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La strage dei Proci – è cominciata la guerra mondiale alla corruzione

La strage dei Proci – è cominciata la guerra mondiale alla corruzione

E perché l’iniquità sarà moltiplicata, la carità dei più si raffredderà. Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato.

Matteo 24:6-14

Si potrebbe anche confrontare la geografia contemporanea dei paradisi fiscali e bancari con quella degli stati filibustieri dei Caraibi di un tempo: si scoprirebbe spesso una sorprendente sovrapposizione.

Jean-François Gayraud, François Thual, Géostratégie du crime, 2012, p. 166

Gli Stati Uniti sono il fulcro del terzo polo di centri offshore. In America il ricorso ai paradisi fiscali è sempre stato molto più controverso che in Gran Bretagna, dove la City di Londra ha neutralizzato l’opposizione alla sua strategia offshore globale. I funzionari statunitensi sono impegnati a combattere le frodi fiscali offshore almeno fin dal 1961, quando il presidente Kennedy chiese al Congresso di approvare una legge per spazzar via i paradisi fiscali “dalla faccia della terra”.

Lo Stop Tax Haven Abuse Act, appoggiato nel 2008 anche da Barack Obama prima che salisse al potere, e il successivo svuotamento del provvedimento da parte della lobby dell’offshore, non sono che una recente schermaglia in un’antica guerra. Nel corso del tempo l’amministrazione statunitense è passata gradualmente da un’esplicita opposizione ai paradisi fiscali a un blando atteggiamento di complicità con il sistema. A partire dagli anni sessanta i finanzieri americani sono fuggiti in massa all’estero per sottrarsi alle norme e alle imposte vigenti negli Stati Uniti, prima verso l’euromercato offshore di Londra, poi verso la ragnatela britannica e oltre.

Il sistema offshore ha permesso a Wall Street di aggirare la rigorosa regolamentazione finanziaria statunitense, riguadagnando progressivamente potere e influenza sul sistema politico americano e poi, soprattutto dagli anni ottanta, trasformando gli stessi Stati Uniti in quello che è attualmente, in una certa misura, il più importante paradiso fiscale del mondo…Questa strana e semisconosciuta rete incentrata sugli Stati Uniti, che ricorda il ruolo coloniale delle giurisdizioni segrete nella zona britannica, è una chiara indicazione del fatto che la finanza offshore si trova da anni al centro delle trame ordite dai neoconservatori per affermare il potere statunitense in ogni angolo del globo. In pochi se ne sono accorti.

Nicholas Shaxson, Le isole del tesoro, 2011

Finché i greci obbedivano alla troika, potevano essere tratteggiati usando i classici stereotipi: sboccato, pigri mediterranei, dipendenti da un sistema di welfare che non possono permettersi, che è il sottofondo di riviste come la Bild. Votando per Syriza i greci hanno sfidato lo stereotipo. Il primo ministro Alexis Tsipras è esattamente il tipo di persona che uno può incontrare nelle riunioni d’affari tedesche: un poliglotta, con un sorriso educato e senza cravatta. Varoufakis, senza il passaporto greco e con un abito migliore, potrebbe passare per un tecnocrate tedesco fatto e finito.

Paul Mason, Germany v Greece is a fight to the death, a cultural and economic clash of wills, Guardian, 8 febbraio 2015

Distruggeremo le basi su cui [gli oligarchi] hanno costruito, decennio dopo decennio, un sistema che succhia l’energia e il potere economico da ogni altro membro della società.

Grecia, chi è il falco Yanis Varoufakis, il nuovo ministro delle Finanze che tratterà con l’Europa, Sole 24 Ore, 27 gennaio 2015

La speranza scrive la storia. È stata sconfitta la Grecia dell’élite e degli oligarchi. Ridiamo dignità al popolo.

Alexis, senza cravatta contro i poteri forti “Basta con gli oligarchi diamo dignità al popolo”, Repubblica, 26 gennaio 2015

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Il 2015 è cominciato con altri due suicidi eccellenti (Siemens, si suicida l’ex responsabile finanziario del colosso tedesco, ImolaOggi, 6 febbraio 2015; JPMorgan worker in murder-suicide, CNN, 9 febbraio 2015).

