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ISIS, Sion, Saud e il gas – idra, fenice, Frankenstein e vaso di Pandora

ISIS, Sion, Saud e il gas – idra, fenice, Frankenstein e vaso di Pandora

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Il primo quarto di secolo di crisi legata alle riserve di gas naturale del Mediterraneo orientale non è stato altro che un preludio. Nel nostro futuro si profilano possibili guerre del gas ancora più gravi con le devastazioni che in genere le accompagneranno.

Michael Schwartz, Israel, Gaza, and Energy Wars in the Middle East, TomGram, 26 febbraio 2015

Siamo arrivati al dunque: la primavera ci porterà un nuovo golpe a Kiev e una guerra mediorientale.
Nel corso dell’anno vedremo che Mitteleuropa e Francia si avvicinano un passo dopo l’altro a Mosca e si allontanano dalla NATO.
L’Italia farà lo stesso, perché è nel suo interesse.
La Grecia farà da battistrada. L’importante è che proceda con cautela, senza accelerare i tempi e senza farsi prendere dall’entusiasmo dell’idealista pronto al martirio per la buona causa. Allende (morto) docet. Merkel (viva) docet.

Ecco qualche informazione in più sul quadrante mediorientale e mediterraneo orientale.

Le tre più potenti lobby al Congresso americano sono legate all’energia: quella delle multinazionali dell’energia (petrolio e, da qualche tempo, rinnovabili), quella israeliana-neoconservatrice e quella saudita.

È stato detto a più riprese che la crisi ucraina avrebbe avvantaggiato l’industria del gas di scisto statunitense (Energia, la nuova mappa dei fornitori. Usa davanti alla Russia per il petrolio, Fatto Quotidiano, 2 gennaio 2015).

Le cose non stanno così. La prospettiva che gli USA possano sostituirsi alla Russia nella fornitura di gas naturale all’Europa è del tutto irrealistica. L’industria americana del fracking è un fuoco di paglia speculativo (Europa, Usa e Russia alla guerra del gas. Se il fracking cambia gli equilibri mondiali, l’Espresso, 22 agosto 2014) e i prezzi russi/iraniani restano imbattibili (Fracking: svanisce il sogno dell’autosufficienza energetica, il Bo, 17 giugno 2014).

Restano imbattibili anche per gli israeliani, particolarmente interessati a trovare il modo di garantirsi vasti profitti sui mercati europei dallo sfruttamento dei giacimenti mediterranei (IDF’s Gaza assault is to control Palestinian gas, avert Israeli energy crisis, Guardian, 9 July 2014; Israele-Palestina: il motivo è il gas?, L’Indro, 22 luglio 2014; È il gas naturale la nuova arma di Israele? L’Indro, 24 settembre 2014; Israel sees ‘stars aligned’ for new gas pipeline to Europe, Guardian, 1 December 2014; Israele-Libano: tensioni su gas e petrolio, Lettera 43, 25 dicembre 2014).

Il progetto di liquefazione del gas in Egitto per una successiva rigassificazione nei porti europei è stato vanificato dall’instabilità egiziana e dall’inaffidabilità (dal punto di vista israeliano) dei governi che si sono succeduti dopo la deposizione di Mubarak.

Assad non permetterebbe mai il transito di gas israeliano.

Così l’unica opzione rimasta è quella di cavarsela da soli, possibilmente tramite la costruzione di un gasdotto sottomarino che colleghi Israele a Cipro e alla Grecia. Ma questa soluzione (come quella della liquefazione in Israele e successivo trasporto) avrebbe senso solo se la Russia fosse messa fuori gioco e l’Unione Europea dovesse dipendere dalle forniture israeliane. La crisi ucraina rende meno improbabile uno scenario del genere, ma già entro il 2017 dovrebbe essere operativo il gasdotto russo-turco, fino alla frontiera greca (Nuovo gasdotto Russia-Turchia entro dicembre 2016. Presto calendario lavori, adnkronos, 27 gennaio 2015).

