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C’è un nuovo sceriffo in città (parte II) – governo mondiale o governance mondiale?

C’è un nuovo sceriffo in città (parte II) – governo mondiale o governance mondiale?

Supponiamo infatti che nasca uno Stato Mondiale, che bandiere e frontiere non siano più riconosciute; supponiamo scompaiano tutte le uniformi, salvo quelle del sacro poliziotto cosmopolita. Il mio interlocutore riterrebbe di poter negare ad una parte dello Stato Mondiale il diritto di ribellarsi contro la sua restante parte, se si considera tiranneggiato, come i Francesi si rivoltarono nel diciottesimo secolo? Se proibisce la ribellione, nega il principio basilare del liberalismo. Se invece la consente, consentirebbe anche la guerra, semplicemente una guerra priva dei canti, delle musiche e degli emblemi che le conferiscono una certa poeticità e distinzione. Lo Stato Mondiale sarebbe autorizzato a sparare ai suoi prigionieri di guerra: questa sarebbe quasi l’unica differenza.

G. K. Chesterton, Illustrated London News, May 29, 1915.

Non vedo come si possa letteralmente porre fine alla Guerra a meno che non siamo in grado di porre fine alla Volontà. Gli ortaggi sono di norma pacifisti, ma diventare un ortaggio non è un prezzo che sono disposto, o addirittura in grado, di pagare.

G. K. Chesterton, Illustrated London News, October 28, 1916.

Un’Europa con un esecutivo molto forte che si relaziona con piccole realtà regionali potrebbe determinare la morte degli Stati (il che in astratto potrebbe anche essere un bene) e aprire la via all’affermazione di un governo non propriamente e comunque non sostanzialmente democratico.

Luciano Monti, “Il mito d’Europa”, 2000

L’articolo precedente – C’è un nuovo sceriffo in città! Il secolo cinese, da Kant a Canton – ha suscitato alcune perplessità che mi obbligano a tornare sull’argomento.

Inizio con una precisazione che non reputavo necessaria. Il lettore deve tener conto del fatto che questi sono articoli divulgativi condivisi gratuitamente in rete, a fini promozionali. Non si può pretendere una trattazione esaustiva di un passaggio storico dell’evoluzione della civiltà umana neppure da un libro, figuriamoci da un articolo, per quanto lungo.

Non ho ancora incontrato nessuno che abbia ben chiaro in mente cosa succederà. Chi lo sa tiene la bocca chiusa. Possiamo solo limitarci a ricostruire uno scenario più plausibile di altri sulla base dei tasselli del mosaico che abbiamo a disposizione:

  1. La manipolazione da parte dei banchieri occidentali del prezzo dell’oro ha avvantaggiato la Cina (e Russia, India, ecc.) che ha accumulato “furtivamente” immense riserve auree, liberandosi nel contempo dei titoli di stato americani, che al momento sono ampiamente sopravvalutati, anche grazie ad una politica monetaria della BCE che ha (volutamente?) indebolito l’euro e rafforzato il dollaro, rendendo possibile (autolesionisticamente o scaltramente?) il più imponente trasferimento aureo della storia, da Occidente a Oriente;
  2. L’economia americana è alla frutta e il governo cinese ha preso delle contromisure per sostenere comunque la domanda della sua produzione, autorizzando una grandiosa strategia edilizia e delle infrastrutture, in Cina ma anche in Africa (le famigerate “città fantasma”), in vista di un prevedibile boom dei consumi domestici dovuto al forte innalzamento del tenore di vita afro-asiatico e all’accelerazione della migrazione verso i centri urbani;
  3. La guerra valutaria globale non dichiarata che è in corso terminerà con una Depressione fenomenale, che si farà sentire ferocemente nel Nord America e in Europa, ad iniziare, come negli anni Trenta, dal sistema bancario austriaco (ferito gravemente dai mutui in franchi svizzeri) e dall’eredità avvelenata di Haider (In Austria il primo fallimento pilotato di una banca: per Hypo Alpe pagheranno anche i creditori, Repubblica, 1 marzo 2015; La regione austriaca che rischia il default, Linkiesta, 10 marzo 2015);
  4. Questa depressione metterà fuori gioco il dollaro. L’euro, da moneta unica di una parte del continente potrebbe diventare moneta comune dell’intero continente, per essere usato un giorno fino a Vladivostok (Tsipras-Putin, asse nell’energia: Grecia pronta a diventare il nuovo hub del gas russo, Sole 24 Ore, 8 aprile 2015). Con la fine della Depressione, anticipata grazie a un piano Marshall cinese, l’Europa non sarà più parte della NATO, ma appendice occidentale dell’Asia;
  5. Lo yuan/renminbi sarà già stato inserito nel paniere dei Diritti Speciali di Prelievo del FMI, la Cina dichiarerà le sue riserve auree e la sua valuta diventerà la nuova moneta egemone, la nuova valuta di riserva globale, finalmente sostenuta dall’oro, da una solida base manifatturiera e dall’alleanza strategica con la Russia, che può coprire il suo fabbisogno energetico. In pratica i cinesi hanno ricreato le condizioni in cui si trovavano gli USA prima di Nixon;
  6. A quel punto la strategia obamiana di contenimento della Cina diventerà oggetto di cordiale dileggio (il contenimento della Cina, Limes, 9 settembre 2014);
  7. Nel giro di una generazione le lingue europee assimileranno un considerevole numero di termini ed espressioni cinesi ed orientali (come già successe con l’arabo e l’inglese) e vice versa.
  8. Prima di Hitler e dell’occupazione nazista dell’Europa, Irlanda, Regno Unito, Francia, Spagna e Portogallo erano tutte inserite nello stesso fuso orario, un’ora indietro rispetto a Berlino. Poi Franco e Pétain allinearono il tempo franco-spagnolo a quello tedesco per compiacere Hitler; dopo la guerra non si tornò più indietro. Invece il Regno Unito, che aveva uniformato il suo tempo a quello tedesco per poter coordinare meglio i combattimenti, terminata la guerra si riprese il suo tempo, quello del Meridiano del Borgo reale (!) di Greenwich che, in quanto “meridiano fondamentale”, definisce tutti gli altri meridiani dai tempi dell’impero britannico. Non saranno solo le lingue a cambiare, ma anche l’interpretazione degli eventi storici e forse perfino cronometria e cronologia.

A questo punto è importante capire la differenza tra governo mondiale e governance globale.

Il governo mondiale è l’imposizione di un unico ordinamento giuridico, o quantomeno di un’unica prassi economico-finanziaria, a un intero pianeta (es. Washington Consensus).

Questo scenario è ormai impraticabile. Non ci sarà alcun governo mondiale con una singola valuta globale ed un unico codice di leggi applicabili ad ogni nazione e popolo.

La macrotendenza più vistosa della nostra epoca è quella del decentramento: Scozia, Catalogna, Québec, Lombardia e Veneto, Novorussia e Crimea, Tibet, Kurdistan, Grecia, l’intera Unione Europea nei confronti della NATO (progetto di creazione di un esercito europeo), i BRICS nei confronti dell’ordine anglo-americano, ecc.

L’altro megatrend è lo slittamento dalla competizione selvaggia incernierata nella dottrina neoliberista a una rivalità collaborativa, più adatta a un pianeta fittamente interconnesso in cui la sorte degli uni si ripercuote su quella di tutti gli altri (The key to our happiness is connection, not competition, Guardian, 20 marzo 2015).

È in atto una progressiva elvetizzazione del mondo (Il nuovo ordine mondiale sarà il modello elvetico applicato su scala planetaria, FuturAbles, 24 gennaio 2015).

