psicopatia”, Milano: Angeli, 2007, p. 15.

Non deve dunque meravigliarci il fatto che molti psicopatici occupino delle posizioni di comando; ci meraviglia il fatto che in tali posizioni non ce ne siano in numero ancora maggiore…uno dei grandi problemi di ogni società, di ogni istituzione politica o di altre grandi istituzioni, consiste nell’impedire che, con il tempo, degli psicopatici privi di scrupoli, compensati e socialmente integrati, prendano in mano il potere…sono convinto che una democrazia nella quale i cittadini non siano in grado di smascherare gli psicopatici sia destinata a essere distrutta da demagoghi assetati di potere

Adolf Guggenbühl-Craig, “Deserti dell’anima: riflessioni sull’eros e sulla psicopatia”, 2001, pp. 177-179.

Una proporzione di esseri umani che si aggira tra il 2 e il 6% è psicopatica.

Dobbiamo smetterla di prenderci in giro. Le libertà democratiche hanno consentito a una grossa parta di questa minoranza fortemente antisociale  di arrivare al potere e di mostrarci la loro singolare interpretazione del concetto di “libertà”: Fai ciò che vuoi sarà tutta la legge (Aleister Crowley, 1904).

Le libertà di pochi (privilegi senza responsabilità) hanno molto più peso di quelle dei molti (concessioni a tempo determinato).

Viviamo nell’illusione di essere liberi, di vivere in una democrazia, finché non incappiamo nel prossimo bullo impenitente e impunito. Ma siamo pronti a rientrare subito nei ranghi del consenso: in fondo siamo liberi perché siamo licenziosi, perché abbiamo a disposizione gadget hi-tech, perché possiamo insultarci liberamente sui social network. Possiamo persino scegliere se votare Bibì o Bibò.

La democrazia si è suicidata e la nostra civiltà si è progressivamente sociopatizzata (Psicopatici al potere, Huffington Post, 12 aprile 2014; Chi è psicopatico fa più carriera, la Stampa, 23 aprile 2014; The psychopath’s guide to finance careers, FT, 5 gennaio 2014; Quand les patrons psychopathes nous empoisonnent la vie, Le Monde, 11 febbraio 2013; The Disturbing Link Between Psychopathy And Leadership, Forbes, 25 aprile 2013; Les 10 métiers où l’on trouve le plus de psychopathes, Huffington Post, 8 novembre 2012; Is Wall Street Full of Psychopaths?, the Atlantic, 29 marzo 2012; Beware corporate psychopaths – they are still occupying positions of power, the Independent, 29 dicembre 2011).

La democrazia è un ricordo in Occidente (Gli Usa non sono una democrazia ma un’oligarchia”. Uno studio di Princeton, L’Antidiplomatico, 18 aprile 2014; Zagrebelsky, Canfora, Preterossi, La maschera democratica dell’oligarchia, 2014; Usa, quegli inutili progetti del Pentagono costati dieci miliardi di dollari, Repubblica, 5 aprile 2015) e, in Oriente, viene ostacolata dalla vecchia guardia cinese in una feroce lotta di potere tra costituzionalisti e anti-costituzionalisti che segnerà il destino di quella che sarà la potenza egemone dei prossimi due secoli, e quindi il destino del mondo (Il caso delle parole mancanti di Xi Jinping: Chi ha omesso il costituzionalismo? Epoch Times, 11 settembre 2014; The paradox of Xi Jinping’s political power, China Spectator, 2 marzo 2015; Towards a Cosmopolitan Constitutionalism: On Universalism and Particularism in Chinese Constitutionalism, Chin J Comp Law (2015) 3 (1): 78-96, 2015).

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LA RIVOLTA DEI BABBUINI DELLA FINANZA INTERNAZIONALE

Circa 30 anni fa una terribile epidemia di tubercolosi fulminante fece fuori tutti gli esemplari aggressivi e dispotici che “tiranneggiavano” un branco di babbuini della savana keniota. Sopravvissero solo i maschi più miti, che erano stati lasciati indietro durante una scorreria in cui era stato contratto il morbo. Questi, assieme alle femmine, costruirono una società meno violenta, più equa, meno gerarchizzata, più rispettosa delle femmine e degli esemplari più deboli.
I più forti non se la prendono con le femmine e i deboli ma piuttosto con altri esemplari della loro taglia e forza, in duelli equilibrati e più onorevoli. C’è più “comunicazione” e “diplomazia” e un minor uso della forza per imporre la propria volontà. Questo tipo di codice di condotta è una vera e propria rarità tra i babbuini.