Grecia e Turchia non sono particolarmente ben disposti nei confronti di Israele (Tsipras non piace a Israele, Manifesto, 27 gennaio 2015; Turkey PM likens Netanyahu to Paris attackers, Al Jazeera, 15 gennaio 2015) e lo saranno ancor meno dopo l’ennesimo assalto al ghetto di Gaza (Israel is galloping to the next war in Gaza, Haaretz, 26 febbraio 2015).

Verosimilmente permetteranno al gas iraniano di essere venduto in Europa dopo un eventuale accordo sul programma atomico (Turchia un Hub per il commercio del Gas, Geopolitical Center, 2 febbraio 2015).

Dal canto suo, Cipro ha offerto alla Russia una base sull’isola (Russia, Accordo Mosca-Cipro su base divide. Atene: solo per rifornimenti, Notizie Tiscali, 9 febbraio 2015).

Il Medio Oriente resta dunque l’area chiave per comprendere il futuro del mondo.

Il prezzo del greggio è la vera spina nel fianco della Russia, molto più delle sanzioni. Questo prezzo è mantenuto intenzionalmente basso dalla monarchia saudita. Un’improvvisa situazione di instabilità interna, dovuta per esempio a infiltrazioni di ISIS, potrebbe cambiare le carte in tavola e favorire Mosca.

ISIS è peraltro anche un ostacolo (ma solo in prospettiva) allo sfruttamento del petrolio curdo e alla sua raffinazione in Israele (Energia: le indiscrezioni sulla vendita del petrolio curdo a Usa e Israele complicano i rapporti tra Erbil e Baghdad, AgenziaNova, 16 maggio 2014).

Tra parentesi, il progettato oleodotto Kirkuk-Haifa passerebbe per Homs, la ex capitale della rivolta anti-Assad (US Plan for the “Great Middle East” – The Kurdish Pipeline, Uruknet, 30 gennaio 2006), ora saldamente in mano ai lealisti (Siria: attivisti, medici iraniani a Homs per curare milizie pro-Assad, adnkronos, 3 febbraio 2015).

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IL RUOLO DI ISIS

Isis è un movimento fondamentalista islamico che condivide molti elementi caratterizzanti con il Kharigismo, un’eresia islamica che si sviluppò in quella stessa regione medio-orientale pochi anni dopo la morte di Maometto e che ebbe un forte seguito tra diseredati, marginalizzati, dissidenti e oltranzisti (Who are the Kharijites and what do they have to do with IS? Al Monitor, 8 gennaio 2015), anche perché poneva sullo stesso piano gli uomini e le donne, proprio come ISIS (Isis, “parità di genere per le donne jihadiste: combattono e gestiscono fondi”, Fatto Quotidiano, 1 marzo 2015).

Isis è ugualmente intransigente e attraente e controlla ingenti risorse energetiche che gli assicurerebbero una posizione di netto vantaggio in un mondo attraversato da crisi valutarie: non avrebbe più bisogno di sponsor altolocati (Irak: chi arma l’ISIS e perché gli Usa non interverranno, la Stampa, 16 giugno 2014), ma solo di acquirenti e venditori di armi.

ISIS promuove la Umma islamica, un ritorno alla purezza delle origini, contro la falsa Sharia dell’establishment islamico. È un islamismo populista che può convertire le masse e rappresentarle. I musulmani moderati dovrebbero condannare ISIS e, contemporaneamente, i tiranni che ne hanno reso possibile la nascita, impoverendo le masse e usandole come carne da cannone.

Tra il 2015 e il 2016 gli iracheni, gli iraniani, i curdi e i siriani riusciranno a sconfiggere ripetutamente questi fondamentalisti (Isis: ong, curdi riconquistano regione nord-est Siria, Ansamed, 27 febbraio 2015) anche se l’offensiva contro Mosul si farà attendere (Lotta all’Isis: l’offensiva sulla città irachena di Mosul potrebbe slittare all’autunno, Rai News, 1 marzo 2015).