Lo scopo di una governance mondiale, al contrario, è quello di evitare la balcanizzazione del pianeta, con una miriade di microstaterelli che si spendono principalmente per difendere il proprio orticello, la propria identità, le proprie prerogative, magari imponendo internamente un pensiero unico “difensivo” marcatamente reazionario, narcisista e campanilista, senza controbilanciare la legittima aspirazione all’autogoverno con un’altrettanto necessaria e auspicabile aspirazione alla fratellanza umana, all’equa condivisione delle risorse, alla formulazione di programmi di sviluppo condivisi, giusti, pacifici, rispettosi dell’ambiente e della dignità delle persone, per l’intero consorzio umano.

C’è chi, come per esempio Jacques Attali, una delle figure più influenti nel contesto europeo, ignora intenzionalmente questa importante distinzione, definendo “governance” la fusione di G20, Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite, FMI e Banca Mondiale, sotto l’egida dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e l’introduzione di una moneta unica mondiale, nonché di un unico Codice mondiale in sostituzione delle costituzioni nazionali (Attali, 2012):

La sua nascita sarà il risultato di un processo caratterizzato da un gigantesco caos economico, monetario, militare, ambientale, demografico, etico, politico; o, invece, meno probabilmente, avverrà semplicemente al posto di questo caos…sarà un governo totalitario o democratico, a seconda di come si instaurerà.

Mi permetto di dissentire. Questa è indiscutibilmente la ricetta di un governo mondiale. Attali stesso ammette che

Alcuni lo vivranno come un’opprimente dittatura globale. È verosimile che, se votasse oggi, gran parte dell’umanità vi si opporrebbe, mentre voterebbe senza dubbio un testo generale che affermi l’unità e la solidarietà della specie umana, o che arrivi persino a reclamare la costituzione degli stati generali del mondo (p. 22).

Anche sotto un governo mondiale permarrebbero delle sensibili diversità di vedute tra le genti; la polizia globale dovrebbe essere pesantemente armata e intervenire in ogni angolo del globo, in applicazione del principio della responsabilità di proteggere, che troppo spesso è stato fatto equivalere al diritto di interferire e colonizzare. Attali infatti invoca la nascita di una NATO allargata, che lui battezzerebbe “Alleanza per la Democrazia”.

 Alunno: Perché gli Indipendenti ci hanno combattuto? Perché non vogliono essere più civilizzati?

[…] Insegnante: È vero che ci sono dei…pericoli, sui pianeti esterni, ma con tutti i progressi sociali e medici che possiamo portare agli Indipendenti, perché continuano ad attaccarci?

River Tam: Siamo invasori.

Insegnante: River?

River: Nessuna popolazione ama gli intrusi. Noi diciamo loro cosa fare, cosa pensare, non camminate, non correte. Noi entriamo nelle loro teste senza averne il diritto. Siamo degli intrusi.

Insegnante: River, noi non imponiamo niente. Insegniamo loro come pensare.

http://it.wikiquote.org/wiki/Serenity

Un governo del genere tenderebbe a considerarsi quasi sacralmente legittimato, e quindi interpreterebbe il suo ruolo come quello di chi, essendo dalla parte del giusto, deve rimediare ai torti, ossia rettificare l’atteggiamento di chi la pensa in modo diverso. La sua costituzionalità sarebbe solo una cortina fumogena per nascondere un dispotismo burocratico nudo e crudo, iperpaternalistico, votato a rendere il mondo il più omogeneo possibile – nella lingua, nelle credenze, negli usi e costumi – per agevolare l’unificazione dei popoli, garantire la pace e migliorare l’efficienza della gestione planetaria.

In ogni caso, in assenza di una comunità organica mondiale, il governo mondiale sarebbe una costruzione artificiale priva di alcuna autorità. Partire dalla costituzione sarebbe come costruire una casa partendo dal tetto.