L’aspetto interessante della questione è che questo nuovo modello sociale ha saputo resistere all’afflusso di babbuini maschi provenienti dall’esterno, perché il branco ha imparato a far capire fin dall’inizio quali sono le sue regole, a farle rispettare e a scacciare i bulli.

I livelli di secrezioni ormonali mostrano che i babbuini di questo gruppo sono molto meno stressati di tutti gli altri loro simili (No Time for Bullies: Baboons Retool Their Culture, New York Times, 13 aprile 2004).

Una cosa del genere sembra stia accadendo sul nostro pianeta, tra le nazioni.

È probabile che, a questo punto, il corrispettivo umano dei babbuini bulli di cui sopra, i sedicenti “Padroni dell’Universo”, si siano resi conto di non esserlo e che i problemi che hanno accumulato nella loro furia rapace (Borsa, i nuovi padroni? BlackRock e i megafondi. «Ma così cresceremo», Corriere della Sera, 16 aprile 2015) non se ne andranno, non possono essere nascosti e non si sistemeranno da soli.

Stanno perdendo anche gli ultimi margini di manovra su quando aprire le paratie (I campanelli d’allarme di Blackrock e Allianz, Repubblica, 7 aprile 2015).

Altro che Vajont!

La creazione di AIIB serve principalmente ad arginare l’imminente esondazione, superando la trappola del dollaro, che impone un assetto monarchico e violentemente aggressivo a un mondo che desidera essere multipolare (democratico) e più cooperativo.

La trappola del dollaro funziona così:

(1) Le transazioni del commercio internazionale sono in gran parte svolte in dollari americani;

(2) gli Stati Uniti hanno la possibilità di continuare a stampare dollari a volontà, senza doversi preoccupare delle conseguenze inflattive, perché tanto ricadono sul resto del mondo;

(3) il dollaro, come le altre monete, è una valuta legale (fiat), ossia priva di valore intrinseco e quindi del tutto inadatta a preservare le ricchezze dei singoli e delle nazioni. Poiché non è coperta da riserve di materiali che abbiano valore intrinseco, ha valore finché convenzionalmente si stabilisce che ne abbia. Oltre 1000 tra basi e strutture militari statunitensi sparse sulla faccia del pianeta hanno finora puntellato questo consenso intorno al valore del dollaro;

(4) per questa ragione gli Stati Uniti (come in precedenza il Regno Unito) si trovano in una posizione di privilegio che permette di assorbire una grossa parte delle ricchezze prodotte nel resto del mondo, legalmente, senza alcuna contropartita. Promettono sicurezza e stabilità, ma in realtà sono stati coinvolti in una guerra per 222 dei loro 239 anni di esistenza.

Ora il resto del mondo ha trovato il modo di by-passare il sistema dollaro-centrico (Wall Street, Banca Mondiale, FMI, Banca asiatica di sviluppo) e sfuggire a questa riscossione di un pizzo legalizzato (Tutti vogliono un posto nell’Aiib della Cina (tranne gli Usa), Limes, 16 aprile 2015).

La Cina può usare le sue riserve in dollari per promuovere lo sviluppo economico dei paesi emergenti, traendone immensi benefici (Il più grande investimento estero della Cina, Huffington Post, 19 aprile 2015), perché è l’economia reale a ricevere iniezioni di liquidità, non rendite finanziarie interessate a creare bolle speculative.

In pratica, più dollari stampano gli USA, più risorse si sfilano dalla sfera egemonica americana in direzione dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO) e più il dollaro sarà abbandonato in favore di altre valute (nuovo euro, renminbi, yen, ecc.), inondando l’economia americana come un gigantesco tsunami di “riflusso”.

Un sistema che consentiva agli Stati Uniti (agli interessi bancari che li controllano) di raccogliere la frutta coltivata da altri è stato trasformato in un sistema in cui gli USA irrigano e altri raccolgono.

