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C’è un nuovo sceriffo in città! Il secolo cinese, da Kant a Canton

C’è un nuovo sceriffo in città! Il secolo cinese, da Kant a Canton

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Gli Stati Uniti, gli europei e i giapponesi difendono con le unghie e con i denti la loro influenza sulle istituzioni finanziarie mondiali, sempre meno coerente con la loro posizione nel mondo. Senza contare che di questa influenza non hanno fatto buon uso come avrebbero dovuto. Non da ultimo perché hanno insistito a difendere il loro diritto di nominare direttori generali di livello non sempre eccelso…A distanza di cinque anni da quando il G20 ha trovato un accordo sulle nuove quote del Fondo monetario internazionale, che limiterebbero la sproporzionata influenza delle potenze economiche tradizionali sul Fondo, il mondo sta ancora aspettando che il Congresso americano ratifichi il nuovo assetto. Questo è abdicare alle proprie responsabilità….L’economia mondiale trarrebbe beneficio da maggiori afflussi di capitali a lungo termine verso i Paesi in via di sviluppo…I soldi della Cina potrebbero spingere il mondo nella direzione giusta, e questa sarebbe un’ottima cosa…L’ascesa economica cinese è benefica e inevitabile. Quello che serve quindi è essere accomodanti con intelligenza.

Martin Wolf, Il no Usa alla super banca cinese? È una follia per quattro motivi, Il Sole 24 Ore, 25 marzo 2015

Nessun grande paese europeo o asiatico (escluso il Giappone) ritiene conveniente rimanere estraneo rispetto ad un progetto che darà corpo ad un’enormità di investimenti, a partire dalla nuova “via della seta,” che congiungerà, con un efficiente sistema ferroviario, la Cina con i paesi dell’Asia Centrale e dell’Europa. Il che significa che la forza cinese è talmente cresciuta da concludere, in opposizione agli americani, importanti accordi anche con paesi strettamente legati da alleanze militari con gli Stati Uniti… È evidente che gli interessi sempre più globali della City eserciteranno un’ulteriore spinta volta ad aumentare la distanza nei confronti dell’Unione Europea. L’UE è infatti sempre più vista come un limite inaccettabile alle libertà di movimento di cui vuole godere la City, i cui interessi hanno oggi portato la Gran Bretagna in contrasto con gli Stati Uniti ma che, nel lungo periodo, si dimostreranno sempre più insofferenti di fronte ai vincoli europei.

Romano Prodi, Nuovi equilibri globali dietro la nascita della Asian Infrastructure Investment Bank, il Messaggero, 22 marzo 2015

san-giorgio-e-il-dragoIN SINTESI: la richiesta della Cina al Fondo Monetario Internazionale di chiedere l’inclusione dello yuan/renminbi nel paniere dei Diritti Speciali di Prelievo è soltanto una messinscena. I cinesi non hanno alcuna intenzione di fare accordi con i plutocrati occidentali di Wall Street, della City di Londra e delle poche banche centrali occidentali che contano. Stanno approntando un loro sistema, con un loro paniere di valute, che renderanno superflui il Fondo Monetario Internazionale e i Diritti Speciali di Prelievo (China Takes Aim At Dollar Reserve Status: Promotes Yuan In Investment Bank, ZeroHedge, 15 aprile 2015), come pure i TTP e TTIP, che Germania e Giappone non sembrano intenzionati ad approvare.

I cinesi (assieme ai russi e con il benestare della gran parte dei paesi emergenti) stanno distruggendo la finanza parassitaria e l’economia virtuale che hanno ricolonizzato il pianeta dopo la fine degli imperi europei.

L’impero portoghese termina ufficialmente con la restituzione di Macao alla Cina, nel 1999.

La restituzione di Hong Kong alla Cina segna invece la fine di quello britannico, nel 1997.

I cinesi si stanno per assicurare che mai più subiranno una guerra dell’oppio, un’occupazione militare, un’umiliazione multi-generazionale. Non ce l’hanno con le masse occidentali ma con quei pochi clan che le hanno psicopaticamente manipolate e usate per il proprio tornaconto (Wikileaks: no bloodshed inside Tiananmen Square, cables claim, Telegraph, 4 giugno 2011).
Pechino ha un piano ben preciso e andrà fino in fondo, come San Giorgio e il drago. FMI, Banca Mondiale e Banca Asiatica per lo Sviluppo, se continueranno ad esistere, lo faranno come appendici di un nuovo ordine multilaterale a trazione cinese, di una Cina che cambierà sensibilmente, nei prossimi anni (China’s Government Is Serious About Fundamentally Reshaping Itself, China File, aprile 2015).