Nel 2013 i funzionari di banca suicidatisi sono stati 18; nel 2014 sono raddoppiati (Madsen’s dead bankers list).

È verosimile che questo stillicidio di vite (non c’è da rallegrarsene: a giudicare dalla loro biografia, molti avevano iniziato la carriera con le migliori intenzioni, non certo presagendo che un giorno sarebbero diventati dei capri espiatori) sia legato a giganteschi – non episodici, bensì strutturali – fenomeni di corruzione ai massimi livelli (Swissleaks, una super-evasione da 180 miliardi. La Finanza: italiani hanno nascosto 741 milioni, Stampa, 9 febbraio 2015; Si allarga lo scandalo Luxleaks, ci sono anche Skype e Walt Disney: Juncker nel mirino, 10 febbraio 2014; Libor, manipolazione tassi interbancari già nota tre anni prima dello scandalo, Manifesto, 18 gennaio 2014; Prezzo dell’oro, l’ennesima frode che gli speculatori non pagheranno con la libertà, Fatto Quotidiano, 2 marzo 2014; Scandalo Forex, maxi-multe a 5 banche, Sole 24 Ore, 12 novembre 2014; Hsbc, multa record negli Usa da 1,9 miliardi $ per riciclaggio soldi narcos e Iran, Sole 24 Ore, 11 dicembre 2012). In quest’epoca tristemente decadente, non dobbiamo dimenticarci degli scandali collegati alle reti di pedofili illustri, che si intrecciano a quelle cleptocratiche (Scandalo pedofilia Westminster. Altri 6 parlamentari su lista nera, Internazionale, 22 dicembre 2014).

Sta contemporaneamente crescendo la consapevolezza che le grandi multinazionali del crimine possono fagocitare gli stati, che le megafrodi bancarie scatenano le grandi crisi finanziarie (Jean François Gayraud, Carlo Ruta, Colletti criminali. L’intreccio perverso tra mafie e finanze, 2014) e che l’unica maniera di contrastare questa macrotendenza è coordinarsi e contrastare la balcanizzazione del mondo, perché proprio i territori più minuscoli (es. Cuba pre-castrista, Nauru, Panama, Kosovo, Montenegro, Haiti, Antille olandesi, Antigua e Barbuda, Liechtenstein, Lussemburgo) e gli stati ingovernabili (Iraq, Somalia, Libia, Afghanistan, Siria, Mali, ecc.), sono i più vulnerabili a questo genere di parassitismo virale cleptocratico (Jean-François Gayraud, François Thual, Géostratégie du crime, 2012), che ha agghiaccianti paralleli in natura (Il controllo mentale dei parassiti dirottatori, Wired, 2 novembre 2009).

È fondamentale capire che questa trama fa capo a Londra e Washington (Gli Stati Uniti? “Il più importante paradiso fiscale del mondo”, Panorama, 9 luglio 2012) e l’impatto di questa mentalità neofeudale (200mila magnati controllano il 13% della ricchezza prodotta da 7 miliardi di persone) su intere nazioni può essere fatale (Prospects for Ukraine’s Partition. Warsaw to Waste no Time Rushing to the Party, Strategic Culture Foundation, 1 dicembre 2014).

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Papa Francesco, adoperando il suo ormai caratteristico linguaggio colorito e ruspante, ha molto efficacemente espresso il suo pensiero circa la corruzione dilagante (Il Papa: «I corrotti rubano ai poveri, darei loro una bella pedata nel sedere», Il Gazzettino, 19 gennaio 2015; “Ior, pulizia in Vaticano: Papa Francesco ci sostiene”, Giornalettismo, 11 luglio 2014)

Le popolazioni sono sempre meno disposte a tollerare questo stato di cose e, di conseguenza, in Grecia, come in Spagna e in Cina – e prima ancora in Islanda (Iceland jails former Kaupthing bank bosses, BBC, 12 dicembre 2013) – i politici riformisti stanno intraprendendo una lotta senza quartiere alla corruzione (Swissleaks, Podemos ingaggia Hervè Falciani per la lotta all’evasione e ai paradisi fiscali, Huffington Post, 9 febbraio 2015) che, com’era prevedibile, li espone all’accusa di killeraggio politico da parte dei settori dell’establishment più fortemente implicati in queste pratiche.