Ciò servirà a poco, perché non esiste alcuna strategia condivisa a Washington.
Un articolo del Time espone in maniera obiettiva ed efficace i sospetti iraniani che hanno finora impedito una piena collaborazione tra le due nazioni sul fronte della lotta all’ISIS, a partire dai ripetuti lanci di armamenti destinati ai curdi in aree controllate invece dai fondamentalisti, pur avendo a disposizione una tecnologia che consente a una nave di colpire un’auto in movimento a distanza di centinaia di chilometri (Why Iran Believes ISIS is a U.S. Creation, Time, 26 febbraio 2015).

Chi scrive condivide il sospetto iraniano che ci siano forze, negli Stati Uniti e in Israele, convinte di poter controllare questo movimento estremista e usarlo per i propri scopi: destabilizzazione di Siria e Iraq, demonizzazione dell’Islam da parte dell’opinione pubblica occidentale (Scontro di inciviltà o incontro di civiltà? Armageddon o Pace? WazArs, 13 gennaio 2015) e coinvolgimento dell’Iran in una guerra inter-araba (Israelpolitik, the Neocons and the Long Shadow of the Iraq War, Huffington Post, 2 febbraio 2015).

Sono forze non più predominanti, ma ancora molto influenti e costantemente sotto attacco da parte di una considerevole porzione dei media (Spycables: il Mossad smentì Netanyahu sull’atomica in Iran, Rai News, 26 febbraio 2015; The rise of ISIS in Iraq is a neocon’s dream, Al Arabiya, 19 giugno 2014; Saudis Said to Aid Israeli Plan to Bomb Iran, Consortium News, 25 febbraio 2015; Why Iran Is America’s Best New Partner in the Middle East, Slate, 16 giugno 2014).

I due decani della geopolitica americana della Guerra Fredda esemplificano il disordine che regna nelle stanze dei bottoni di una repubblica che, come la Roma cesaricida, dall’uccisione dei fratelli Kennedy in poi ha imboccato una strada imperiale che la condurrà a un brusco e sanguinoso risveglio.

Brzezinski, da sempre favorevole a un accordo con l’Iran per strapparlo alla sfera d’influenza russa, condanna la guerra in Iraq, la sponsorizzazione da parte degli alleati arabi dell’insurrezione anti-Assad, l’aggressività israeliana e l’idea di entrare in guerra contro ISIS (Zbigniew Brzezinski on ISIS, Ukraine, and the future of American power, MSNBC, 10 settembre 2014).

Questa è la linea di Obama (v. aperture a Cuba e Iran), sebbene questi – re travicello come lo può essere solo chi sa che la sua vita è appesa a un filo, per l’incompetenza o la malevolenza che sempre impregnano una società decadente (Nuova gaffe degli 007, pregiudicato armato in ascensore con Obama, Corriere della Sera, 1 ottobre 2014) –, appaia incline a seguire anche le raccomandazioni dei neoconservatori, per il tramite della portavoce del Dipartimento di Stato Victoria Nuland, moglie di Robert Kagan, uno dei co-fondatori del famigerato Progetto per un Nuovo Secolo Americano.

Henry Kissinger, intervistato qualche giorno prima, considera invece l’Iran nettamente più pericoloso di ISIS, ed è infinitamente più conciliante di Brzezinski circa la questione ucraina (Henry Kissinger’s Thoughts On The Islamic State, Ukraine And ‘World Order, NPR, 6 settembre 2014).

Netanyahu, con estrema franchezza, ha chiarito che lo scenario ideale per Israele (e per l’Arabia Saudita) è quello in cui ISIS e l’Iran si indeboliscono vicendevolmente (Netanyahu suggests pinning ISIS against Iran, Jerusalem Post, 22 giugno 2014).