Questa è la ragione per cui gli Stati Uniti non hanno mai voluto approvare la riforma del Fondo Monetario Internazionale. L’evirazione degli Stati Uniti (Wall Street e Pentagono) e l’infilzamento dello status quo occidentale (NATO e banche centrali) sono però soltanto rinviati.

Nei prossimi anni incontrerete per strada persone sbigottite, in stato confusionale, in conseguenza della perdita dei tradizionali punti di riferimento, del crollo della visione del mondo che aveva informato le loro esistenze. Il collasso dell’Impero Romano non ebbe l’impatto che avrà il crollo del sistema di potere occidentale. Parliamo di scale diverse: sarebbe come paragonare il Sole a Sirio (Sirio e la mostra dell’artigianato Dogon a Trento, WazArs, 11 ottobre 2014).

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Il 31 marzo è il termine ultimo per chiedere l’adesione alla AIIB, la “superbanca” internazionale a guida cinese che inaugura un regime di concorrenza sullo scacchiere mondiale dei prestiti per lo sviluppo e che servirà a Pechino per tessere una rete di alleanze con i paesi emergenti alla ricerca di tassi di interesse ragionevoli e clausole non vessatorie.

Si prendono più mosche con una goccia di miele che con un barile d’aceto”. Si chiama “soft power”: i partner commerciali (e culturali) hanno meno interesse a pugnalarti alla schiena e più interesse a creare una sinergia reciprocamente vantaggiosa. Ricatti, corruzione e minacce hanno le gambe corte.

Dal 1 di aprile in poi l’Occidente perderà il controllo assoluto del mercato dell’oro – ossia non potrà più manipolarne il prezzo – e la Cina farà in modo che quel privilegio gli sia tolto per sempre (Alasdair Macleod, The new London gold fix and China, 6 marzo 2015; China to regulate gold import, export, China Daily, 20 marzo 2015).

Così, nel giro di poche ore, l’egemonia occidentale sulla storia mondiale comincerà la sua parabola discendente, senza scalpore, con poco clamore e strepiti:
a) dopo qualche settimana, o mese, una “fuga di notizie” programmata renderà noto al mondo che la Cina possiede molte migliaia di tonnellate d’oro (20-30mila?), scatenando una vera e propria corsa all’oro globale;
b) in un secondo momento il governo cinese osserverà che il dollaro è ampiamente sopravvalutato e che è nell’interesse di tutti i paesi del mondo superare l’era del petrodollaro.

Da qui al 2020, con un’accelerazione tumultuosa, da lasciare senza fiato, saremo gli spettatori di un turbine di eventi epocali forse senza precedenti.

Ci saranno altri tentativi di sabotaggio più o meno subdoli e velati (l’adesione di Londra all’AIIB potrebbe essere un cavallo di Troia: si veda a questo proposito il veto di De Gaulle all’ingresso della Gran Bretagna nella CEE), ma non ci sarà alcuna guerra “salvifica” per il vecchio ordine mondiale.

Anche un’eventuale opzione Sansone (muoia Sansone con tutti i filistei) sarebbe catastrofica principalmente per il Nord America: il resto del mondo ne patirebbe le conseguenze, ma per un periodo relativamente limitato; poi riprenderebbe il suo cammino.

New Development Bank (NDB); Asian Infrastructure Investment Bank; Silk Road Foundation: tre passaggi chiave nell’edificazione di un nuovo ordine finanziario ed economico globale la cui natura e portata non sembra ancora essere stata colta da alcuni osservatori nostrani (Ecco perché la Cina potrebbe perdere la guerra delle banche, Panorama, 24 marzo 2015).

I paesi che hanno presentato la domanda di ammissione all’AIIB si sono resi conto che, se perderanno questo treno, non potranno accedere a quello che sarà il più grande mercato del mondo. Nel farlo, hanno certificato che questo sarà il secolo cinese, non il secolo americano (Chinese diplomat tells West to consider Russia’s security concerns over Ukraine, Reuters, 27 febbraio, 2015).

Tempo di mettersi il cuore in pace e affrontare la realtà.