Nel mondo esiste una comunità di reciproca dipendenza, ma non di reciproca fiducia e rispetto: un governo unitario non potrebbe applicare la legge efficacemente se la comunità nel suo complesso non si sentisse tenuta a rispettarla; non potrebbe integrare la comunità per decreto. In una democrazia l’autorità non risiede nel governo, ma nella comunità che lo accetta come legittimo e conforme alla sua idea di giustizia. Un governo globale non potrebbe mai fabbricare dal nulla uno spirito di comunità e quindi, alla lunga, fallirebbe. Incrementerebbe il caos e l’anarchia nel tentativo di esercitare la propria autorità in un mondo diviso, pieno di disparità, socialmente diversificato, multiculturale e, in breve, plurale, senza un obiettivo comune ed un’identità condivisa. Un tale governo sarebbe o totalmente inefficiente e perciò irrilevante, oppure dispotico, di un dispotismo senza precedenti. Se fosse l’utile a stabilire cosa sia giusto e sbagliato, non si potrebbe evitare che, un giorno, in altre circostanze, si decidesse che sarebbe nell’interesse del genere umano amputarne una sua parte (es. Israele, o gli Stati Uniti, o la Corea del Nord).

Il decentramento del potere è il miglior strumento per scongiurare un avvenire terribile. Umanità certamente unita, ma nel più pieno rispetto dei principi di libertà, uguaglianza e fratellanza. Questo vuol dire “governance”, vuol dire pluralismo, policentrismo, eterogeneità coordinata, equilibri dinamici tra ordine e cambiamento; vuol dire sovranità condivisa, non sottomissione; vuol dire ampie e profonde autonomie locali e moneta comune ma non unica (ossia una valuta che operi come direttore di orchestra, non che si sostituisca all’orchestra).

Oggi, al contrario, ma ancora per poco (grazie all’imponente accumulo di riserve auree dei paesi creditori), gli Stati Uniti sfruttano l’egemonia del dollaro puntellata dalla loro supremazia militare per condurre politiche economiche e monetarie su scala globale in funzione delle loro esigenze nazionali, in spregio dell’interesse generale e senza consultarsi con le altre nazioni. Il resto del mondo può solo muoversi al ritmo stabilito dalla Federal Reserve.

Con buona pace di Attali, l’Europa (Jacques Sapir) e il mondo (J.M. Keynes) imboccheranno la strada della governance globale, non del governo globale, perché è questa la richiesta delle due potenze-guida dei paesi emergenti, Russia e Cina, e del G-77: un nuovo ordine mondiale multipolare, con delle aree valutarie regionali coordinate da un Consiglio di Sicurezza Economica e Sociale in seno alle Nazioni Unite (Documento finale della III Assemblea dell’Onu dei Popoli).

Tutto questo nulla toglie all’innegabile nobiltà poetica della visione di Attali. Non posso infatti non condividere questo suo lodevole auspicio (op. cit. pp. 304-305):

Ogni essere umano deve disporre di una “cittadinanza mondiale”. Nessuno deve più essere “apolide”. Ciascuno deve sentirsi a casa propria sulla terra. Chiunque deve avere il diritto di lasciare il proprio paese d’origine e di essere accolto, almeno temporaneamente, in qualsiasi altro luogo. Ogni essere umano deve avere diritto a un insieme di beni universali: l’aria, l’acqua, i prodotti alimentari, la casa, le cure, l’istruzione, il lavoro, il credito, la cultura, l’informazione, un reddito equo per il suo lavoro, la protezione in caso di malattia o di invalidità; l’eterogeneità del modo di vivere, la vita privata, la trasparenza, la giustizia, il diritto di emigrare e quello di non farlo; la libertà di coscienza, di religione, d’espressione, di associazione; la fraternità, il rispetto dell’altro, la tolleranza, la curiosità, l’altruismo, il piacere di dare piacere, la felicità nel rendere gli altri felici, la molteplicità delle culture e delle concezioni di benessere.