I babbuini psicopatici sono sotto scacco, traditi dalla loro avidità, egotismo e tracotanza (Banche e derivati: arriva la peggiore catastrofe della storia finanziaria? FQ, 14 ottobre 2014; Several banks considered too big to fail are even bigger, Los Angeles Times, 17 settembre 2013).

I già citati etologi temevano che l’utopia post-catastrofica creata dai babbuini sarebbe stata sovvertita se due o tre giovani babbuini sufficientemente forti e dispotici fossero giunti contemporaneamente dall’esterno, determinati a ripristinare l'”ordine naturale babbuinico“, fortemente social-darwinista.
La civiltà umana è più resiliente di una banda di babbuini. Può prendere delle contromisure preventive perché, grazie al cielo, la selezione culturale prevale su quella naturale.

Platone e Confucio puntavano su una severissima selezione della classe dirigente, da trasformare in un’élite di persone competenti e savie, al completo servizio della società.

Il pensiero libertario costituzionalista occidentale contemporaneo spinge invece nella direzione della democrazia deliberativa (La democrazia perduta e la democrazia riconquistata), architettura in cui la progressiva automazione del lavoro dovrebbe offrire alla popolazione molto più tempo per occuparsi delle questioni realmente importanti.

Io penso che questi due modelli siano complementari e che solo una stretta collaborazione tra Oriente e Occidente ci aiuterà a trovare la quadratura del cerchio, armonizzando l’individualità democratica euro-americana con il comunitarismo cooperativo asiatico, il rigore nordico con l’energia e e la forza di volontà dei paesi emergenti.

Dei blocchi valutari regionali (euro, renminbi, altyn, ecc.) coordinati globalmente sarebbero l’ideale per questo tipo di sinergia culturale planetaria.

In qualche forma più civile ed equanime, l’euro andrebbe salvato.

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E’ possibile che il mondo non-occidentale la pensi allo stesso modo e stia procedendo proprio in questa stessa direzione (2015 – Il crack mondiale non avrà luogo, GEAB, aprile 2015; Isolated Greece pivots east to Russia, China and Iran. But will it work? Telegraph, 6 aprile 2015; Vertice a Roma: il G77+Cina rigetta le sanzioni Usa contro il Venezuela, l’Antidiplomatico, 20 aprile 2015; I G77 oggi producono più Pil e chiedono nuove regole, Notizie Geopolitiche, 12 aprile 2015), attuando, su iniziativa cinese, un’imprevedibile e potenzialmente molto promettente, fusione di Kant, Confucio, Marx, Laozi, Mozi, Platone e Sun Yat-sen, quest’ultimo un ammiratore di Paolo di Tarso e di Abraham Lincoln (C’è un nuovo sceriffo in città! Il secolo cinese, da Kant a Canton, FuturAbles, 28 marzo 2015; Xi Launches Cultural Counter-Revolution To Restore Confucianism As China’s Ideology, Huffington Post, 29 settembre 2014; Good Guy Xi Jinping, President of China, Confronts Bad Habits and Ugly Vices: Calls for Virtues and Caring Hospitality, East and West, Huffington Post, 10 ottobre 2013; Helmut Schmidt, China regieren, 4 dicembre 2014; La strage dei Proci – è cominciata la guerra mondiale alla corruzione, FuturAbles, 10 febbraio 2015).

Si rispolvera una scambievole intimità intellettuale tra Oriente e Occidente di lunga data, progressivamente compromessa e poi negata nel corso dell’epoca coloniale, per non indebolire le rivendicazioni egemoniche delle potenze imperiali (Alessandra Chiricosta, Influenze cinesi nel pensiero kantiano; Thomas McEvilley, The Shape of Ancient Thought: Comparative Studies in Greek and Indian Philosophies, New York: Allworth Press, 2002).

Non sarà  una sfida da poco, perché la democrazia, come avevano segnalato Platone e Tocqueville, inevitabilmente sconta alcuni difetti strutturali.