Il nostro eurocentrismo ci ha persuasi che il futuro del mondo è: decrescita o crescita zero, esternalizzazione, austerità permanente, deindustrializzazione, impoverimento della classe media, tassazione soffocante, debito in espansione, migrazioni di massa, precariato semi-cronico, guerre a ripetizione, diritti sociali e civili compromessi, ecc. La nostra visione del mondo è contrattiva, una visione di declino, decadenza, involuzione, entropia, nichilismo. Quella del 90% della popolazione umana è di segno opposto, è espansiva, come sanno bene i norvegesi (Norway Wealth Fund Gains $67 Billion on Emerging Market Bet, Bloomberg, 13 marzo 2015), ma anche papa Francesco, che invia messaggi sempre più espliciti al governo cinese (Papa Francesco tende la mano alla Cina: “A Prato vedrà gli immigrati”, La Nazione, 20 marzo 2015; Cina-Vaticano, si discute sulla scia del «modello vietnamita», la Stampa, 13 marzo 2015).

Noi ci consideriamo il centro del mondo, loro ci considerano una zavorra.

Chi si avvinghia a un paradigma obsoleto quando questo sta affondando, lo seguirà nell’abisso.

Come detto, sembra di capire, sulla base delle informazioni in circolazione e accessibili agli outsider (al netto dei molti bluff incrociati), che la strategia cinese veda nell’accesso dello yuan/renminbi al paniere valutario dei Diritti Speciali di Prelievo del FMI solo un passaggio intermedio di un progetto molto più ampio di revisione integrale del sistema economico-finanziario globale (La Grande Trasformazione del 2015-2016: due scenari, FuturAbles, 24 aprile 2014).

Questa impressione è confermata dalla pubblicazione di un documento programmatico ufficiale sulla trasformazione del commercio e e dell’economia internazionale che la Cina intende attuare nei prossimi anni (Vision and actions on jointly building Silk Road Economic Belt and 21st-Century Maritime Silk Road, 28 marzo 2015).

La Cina sarebbe disposta ad accettare il sistema attuale, se fosse riformato in modo tale da renderlo più equilibrato, produttivo ed equanime. Ma sa che i suoi interlocutori non sono leader indipendenti e ragionevoli, capaci di sfidare le lobby, o comunque nella posizione di poterlo fare.
Per questo Pechino è conscia della necessità di andarsene per la sua strada. Ha già posto in essere le fondamenta di un ordine alternativo a quello esistente (AIIB: A morality play for India, Asia Times, 28 marzo 2015), che per di più piace a quasi tutte le potenze emergenti. Se i decisori occidentali dovessero decidere di sabotare i piani cinesi innescando una crisi finanziaria globale, scoprirebbero che puntare tutto su un tris è suicida, quando l’avversario ha in mano una scala reale (riserve auree e valutarie imponenti; economia in salute; debito sotto controllo; lotta alla corruzione in corso; consenso interno alle stelle; rete di alleanze planetaria, ecc.).

Mentre gli oligarchi occidentali responsabili dell’insana organizzazione della finanza internazionale delle ultime due generazioni, dopo aver consumato Euro-America, sperano di aver trovato una preda più succulenta, la Cina dà l’impressione di giocare una partita di lunghissimo respiro e periodo, in una prospettiva ciclica e anticoloniale, in combutta con segmenti dell’élite globale non psicopatici/sociopatici (Il nascente nuovo ordine mondiale post-coloniale, FuturAbles, 1 novembre 2014; Vladimir Putin: prospettive sul futuro (Q&A a Sochi), 2 novembre 2014).

Alunno: Perché gli Indipendenti ci hanno combattuto? Perché non vogliono essere più civilizzati?
[…] Insegnante: È vero che ci sono dei…pericoli, sui pianeti esterni, ma con tutti i progressi sociali e medici che possiamo portare agli Indipendenti, perché continuano ad attaccarci?
River Tam: Siamo invasori.
Insegnante: River?
River: Nessuna popolazione ama gli intrusi. Noi diciamo loro cosa fare, cosa pensare, non camminate, non correte. Noi entriamo nelle loro teste senza averne il diritto. Siamo degli intrusi.
Insegnante: River, noi non imponiamo niente. Insegniamo loro come pensare.

http://it.wikiquote.org/wiki/Serenity

NUOVO ORDINE MONDIALE HEGELIANO CONTRO NUOVO ORDINE MONDIALE KANTIANO

A giudicare dalle esternazioni dei vari Kissinger, Brzezinski, Soros, ecc., portavoci di chi comanda negli Stati Uniti, il desiderio, in certi ambienti, è quello di trasformare un mondo unipolare in un mondo bipolare, come ai tempi dell’Unione Sovietica. Ciò conserverebbe sostanzialmente i rapporti e concentrazioni di potere attuali e la dialettica hegeliana (tesi – antitesi > sintesi) permetterebbe di dar forma a sintesi sempre più autoritarie.