Questa visione è in armonia con il principio cinese chiamato tianxia, che sconfiggerebbe le pulsioni machiavelliche certamente presenti nell’establishment cinese, se l’Occidente cominciasse a ragionare con la Cina, invece che contro la Cina:

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, più volte rilasciate in sedi nazionali e internazionali, che negano ogni mira egemonica o la volontà di accordarsi con gli Stati Uniti per una spartizione di poteri (come alcuni politologi tenderebbero a ipotizzate: il cosiddetto G2), il dibattito è animato da ambizioni e tentazioni diverse, sostenute da fazioni interne al Pcc e al governo (Samarani 2010). Come più volte accaduto nella lunga storia cinese, due tendenze contrapposte sembrano in questo momento fronteggiarsi rappresentando le posizioni più radicali: una corrente più idealista che, rifacendosi al modello della Grande Utopia..immagina un’ulteriore fase del processo di globalizzazione in cui i governi nazionali vengano relegati a un ruolo di secondo piano; l’altra, più pragmatica, che prevede un mondo maggiormente controllato dalle nazioni più forti e auspica che la Cina diventi la potenza leader del pianeta (Callahan 2010). Entrambe le posizioni, pur non rappresentando la posizione ufficiale della Cina, dimostrano l’attualità e la vivacità del dibattito sul futuro del paese e del mondo che anima gli intellettuali cinesi in questi anni.

[…].

Zhao Tingyang parte dalla constatazione che il mondo di oggi è, di fatto, un non-mondo, un insieme di nazioni-stato indipendenti incapaci di trovare un’effettiva collaborazione politica, dato il prevalere degli obiettivi particolari su quelli collettivi e globali, e degli interessi degli stati più sviluppati a discapito dei paesi meno sviluppati, non avendo l’Onu raggiunto l’obiettivo per il quale è stata creata. La sua è una critica radicale che decreta il fallimento del modello occidentale; in alternativa egli propone una concezione politica che ha come obiettivo la diffusione di un’armonia universale che favorisca l’interesse generale e agevoli lo sviluppo di una nuova cultura della solidarietà e della cooperazione fra popoli, premesse necessarie a creare una struttura di governo sovranazionale che, pur salvaguardando le specificità dei singoli stati, le loro culture, i loro valori e le loro economie, contribuisca a formare una coscienza universale.

[…].

La differenza principale tra i due modelli di governance di cui Zhao Tingyang discute, rappresentato l’uno dall’Onu e l’altro dal tianxia, sta nel fatto che il primo non è «un’istituzione mondiale con un effettivo potere di governare il mondo, ma solamente un’organizzazione per negoziare gli interessi di ogni singola nazione », non consentendo mai di giungere a un accordo sostanziale, una sorta di agora senza polis. Il secondo, invece, avrebbe le potenzialità di un’autentica istituzione mondiale nella quale «tutti i problemi nel mondo potrebbero essere reinterpretati come problemi del mondo» ed essere quindi affrontati in una visione complessiva e globale di pace e benessere.

Maurizio Scarpari, La Cina

Vale la pena notare che, nel suo saggio, Jacques Attali, favorevole a uno stato mondiale con capitale a Gerusalemme – l’apoteosi di secoli di pensiero utopico/distopico imperialista europeo –, interpreta “tianxia” essenzialmente come un espediente cinese per “trasformare il mondo in un impero cinese”.

È oltremodo ipocrita la pretesa occidentale di essere gli unici detentori della ricetta giusta e democratica, quando ogni crisi finanziaria globale, usata per imporre “riforme” assolutamente osteggiate dagli elettori, è iniziata in Occidente. E questo mentre la Cina, ora alla guida delle nazioni emergenti, ha fatto tutto il possibile per mitigare l’impatto delle varie crisi o addirittura per prevenirle, in luogo di sfruttarle per imporre il suo volere.

Invece di fissarsi su ciò che ci divide e contrappone – è mai servito a qualcosa se non a danneggiarci tutti? –, sarebbe ora di dare una chance alle forze costruttive e positive presenti ai vari punti cardinali del mondo.

La maniera migliore è senza dubbio quella di una governance fondata su meritocrazia (contro il nepotismo), trasparenza (contro la corruzione) e democrazia deliberativa (contro le tentazioni autoritarie), in un sistema massimamente decentralizzato, a ogni livello, che sia al sicuro da derive totalitarie e di anarchia neofeudale.

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About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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