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LE MAGAGNE DELLA DEMOCRAZIA

Se solo potessimo parlarci con rispetto, spiegarci in modo chiaro e ascoltarci con attenzione, potremmo lasciarci alle spalle i sentimenti feriti e raggiungere – se non un consenso – almeno una migliore comprensione dei nostri interessi comuni, della nostra dignità. Eppure, con le ferite ancora aperte e il risentimento che ribolle, i tentativi di confronto (sia online che di persona) il più delle volte vengono frustrati. Le voci più forti e più arrabbiate spesso hanno la meglio. Studenti e docenti si ritirano nelle loro cricche, ripetendo le medesime opinioni a persone che già la pensano come loro invece di scambiare pareri con chi non è d’accordo. I più moderati tra noi staccano volontariamente la spina, si sganciano e osservano il tutto da bordo campo o addirittura cambiano canale. Alcuni si domandano perché le virtù intellettuali che pratichiamo in classe sembrano improvvisamente merce rara al di fuori della classe. Le nostre teorie pedagogiche valorizzano la discussione aperta, ma l’esperienza ci delude.

Ben Berger, The Accidental Theorist: Diana Mutz’s Normative and Empirical Insights

Quando le persone reali discutono di politica con gli amici e collaboratori, probabilmente non articolano argomentazioni o ragionamenti nuovi come invece auspicherebbero i teorici della democrazia deliberativa. Dopo tutto, anche questi intellettuali che si propongono come “professionisti” usano in gran parte argomentazioni politiche rimasticate. Ma i cittadini hanno bisogno di imparare a scegliere tra tesi contrapposte, farle circolare tra loro, testarle in una conversazione informale e scartare quelle implausibili. il mercato delle idee non funziona correttamente se le élite politiche sono le uniche ad essere coinvolte.

Diana C. Mutz, Hearing the Other Side: Deliberative Versus Participatory Democracy, pp. 149-150

Pur favorendo spostamenti nel profilo delle preferenze, un processo decisionale di stampo deliberativo e altamente strutturato influisce su chi non ha ancora delle opinioni chiare in merito ad un problema pubblico e alle sue soluzioni, ma difficilmente riesce a modificare le preferenze una volta che si sono formate.

Stefania Ravazzi, La deliberazione in un processo decisionale. Alcune riflessioni a partire da un caso di studio, 2006

Le previsioni del tanto vituperato rapporto curato da Michel Crozier, Samuel Huntington e Joji Watanuki per la famigerata Commissione Trilaterale (“La crisi della democrazia“, 1975) si sono puntualmente avverate.

In un sistema a risorse limitate – e questa è la grande menzogna perpetuata dagli ambienti oligarchici per giustificare uno status quo fatto di ipergerarchie e servitù debitoria – la democrazia è perfettamente in grado di suicidarsi.

PROBLEMA NUMERO 1 – MAGGIORANZE TIRANNE

Quando una maggioranza è unita da un comune interesse, i diritti della minoranza sono incerti.

James Madison

La volontà di tutto un popolo non può rendere giusto quel che è ingiusto.

Benjamin Constant

Le iniziative referendarie dei cittadini statunitensi che si proponevano di limitare i diritti civili altrui hanno riscosso uno straordinario successo: gli elettori hanno approvato più di tre quarti di queste, pur approvando solo un terzo di tutte le iniziative e referendum popolari.

Rispetto a questo problema, rimando alle esemplari ricerche del Centre for Research on Direct Democracy (Università di Zurigo) e in particolare alle analisi di Lorenz Langer, Yanina Welp, Uwe Serdült, come pure agli studi di Anna Christmann (Can democracy be too direct? 1 ottobre 2014), Manuel Arriaga (Reboot Democracy, 2014), George Kateb (Against populism, 2012) e Gustavo Zagrebelsky.

Hanspeter Kriesi, uno specialista di democrazia diretta, nonché direttore del programma nazionale di ricerca «Sfide della democrazia nel XXI secolo», presso il dipartimento di politica comparata all’Università di Zurigo, ha rilevato che le campagne referendarie elvetiche sono molto spesso impregnate di appelli alle emozioni e tenaci pregiudizi in favore delle indicazioni di voto del proprio partito di riferimento. Moltissimi elettori decidono fin dall’inizio che cosa voteranno, cambiando idea molto di rado e facendo proprie le argomentazioni che raccolgono durante la campagna referendaria solo per razionalizzare scelte predeterminate e di carattere emotivo.