Il progetto di un nuovo ordine mondiale all’insegna del decentramento e del multilateralismo, per com’è stato concepito dal G-77 (“Per un nuovo ordine mondiale del Buen Vivir”, L’Antidiplomatico, 16 giugno 2014) e per come è in corso di attuazione grazie all’iniziativa (non altruistica) e alla forza economica e militare di Cina e Russia è invece di natura essenzialmente kantiana (v. Per la pace perpetua; Tianxia) e potrebbe articolarsi in accordo coi seguenti principi:

(a)       federalismo/multilateralismo;

(b)      pace garantita da sempre più fitti rapporti commerciali e culturali;

(c)       rispetto del diritto internazionale;

(d)      ospitalità e lealtà reciproca;

(e)      condono di una parte del debito e ristrutturazione della restante parte;

Nietzsche chiamava Kant “il cinese di Konigsberg“. I cinesi l’hanno preso in parola ;o)

Più in generale, l’epoca che ci attende sarà caratterizzata da una finanza simbiotica, al servizio di un’economia di produzione (sta a noi pretendere che sia equa, solidale e circolare, ossia non fondata sul ciclo entropico accumulo-spreco, boom-crollo) e non del paradigma neoliberista (neoschiavista) delle rendite parassitarie sul giogo debitorio, ormai tre volte più grande del PIL mondiale (Debt mountains spark fears of another crisis – FT.com).

Secoli or sono una comunità poteva permettersi di dedicare molte ore quotidiane, per lunghi anni, all’edificazione di una cattedrale. Oggi trascorriamo gran parte delle nostre vite a ripagare debiti privati e “sovrani” in varie forme e modalità (inclusa la tassazione) e questa montagna di debito cresce invece di calare.

Una volta che questa piaga delle civiltà umana sarà curata comincerà un’età dell’oro per tutti, e specialmente per gli imprenditori internazionalizzati.

Sarà un cambio di marcia estremamente positivo per tutti, a partire dai Greci. In futuro il governo greco potrebbe ottenere un trattamento decisamente migliore negoziando con le nuove istituzioni globali volute da Pechino. Nel giro di qualche anno l’Unione Europea (auspicabilmente riformata dal basso e post-neoliberista) potrebbe essere rilanciata grazie ai capitali cinesi e al commercio con l’Unione Eurasiatica, gettando le basi per un’unione da Lisbona a Vladivostok.

L’EUROPA NEL SECOLO CINESE

È innegabile che Hollywood ci bombarda da decenni con visioni di futuri terrificanti (From Insurgent to Blade Runner: why is the future on film always so grim? Guardian, 19 marzo 2015), contribuendo a renderci sempre più pessimisti, spaventati, cinici, nichilisti e passivi.

Il nostro futuro, però, almeno a breve-medio termine, potrebbe essere sorprendentemente brillante, promettente e lusinghiero, restituendoci autostima, voglia di fare e di farci sentire sulle grandi decisioni che riguardano il corso dell’evoluzione umana (Iceland looks at ending boom and bust with radical money plan, Telegraph, 8 aprile 2015).

Per esempio, i venti di pace soffiano sempre più impetuosamente (Scenari ucraini – verso la pace? FuturAbles, 6 febbraio 2015). Valery Giscard d’Estaing (già presidente francese e presidente della Convenzione Europea) ha corretto l’intervistatrice (Isabelle Lasserre, Le Figaro), che ha usato il termine “annessione” a proposito della Crimea: Per quanto riguarda il ritorno (enfasi sua) della Crimea alla Russia, francamente l’ho trovato conforme alla Storia (La France, l’Europe, le Monde, Politique Internationale – La Revue n°146 – HIVER – 2015).

È evidente che la classe dirigente europea non ha alcuna intenzione di farsi implicare nell’ennesima guerra mondiale combattuta sul suolo europeo in nome di un  moribondo Washington Consensus (The world’s next credit crunch could make 2008 look like a hiccup, Telegraph, 23 marzo 2015).

SCENARI: Alla fine il Regno Unito – e non è certo che resterà ancora a lungo una monarchia (si vedano i presenti e futuri scandali legati alla pedofilia) – rimarrà nell’Unione Europea perché gli conviene. L’Unione Europea si emanciperà dalla tutela americana (Spotlight: High-level China-Germany financial dialogue maps cooperation ahead, Xinhua, 18 marzo 2015). Continuerà a intrattenere ottimi rapporti con gli Stati Uniti post-imperiali ma l’avvicinamento a Pechino – per il tramite di una futura fusione con l’Unione Economica Eurasiatica – sarà inesorabile, perché le conviene. L’alleanza formale con la Cina sarà subordinata al raggiungimento di accordi vincolanti sugli obiettivi di politica estera (governance globale, riforma delle Nazioni Unite), sui diritti umani e sulla tutela dell’ambiente, dei consumatori e dei lavoratori, sulla lotta alla corruzione e sulla libertà di coscienza ed espressione (per tutti, non solo per chi ci sta simpatico).