Tel Aviv e Riyadh, come tutti gli apprendisti stregoni inebriati dagli ingannevoli poteri che esercitano, hanno probabilmente sovrastimato le proprie risorse e sottostimato la capacità di ISIS di risorgere dalle proprie ceneri dopo ogni sconfitta, perseguendo con sempre maggior tenacia e lucidità quella che diventerà sempre più una crociata anti-saudita e anti-sionista, in una commistione di brama di potere, brama di ricchezza, brama di vendetta e brama di purezza nel segno del “o tutto, o niente” e del “o con noi o contro di noi” (Saudi Arabia is right to be anxious over its ideological links with Isis, Guardian, 6 gennaio 2015).

L’incendio che incenerisce il piromane: la famiglia reale saudita ha devoluto sterminati capitali alla causa dell’eliminazione dell’Islam moderato e ora rischia un terribile effetto boomerang. Le divisioni all’interno della famiglia reale saudita non mancheranno di scatenare una lotta di potere che sarà analizzata con grande interesse dagli strateghi di ISIS.

Se anche l’Occidente riuscisse a schiacciare ISIS, a meno che non si decida di dare un futuro prospero e democratico a quella parte di mondo e a milioni di giovani arabi frustrati e arrabbiati, come le teste di un’idra, nuovi movimenti messianico-puritano-rivoluzionari rispunteranno per combattere la guerra santa contro la corruzione dell’Islam, del capitalismo, della politica e finanza locale e internazionale.

Ormai il vaso di Pandora è stato scoperchiato.

C’è chi ha capito come cavalcare l’onda del risentimento per impossessarsi di banche, pozzi petroliferi, depositi di armi, oleodotti, ecc., usando i media per fare propaganda anti-sistemica e reclutare nuovi idealisti o carrieristi.

La base e forse anche un segmento della leaderhips è straconvinta che Allah sia dalla sua parte ed è disposta a morire per la causa.

È già successo altre volte nella storia (guerra dei contadini). Questo movimento avrà maggior “successo” quanto più sarà percepita come una lotta di classe e di riforma, senza un attimo di tregua:

Le eloquenti dichiarazioni degli articoli circa le lamentele sociali, politiche ed economiche, nel sempre più popolare ambito protestante, unificarono la popolazione nella massiccia sollevazione che scoppiò inizialmente nella Bassa Svevia nel 1524. La rivolta si diffuse rapidamente in altre aree della Germania.

In alcune zone la rivolta mantenne i caratteri violenti della rapina, del saccheggio e dell’incendio a castelli, conventi e monasteri. In altre zone la rivolta si sviluppò con caratteri più organizzati, fino ad arrivare alla costituzione di gruppi organizzati militarmente, come nel caso del “Battaglione Nero” (Schwarzer Haufen) del comandante lanzichenecco Florian Geyer.

L’Impero, l’alta nobiltà e l’alta borghesia organizzarono la Lega Sveva comandata dal duca Giorgio di Waldburg. Il dissidente religioso Martin Lutero, già condannato come eretico con l’Editto di Worms del 1521, e accusato all’epoca di aver fomentato la lotta, rigettò le richieste degli insorti[2] e sostenne il diritto dei governanti tedeschi di sopprimere le rivolte, ma il suo ex seguace Thomas Müntzer, si fece notare come agitatore radicale in Turingia…In origine rivolta contro l’oppressione feudale, essa divenne, sotto la guida di Müntzer, una guerra contro tutte le autorità costituite, e un tentativo di stabilire con la forza il suo ideale di comunità cristiana, con l’uguaglianza assoluta e la comunione dei beni.

Da wikipedia

Le decapitazioni e l’esposizione mediatica sono un veicolo di reclutamento di giovani musulmani senza futuro provenienti da tutto il mondo. L’establishment arabo odia e teme il Califfato (L’Arabia Saudita teme l’Isis e costruisce un muro di mille chilometri per difendersi, Rai News, 16 gennaio 2015), perché è spietato e perché vuole depurare il mondo arabo dalla loro presenza.

In una contesa tra squali, non sono del tutto sicuri di essere gli squali più grossi.

Questo livore e questa paura alimentano il mito di ISIS tra tutti i musulmani che disprezzano le élite arabe e non capiscono perché loro devono essere poveri mentre una minoranza si permette di comprare intere squadre di calcio europee o di farsi costruire palazzi faraonici.