Il governo cinese sta usando la carota e il bastone contro la corruzione endemica nel paese (Cina, governo raddoppia lo stipendio ai funzionari: “Misura contro la corruzione”, Fatto Quotidiano, 20 gennaio 2015; Cina: al via la “caccia alla volpe” contro la corruzione, RBE, 22 gennaio 2015; Cina: giustiziato imprenditore corrotto, ANSA, 9 febbraio 2015) e non risparmia i banchieri (Cina, direttore Banca di Pechino indagato per corruzione, askanews, 3 febbraio).

Questa guerra mondiale agli oligarchi ed evasori fiscali dev’essere dichiarata da ogni paese, a questo punto, e le istituzioni transnazionali dovrebbero sostenerla, non certo ostacolarla.

Il fatto che i mezzi di informazioni tendano ad aggredire un governo che cerca effettivamente di realizzare il suo programma, approvato da una maggioranza di cittadini, e lo definiscano radicale, dimostra solo in che pantano siamo finiti. Il governo greco non è radicale, nel senso che dovrebbe essere la norma nel mondo: equità, solidarietà, trasparenza, clemenza verso i deboli e giustizia con i forti.

ULISSE CONTRO I PROCI: GIUSTIZIA RIEQUILIBRATRICE O IRA FUNESTA?

So di manager di hedge fund di tutto il mondo che stanno comprando piste di atterraggio e aziende agricole in posti come la Nuova Zelanda, perché pensano di aver bisogno di una via di fuga.

Robert Johnson, ex dirigente di Soros Fund Management, As inequality soars, the nervous super rich are already planning their escapes, Guardian, 23 gennaio 2015

 

In Grecia il problema è particolarmente sentito. Un governo giovane, guidato da un quarantenne nato dopo la fine dell’ultracorrotta dittatura dei colonnelli, sta cercando di cambiare rotta rispetto ai governi precedenti che, per sanare l’economia, hanno colpito i contribuenti che non potevano sfuggire al fisco (con tasso di suicidi triplicato), lasciando impuniti gli oligarchi che erano i principali responsabili del dissesto greco, in combutta con le grandi banche francesi e la grande industria tedesca (Corruzione e tangenti: il caso Germania, Panorama, 4 luglio 2014; L’Europa ha troppo da farsi perdonare per non ascoltare Atene, Repubblica, 31 gennaio 2015).

Queste sono le 22 misure (in greco) che il nuovo governo intende adottare contro evasori e corruttori.

Questi i 40 punti principali (in italiano) del programma di governo.

Non sarà facile per questa coalizione di patrioti di sinistra e di destra far valere le ragioni del buon senso contro le ragioni del profitto mascherato da intransigenza morale, ma gli analisti più avveduti sono convinti che l’accordo si può siglare, sanerebbe la questione delle riparazioni di guerra che la Germania deve alla Grecia (Quando fu la Grecia a chiedere il conto alla Germania, Sole 24 Ore, 3 aprile 2012), ed è nell’interesse del 99% degli europei (Why Greece and Europe Can Still Reach a Deal, New Yorker, 5 febbraio 2015), in primis dei tedeschi, che solo grazie all’euro sono rimasti competitivi (Ecco quanto la Germania guadagna dalla crisi. Bilancia dei pagamenti più che decuplicata con l’euro, Sole 24 Ore, 6 giugno 2012).

I cosiddetti “poteri forti” europei sanno molto bene che non possono permettersi un’altra Lehman Brothers, un gigante lasciato fallire, contando erroneamente sul fatto che non avrebbe innescato una reazione a catena (Crisi e dintorni – Lehman Brothers, l’estate della Grande Peste, Fatto Quotidiano, 5 settembre 2014).

Oltre il 70% della popolazione greca sostiene il nuovo governo. Ha sete di giustizia.

Alexis Tsipras e il suo ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, hanno promesso giustizia e tale giustizia dovrà essere ferma e implacabile, perché potrebbe non bastare a milioni di europei e americani che sono stati trattati come paria.