Questo è il meglio che ha saputo dare la civiltà europea al mondo e non è poco. Questo è il ruolo vitale che l’Unione Europea sarà chiamata a svolgere nei prossimi anni: recuperare questo patrimonio ideale stuprato dal neoliberismo, affrancarlo e diffonderlo con il buon esempio, non coi droni.

LA RUSSIA NEL NUOVO SECOLO CINESE

Anche grazie alla Cina, l’economia russa ha anticipato il rimbalzo rispetto a quanto preannunciato da Putin (Russia Rebounds, Despite Sanctions, Bloomberg, 20 marzo 2015) e si proietta verso il resto dell’Asia (UEE e Vietnam sono vicini a FTA, 6 aprile 2015).

SCENARI: la Russia è un paese immenso, ricchissimo di risorse e sottopopolato. Se il mutamento climatico lo permettesse e se ci fosse un accordo panasiatico che lo rendesse vantaggioso, sarebbe ragionevole incentivare una grande migrazione dall’Asia sub-himalayana verso l’Asia centrale e la Siberia, per sviluppare le economie locali e assistere l’India nella sua campagna di contenimento demografico (India, tasso fecondità è crollato dal ’91 ad oggi, Internazionale, 23 dicembre 2014).

GLI STATI UNITI NEL NUOVO SECOLO CINESE

Il Pentagono fornisce copertura aerea alle milizie iraniane che combattono ISIS in Iraq, mentre bombarda le milizie yemenite appoggiate dall’Iran. Gli Stati Uniti sono alleati di Israele ma bombardano i nemici di Assad. Sono alleati dell’Arabia Saudita, che però sta distruggendo l’industria petrolifera americana tenendo basso il prezzo del greggio e combatte contro i filo-iraniani nello Yemen, mentre gli Stati Uniti cercano un accordo con Teheran.

L’entropia è massima.

Gli Stati Uniti farebbero meglio a rispolverare la tradizione rooseveltiana e sistemare le questioni interne, prima di occuparsi del mantenimento dell’ordine (disordine?) nel mondo. Una volta che avranno sviluppato gli anticorpi contro il morbo neoliberista saranno benvenuti nel consorzio delle nazioni civili (la “comunità internazionale”).

La rinascita dell’economia nordamericana molto probabilmente dovrà molto agli investimenti cinesi, a partire dal Messico per poi salire verso nord (Chinese firms set to invest in Mexico’s infrastructure push, SCMH, 22 luglio 2014; China, Mexico launch $2.4 bn investment fund, Brics Post, 14 novembre 2014).

Che i tempi sono cambiati lo dimostra il fatto che non è più scontato che l’israelo-americano Rahm Emanuel, nonostante il generoso sostegno dei magnati locali (30 milioni di dollari), riesca a battere lo sfidante messicano-americano Jesus “Chuy” Garcia, il paladino dei diseredati e delle minoranze, nella campagna per diventare sindaco di Chicago (The two-horse race where everyone wants to see Rahm Emanuel get whipped, Independent, 27 marzo 2015).

Ma, prima di tutto questo, ci sarà da gestire la transizione, cosa per nulla semplice.

Problema 1

La prima questione in sospeso per la Cina e la Russia resta quella di come sostituire il petrodollaro senza causare una catastrofe globale (finanziaria e/o militare), sfruttando le rispettive ingenti riserve auree. La Cina, in particolare, deve riuscire a gestire un periodo di deflazione controllata che sgonfi le sue bolle speculative – che non sono così grandi come le dipingono certi analisi occidentali –, evitando di mandare a gambe all’aria il mercato immobiliare anglo-americano, che è estremamente vulnerabile (The Decline of Vancouver, 14 marzo 2015), come lo è peraltro la produzione elettrica europea, messa in difficoltà da un’eclissi (L’eclissi oggi spegne il sole. E in Europa è allarme energia, la Stampa, 20 marzo 2015).

Per inciso, rendiamoci conto di cosa succederebbe se una grande eruzione islandese oscurasse il sole per settimane e settimane, un’eventualità per nulla remota (The resilient tribes and the explosive rise of “Atlantis”, FuturAbles, 15 marzo 2015).