PROBLEMA NUMERO 2 – BULLISMO DEMOCRATICO

Chi si sa mettere empaticamente nei panni degli altri trarrà beneficio dall’essere esposto alla variabilità delle prospettive sul mondo e diventerà più curioso, tollerante, aperto, strenuo difensore dei diritti altrui. Per chi, invece, è poco empatico e più rigido nell’assunzione di punti di vista diversi dai suoi, la medesima esposizione alla diversità sortirà effetti opposti, riducendo la tolleranza nei confronti di idee politiche opposte (Mutz 2006).

Il confronto democratico tende ad aggravare l’intolleranza degli insensibili

PROBLEMA NUMERO 3 – FUGA DALLA DEMOCRAZIA

In “Hearing the Other Side: Deliberative versus Participatory Democracy”, l’esperta di scienze politiche Diana C. Mutz ha riepilogare molto efficacemente uno dei nodi della questione:

Le personalità miti e delicate si astengono dal partecipare in modo da non offendere nessuno, mentre i bulli politicamente ed ideologicamente radicalizzati governano il mondo.

Riunioni condominiali, assemblee di attivisti per più democrazia, tavoli di associazioni, consigli direttivi, parlamenti, ecc.: dappertutto entra in gioco la stessa dinamica.

Il confronto democratico tende ad aggravare l’autoisolamento dei sensibili.

PROBLEMA NUMERO 4 – EFFETTO GREGGE

Quanto più una persona è esposta a punti di vista che cozzano con le sue più radicate convinzioni, tanto più si astiene dal dibattito politico, scientifico, ecc. oppure tende a circondarsi di persone che la pensano come lei (Mutz 2006), avendo a disposizione strumenti più sofisticati per filtrare i suoi contatti col resto del mondo (es. social network, forum online, media online, gentrificazione, emigrazione, associazionismo, ecc.).

PROBLEMA NUMERO 5 – IL TROPPO STROPPIA

Il tasso di astensionismo negli USA e in Svizzera è davvero altissimo principalmente perché gli elettori sono chiamati a votare su mille questioni ma desiderano anche coltivare una vita privata, non essere costretti alla cittadinanza attiva totale e permanente, come nei sogni di J.J. Rousseau. Essere cittadini non può trasformarsi in un lavoro a tempo pieno (Mutz 2006).

Il confronto democratico insistito genera astensionismo, saturazione, rigetto.

RISULTATO:  AMERICANI (E CINESI) PREFERISCONO PLATONE

Tutta la storia della filosofia occidentale non è che una serie di note a margine su Platone.

Alfred North Whitehead

La maggior parte degli Americani (degli occidentali?) a parole condanna il modello cinese ma, quando si tratta di rispondere a questionari, sondaggi e interviste di scienziati sociali, poi dichiara di non volersi occupare di politica, di non avere tempo per formarsi un’opinione su questioni delicate e complesse, di preferire un sistema in cui dei politici altruisti e corretti fanno quel che va fatto e non c’è alcun bisogno di buttare il proprio tempo per sorvegliare le loro azioni o inazioni (Theiss-Morse & Hibbing 2002).

Di fatto, questi orientamenti valoriali non differiscono per nulla da quelli dei cittadini cinesi, in gran parte (63%) convinti di vivere in una democrazia per tutto quel che veramente conta ai loro occhi: efficienza, prosperità, sicurezza, sviluppo, assistenza nei momenti di bisogno, assunzione di responsabilità da parte dei politici (Tianjian Shi, Democratic Values Supporting an Authoritarian System).

La Cina contemporanea sembra muoversi nella direzione della Politeia platonica (China’s Rotational Ruler Model, International Policy Digest, 30 luglio 2013).