L’Arabia Saudita è il principale bersaglio di ISIS ma anche di centinaia di migliaia di diseredati; è anche possibile che ci siano sauditi che finanziano clandestinamente questi giacobini islamisti sociopatoidi, nella speranza che abbattano il regime.

ISIS è una combinazione di mafia transnazionale, fascismo islamista e rivoluzione puritana interna all’Islam che se ne infischia della Sharia (e quindi dell’autorità religiosa saudita, che considera – giustamente – irrimediabilmente corrotta ed anti-islamica) e privilegia la Umma.

Come il fascismo emerso in Occidente e in Giappone a causa degli squilibri collegati alla fase di transizione verso la modernità, questo fascismo islamista, entrando a contatto con l’affarismo più scriteriato (gasdotti) e con il sionismo e wahabismo militanti, ossessionato dall’idea di estirpare le aristocrazie arabe, ha tutte le carte in regola per scatenare un inferno.

Ankara, Riad, Doha, Manama, Amman, Kuwait City, il Cairo e forse anche Tel Aviv potrebbero diventare il teatro di una delle più grandi sommosse della storia umana, un evento che finirebbe per annientare sia lo status quo, sia lo stesso Califfato.

Il tempo della rivoluzione mondiale si avvicina. Qatar, Arabia Saudita, gli Emirati si fanno chiamare stati islamici, ma poi improvvisamente salta fuori uno stato fondamentalista islamico che ce l’ha principalmente con loro. ISIS conta circa 10.000 sauditi tra le sue file – sono fondamentalisti jihadisti provenienti dall’Arabia Saudita. Hanno già detto che il loro obiettivo principale è quello di rovesciare il regime marcio e corrotto dell’Arabia Saudita.

In definitiva, stiamo entrando in un periodo molto interessante. Non saranno i toni geopolitici ed economici a prevalere. Questo è un periodo ideologico. Ancora una volta stiamo entrando in un’epoca di guerre ideologiche. Le guerre religiose sono una delle forme più acute di guerra ideologica e le guerre ideologiche durano sempre fino alla fine.

Shamil Sultanov, ISIS starts new era in the history of mankind, Pravda, 23 settembre 2014

Chiunque abbia studiato la Siria da lontano, per non parlare di quelli che vi si recano, sanno che la finzione dell’”opposizione moderata” – presunti disertori dell’esercito governativo siriano – non esiste. Danneggiati, disillusi, assassinati o semplicemente reclutati da ISIS o qualche altra veste di al-Qaeda, la vecchia “Free Syrian Army” è ormai un mito altrettanto ridicolo e potente per i Kerry di questo mondo quanto la vanteria di Mussolini che l’esercito italiano avrebbe sconfitto gli inglesi in Nord Africa. Ogni soldato siriano vi dirà che è felice di combattere la FSA perché questi guerrieri dell’”opposizione moderata” se la battono sempre. Sono i “terroristi” di al-Qaeda-Nusra-Isis che combattono fino alla morte.

Robert Fisk, John Kerry’s rhetoric on Isis insults our intelligence and conceals the reality of the situation in Syria, the Independent, 21 settembre 2014.

Evitiamo di aggiungere un altro fallimento ad una già lunga e smettiamola di giocare all’apprendista stregone…Non si va in guerra per sradicare un nemico, ma per guadagnarsi dei punti d’appoggio per la pace. Che cosa accadrà con questa importante operazione? Si faranno amalgamare per riflesso di solidarietà identitaria delle popolazioni sunnite che sarebbero ambivalenti nei confronti dello stato islamico. Idee semplici alimenteranno la vittimologia sunnita: “Tutti i nostri nemici si sono coalizzati: sciiti, curdi e occidentali! Siamo rimasti gli unici a difendere la popolazione sunnita!

Dominique de Villepin, En Irak, les «Somnambules» sont de retour, Libération, 17 settembre 2014.

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About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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