Problema 2

L’altro grande problema è quello dell’impatto del dollaro detronizzato sul Nord America e quella parte di mondo che resta eccessivamente dipendente dal dollaro. È un problema reale e pressante perché la Federal Reserve non ha più margini di manovra: un passo in avanti e sarà deflazione, un passo indietro e sarà iperinflazione. Ci sono troppi dollari superfui in circolazione e sono dollari massicciamente sopravvalutati (come l’economia statunitense).

Le varie iniziative dei BRICS e del G77 sono servite a disancorare le finanze ed economie del resto del mondo dal sistema-dollaro ma non c’è modo di evitare che un gigantesco tsunami di dollari svalutati rientri in patria, con spaventose conseguenze iperinflattive (non solo all’interno dei confini statunitensi).

DUE SCENARI AMERICANI: questo evento può generare due scenari più probabili degli altri:

  1. Gli Stati Uniti subiscono una radicale fascistizzazione, diventando ancora più isolati ed aggressivi, finché il resto del mondo non si coalizza per reintegrarli nel consorzio civile, anche con l’uso della forza, se necessario;
  2. La popolazione americana si ribella, Congresso e Casa Bianca rinsaviscono e chiedono aiuto al resto del mondo, Pechino in primis;

In entrambi i casi vivremo in un mondo multipolare, con l’economia planetaria a guida cinese e la politica gestita dalle Nazioni Unite riformate. Dopo qualche tempo gli Stati Uniti, finalmente immunizzati, potranno realizzare il loro destino (America nelle Alpi (1776-2016) – quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla, FuturAbles, 19 marzo 2015).

Se i cinesi fanno pulizia in casa (corruzione, bolle) e realizzano una sostanziale espansione della loro classe media, ossia del mercato interno, questo da solo sarà sufficiente a strappare il mondo intero dalla piaga della stagnazione o depressione. Poi, dopo una generazione, arriverà la classe media indiana (Classe media Cina-India spinge domanda energia, +35% a 2040, ANSA, 3 marzo 2015; India overtaking China as global economic leader, Russia & India Report, 23 marzo 2015).

Una volta risolta la questione della produzione energetica (The cold fusion race just heated up, Wired, 30 gennaio 2015) e dimezzato il debito globale (Debito pubblico, così i Brics spingono l’Onu verso un nuovo ordine mondiale, Le Formiche, 23 settembre 2014), comincerà una Piccola Età dell’Oro.

IL NUOVO SECOLO CINESE: LA DEMOCRAZIA

A fianco della prosperità (a Londra il numero di senza tetto è cresciuto del 79% dal 2010) e della pace, la questione che più sta a cuore ai cittadini occidentali è quella della democrazia.

Questa, ahimè, resterà una fonte di attriti, sebbene il futuro possa riservare piacevoli sorprese anche in questo senso (Il nuovo ordine mondiale sarà il modello elvetico applicato su scala planetaria, FuturAbles, 24 gennaio 2015).
La Cina, come molte altre nazioni non-occidentali (incluso il Giappone), è convinta che si può essere democratici in tanti modi, anche senza scimmiottare il sistema liberal-democratico.

I cinesi stanno sperimentando localmente, molto timidamente, delle forme di democrazia deliberativa di tipo tradizionale, ma aggiornate alle esigenze attuali di un più efficace e partecipato autogoverno locale (The Continued Search for Deliberative Democracy in China, 2012; Consultation and Deliberating in China: The Making of the Recent Healthcare Reform, 2012; China’s Experiment with Democracy, Huffington Post, 28 maggio 2014; Discourses on Chinese-Style Democracy in China, 2014; Online Consultation and Governance Reform in Chinese Ministries and Provinces, 2014).

La condanna aprioristica da parte di osservatori che vivono in nazioni che non prevedono alcuna forma di democrazia deliberativa è ingenua, presuntuosa e controproducente, in quanto rafforza l’impressione extra-occidentale che un pragmatismo sobrio e non cinico sia sempre la soluzione migliore rispetto a un presunto idealismo melodrammatico, narcisistico e non marginalmente ipocrita che affligge gli Occidentali (“What Do You Really Want From Us?”, Washington Post, 18 maggio 2008).

Alle caricature si contrappongono altre caricature e i muri vincono sui ponti.

Alla fine, ad ogni latitudine, il grande escluso nella disputa tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta – la via mediana della democrazia partecipativa/deliberativa – avrà la meglio sugli estremi del plebiscitarismo e dell’elitismo tecnocratico, a Canton (Guangzhou) come nel Canton Ticino (Rebooting Democracy, di Manuel Arriaga).