Nel Crizia, Platone ci fornisce un esempio di questa repubblica ideale: l’Atene che sconfisse Atlantide, un impero che si estendeva dall’Atlantico all’Italia e all’Egitto. È un’Atene che ha poco a che vedere con l’Atene storica, più simile invece ad Atlantide, o agli Stati Uniti d’America dei giorni nostri. Chissà cosa avranno pensato gli ateniesi dell’epoca di Platone nello scoprirsi così atlantidei: espansionisti, imperialisti, corrotti, ostentatori, plutocratici, edonisti, avidi, iniqui, incuranti delle virtù e contagiati dalla venalità. Per Platone gli Ateniesi, come gli Atlantidei, avevano scordato che è facile fare i bulli quando si è i più forti, ma prima o poi la forza si affievolisce, o le vittime si alleano. E allora sono guai. I babbuini insegnano.

Sempre secondo Platone, questa coazione a ripetere atti di tracotanza per poi finirne vittima è una maledizione tipicamente umana e può essere curata solo educando i cittadini a diventare persone giuste, che costruiscono società giuste, rette da leggi giuste e governate da individui speciali, selezionati sulla base dei talenti dimostrati dalla più tenera età ed educati all’uopo, che abbiano ben chiaro in mente quale sia l’interesse generale e siano pragmatici, virtuosi, disinteressati alla ricchezza e al potere fine a se stesso, dediti al servizio della comunità:

A meno che i filosofi regnino nelle città, oppure coloro che oggi sono detti re e “potenti” non si dedichino in modo autentico e adeguato al filosofare, e non vengano riunificati il potere politico e la filosofia, rendendo impossibile che, come invece accade perlopiù oggi, le due forme di vita procedano separate, non ci sarà remissione dei mali delle città e, credo, neppure del genere umano (Repubblica, V, 473c-d)

Il resto della società potrà continuare ad agire nel segno del proprio tornaconto, ma con moderazione, senso del limite, auto-disciplina. Chi sta in alto avrà il compito di assicurarsi che la somma degli egoismi individuali assuma una forma cooperativa: la competizione al servizio della cooperazione e non vice versa, come invece accadeva ad Atlantide. Se un guardiano sgarra, si becca il cartellino rosso.

Alla fine l’intera comunità è felice, perché il rispetto delle regole la rende pacifica, collaborativa, ricca, sana. Essere sopraffattori in un mondo sempre pronto a sopraffarti è estenuante, salvo che per chi è già psicopatico. Ma Platone ha in mente una società a prova di psicopatici, perché solo quella sarebbe una società ideale in cui chi si trova alla sommità della piramide è votato al servizio della società e non vice versa.

C’è bisogno di dire che tra realtà e idealità c’è di mezzo la natura umana?

Singapore è un esempio di totale perversione dei principi platonico-confuciani (Lee Kuan Yew is finally dead — and America’s elites are eulogizing a tyrant and psychological monster, Salon, 1 aprile 2015).

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CHE SI FA, DUNQUE?

Mentre la Svizzera si interroga su come tenere a freno gli eccessi democraticistici che stanno vanificando le iniziative popolari (Democrazia diretta da rivedere, TV Svizzera, 8 aprile 2015), i cinesi, pur rifiutando la democrazia liberale nel governo della nazione, ricorrono ai pionieri australiani e nordamericani della democrazia deliberativa per introdurre più democrazia nella sfera locale (How Can a Democracy Solve Tough Problems? Time, 2 settembre 2010; The Continued Search for Deliberative Democracy in China, 2012; Consultation and Deliberating in China: The Making of the Recent Healthcare Reform, 2012; China’s Experiment with Democracy, Huffington Post, 28 maggio 2014; Discourses on Chinese-Style Democracy in China, 2014; Online Consultation and Governance Reform in Chinese Ministries and Provinces, 2014).

Se ho inteso bene, la dirigenza cinese ha in mente quanto segue:

  • Un ordine multilaterale kantiano per la governance planetaria.
  • Una politeia platonica per la governance nazionale.
  • Forme di democrazia deliberativa per la governance locale.

È possibile che questo modello possa servire a neutralizzare plebiscitarismo, elitismo tecnocratico, unilateralismo e le tattiche di compromesso al ribasso tipiche della democrazia deliberativa, che avvantaggiano chi desidera conservare lo status quo?

Ma, soprattutto, è questa la formula migliore per separare gli psicopatici dagli empatici? (From a sociopathic civilisation to a socio-therapeutic civilisation, WazArs, 15 ottobre 2014).

AGGIORNAMENTI
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About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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