Perché ciò avvenga più rapidamente, però, è bene che noi occidentali ci asteniamo dal recitare la parte della cuspide della civiltà umana che paternalisticamente insegna al resto dell’umanità come si sta al mondo. È infantile e irritante e genera un’immensa Schadenfreude ogni volta che le cose ci vanno male.

Aung San Suu Kyi

Pensiamo a come l’Occidente ora tende a “voltare le spalle” a Aung San Suu Kyi (Obama in Birmania vede Suu Kyi Ma l’icona della libertà è sbiadita, Corriere della Sera, 14 novembre 2014; Aung San Suu Kyi is turning a blind eye to human rights in the name of politics, Guardian, 26 novembre 2014), specialmente dopo le sue aperture alla Cina (Myths of Suu Kyi’s Mysterious Trip to China, The Irrawaddy, 18 novembre 2014).

Per la Nobel per la Pace birmana immagino sia arduo tollerare a puerile infatuazione occidentale per le soluzioni istantanee e drastiche, a prescindere dal costo di sangue che potrebbero reclamare.

Ho Chi Minh

Allo stesso modo molti occidentali non hanno mai capito come Ho Chi Minh abbia potuto esplorare ogni possibile opzione politica per garantire l’indipendenza del suo paese, prima di far cadere la scelta sul comunismo, quando le potenze occidentali avevano frustrato ogni precedente tentativo di arrivare a un accordo.

Per noi questo è relativismo morale, utilitarismo sfrenato. Per questi leader è buon senso, equilibrio, spirito di adattamento, pazienza.

CONTRO I MITI ETNICI

Ciò detto, non si può neanche fare un elogio della seminfermità mentale, della sospensione selettiva o automutilazione del discernimento critico. La mente non va riempita, ma accesa e questo non può accadere in una società autoritaria, cioè passiva e conformista.

J.B.M Hertzog esortava bianchi e neri a collaborare nella difesa dell’apartheid, affinché ciascuno preservasse i suoi ideali e la sua cultura, intraducibili e per ciò stesso preziosi e intoccabili. Grosso modo la stessa argomentazione impiegata dai critici di Abraham Lincoln per difendere la schiavitù.

Che “nobiltà” d’intenti dietro questa inconsistente pretesa che concetti e valori chiave dell’esperienza umana possano essere intraducibili, che esistano differenze insormontabili, che le culture siano internamente omogenee ed ermeticamente sigillate rispetto alle influenze esterne e debbano restare tali, che restare ignoranti riguardo agli altri è preferibile rispetto ad un involontario fraintendimento.

Tutto questo è in contrasto con l’evidenza empirica e con i più elementari principi di logica e metodo.

Da che mondo e mondo le cose migliorano (evolvono) quando ci si ascolta, con umiltà e curiosità, quando si cercano compromessi e alternative, cioè quando ci si viene incontro da entrambe le parti, quando si rifiuta la logica del rifiuto, della condanna, della chiusura autoreferenziale, del pregiudizio, dello scontro.

La leadership cinese sa perfettamente che il successo dell’Occidente è dipeso dalla coltivazione di originalità, capacità innovativa, creatività, pluralismo, audacia, visione, spirito critico, autostima e un altruismo spontaneo, non meccanico. Se nel 2014 la cinese Huawei è diventata l’azienda al primo posto nel mondo per numero di richieste di brevetto lo si deve anche a questa consapevolezza.

Queste sono virtù che si alimentano di democrazia.

Questa trasformazione è più facile che avvenga attraverso il dialogo, la cooperazione, la riconciliazione per mezzo di un processo graduale di apertura all’altro.

Potremmo così scoprire che il regime di supremazia economica della Cina sarà relativamente benevolo, pacifico, interessato ad aumentare il benessere invece che a presidiare il mondo con le sue basi militari.

IMPERIALISMO CINESE?

Dopo tutto, l’impero cinese avrebbe potuto conquistare tutto l’Estremo Oriente e forse anche le coste americane, prima di Colombo. Invece ha occupato Taiwan (a 180 km dalla sua costa) solo dopo l’arrivo di portoghesi e olandesi. Le sue spedizioni fino al Mar Nero non sono state il preludio all’occupazione militare della Via della Seta.

Proiettare su una civiltà asiatica una mentalità predatoria pressoché compulsiva (sociopatoide) che, storicamente, è stata associata a una minoranza europea, porta a valutazioni errate circa gli eventi futuri.

Inoltre se così tanti paesi preferiscono i prestiti cinesi a quelli delle istituzioni “internazionali” (FMI, Banca Mondiale, Banca Asiatica di Sviluppo) una ragione ci dovrà pur essere.

La Pax Sinica potrebbe essere reale, diversamente da quella romana, britannica e americana.

Ci possono essere imperi principalmente commerciali non interessati a conquistare la supremazia militare e politica (es. Portogallo, Olanda, regni di Ashoka, Marco Aurelio, Saladino).

Questo dipenderà anche dal nostro atteggiamento nei confronti della Cina (e dell’Islam, Indocina, Russia, India, Africa sub-sahariana, America Latina).

LO SCERIFFO OCCIDENTALE: CHIACCHIERE, DISTINTIVO E CRIMINI

Dobbiamo ammettere che, finora, non abbiamo dato il buon esempio.

Tralasciando per un momento l’agghiacciante, quasi infinita lista di guerre/guerre civili/destabilizzazioni scatenate dalle nazioni europee prima e dagli Stati Uniti poi, le rivelazioni più recenti sono sconcertanti.

Che esempio stiamo dando? Da che pulpito predichiamo? (Dove sta andando la Francia? Dove sta andando l’Occidente? FuturAbles, 11 gennaio 2015):

IL RINASCIMENTO DEMOCRATICO PLANETARIO

In Occidente si è affermata una netta tendenza centralista alla quale si è risposto con una non meno autoritaria deriva ultrapopulista e plebiscitaria della democrazia diretta che reprime o minaccia di reprimere minoranze e singoli individui non particolarmente benvenuti. In entrambi i casi la sorgente di questa intolleranza è l’insofferenza nei confronti della diversità, del pluralismo e della complessità. A questo proposito rimando alle esemplari ricerche del Centre for Research on Direct Democracy (Università di Zurigo), e in particolare alle analisi di Lorenz Langer, Yanina Welp, Uwe Serdült, come pure agli studi di Anna Christmann (Can democracy be too direct? 1 ottobre 2014), Manuel Arriaga (Reboot Democracy, 2014), George Kateb (Against populism, 2012) e Gustavo Zagrebelsky.

L’intervento molto lucido del costituzionalista Roberto Toniatti, in occasione di un dibattito pubblico dal titolo L’autonomia realizzata e il presente federalista: verso la democrazia partecipata 1946-2015 organizzato da “Più democrazia in Trentino” ci ha rammentato che la situazione non si presta a letture superficiali, goffe e affrettate.

Sintetizzo qui di seguito le sue riflessioni.

Mentre da un lato si è imposto un pensiero unico neoliberista che, di fatto, sostiene la libertà di una casta plutocratica di accrescere il suo controllo e sorveglianza su una maggioranza della popolazione mondiale, dall’altro il tentativo di combattere questo strapotere con la democrazia diretta può portare a esiti ben diversi da quelli auspicati, in ragione di usi manipolativi e reazionari dell’istituto referendario.

La democrazia costituzionale – il principale bersaglio delle suddette caste, estremamente abili nel destreggiarsi rispetto all’acquisizione del consenso – deve sempre venire prima di tutto il resto, altrimenti si fa il gioco dei propri oppressori, desiderosi di introdurre formule di gestione della cosa pubblica sussumibili nella categoria “democratura”, cioè a dire “un nuovo concetto di democrazia dai contorni dubbi e sinistri”.

Per Toniatti il rischio è che un populismo plebiscitario, anche grazie al consenso dei mezzi di informazione, si finga riformatore dal basso per proporre quasi sempre riforme eccentriche rispetto a un parametro di ragionevolezza, ossia demagogiche e favorevoli ad un irrobustimento della partitocrazia e delle oligarchie.

In Cina, come abbiamo visto prima, nonostante il punto di partenza sia smaccatamente autoritario, si sta invece affermando, tra infinite cautele e timide concessioni, una progressiva riscoperta di tradizionali pratiche di democrazie deliberativa, riviste alla luce delle esigenze attuali.

La democrazia deliberativa, come detto, è probabilmente la quadratura del cerchio, in quanto via mediana tra gli estremi del plebiscitarismo e dell’elitismo tecnocratico.

Pertanto, uno scambio di valutazioni e di esperienze tra Oriente e Occidente su questo tema  potrebbe consentirci di democratizzare la sfera internazionale (riforma delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea), quella privata e quella pubblica, inclusi i luoghi di lavoro (“Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende” articolo 46 della Costituzione).

L’alternativa è un’umanità  che assiste impotente a una generale convergenza verso soluzioni sempre più accentratrici e tiranniche, ossia un’umanità indegna di restare libera e di essere chiamata tale.

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About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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