Quasi un terzo degli elettori americani è infatti propenso a considerare l’opzione di una rivoluzione armata (Poll: Armed Revolution Could Be Necessary, 29 Percent Of Voters Believe, Huffington Post, 2 maggio 2013) e in Italia le cose non vanno meglio (Sondaggio Acli, per 1 italiano su 3 serve ‘rivoluzione’, ANSA, 2 maggio 2012).

Se in casa mi offendono, il tuo cuore sopporti di vedermi soffrire, anche se mi trascinassero per i piedi alla porta o mi bersagliassero di colpi, se lo vedi, sopporta; pregali soltanto di smettere dalle loro follie con parole amabili: certo non ti obbediranno, perché su di loro incombe il giorno fatale.

Ulisse al figlio Telemaco

Chi sopporterebbe la frusta e l’ingiuria del tempo, i torti dell’oppressore, le contumelie del superbo, i dolori dell’amore disprezzato, i ritardi della giustizia, l’insolenza del potere, gli scherni che il meritevole pazientemente subisce da parte di gente indegna?

Amleto

Edmond Dantès, Odisseo, Amleto e Prospero sono eroi che hanno ristabilito un equilibrio che era venuto a mancare a causa di un’iniquità impunita.

L’assenza di un processo e di sanzioni che riequilibrino una situazione di squilibrio tra carnefice e vittima genera infatti una cancrena nella società: le vittime del torto non possono darsi pace, si struggono nella sofferenza, sospesi nel limbo dell’impotenza. Quando queste persone che non hanno ottenuto giustizia sono molte, la società si disintegra, si corrompe fin nelle sue viscere.

Il rischio è che un governo giovane non sia sufficientemente maturo da gestire saggiamente quest’operazione Mani Pulite su scala industriale che potrebbe servire da esempio all’intero pianeta.

Prendiamo Ulisse, il giustiziere per antonomasia.

Sopravvive perché si sa adattare, trasformare, a seconda delle circostanze e degli incontri.

Impara progressivamente a prevedere molte delle conseguenze delle sue azioni, mentre per quasi tutto il viaggio, per quanto scaltro, sembra troppo autocentrato per avvalersi di strategie che non implichino l’uso della forza, indipendentemente dal tipo di ostacolo incontrato. L’Ulisse che si lascia alle spalle le rovine di Troia sarebbe un pessimo marito, un pessimo padre e un pessimo re. Occorre prima che demilitarizzi la sua personalità, come tanti veterani (v. American Sniper). Occorre che ogni azione sia consapevole, ponderata, finalizzata ad una rapida risoluzione, non ad una “gloriosa tenzone”.

L’Ulisse che arriva ad Itaca è una persona trasformata, ci spiega Pietro Citati (La mente colorata: Ulisse e l’Odissea, 2002): Mentre Achille si concentra in sé stesso, Ulisse si espande all’infinitonon rifiuta nessuna parte della vita: accoglie qualsiasi cosa esistanessun eroe omerico ha la sua curiosità, il suo amore di esperienza e, come diceva Cicerone, il suo desiderio di sapere…e, per capire gli altri, si trasforma non cede a nessuna lusinga: vince una dopo l’altra le forze – i Lotofagi, Circe, Calipso – che lo spingerebbero a dimenticarenon ama l’accecamento, la follia eroica, la possessione, la furia quasi dionisiaca, l’ira divina, che avevano distinto Achille e Agamennone, Diomede, Ettore e Patroclo.

Dopo aver fatto giustizia, opera un’immediata riconciliazione con i parenti delle vittime, i Proci, che non erano per nulla innocenti. Infatti, incarnano il Male Assoluto, come poteva immaginarlo un greco del settimo secolo, precisa Citati. Omero li descrive come frivoli, avidi, bramosi, traviati e degradati, empi, che non rispettano ospiti e mendicanti, non badano ai segni dei tempi, agli ammonimenti divini, credono solo in ciò che possono vedere e toccare. Sono affetti da hybris: arroganti, tracotanti, violenti, prepotenti, smodati, privi di contegno, insozzano la casa che li ospita, nessuno di loro può essere innocente. Si comportano come degli psicopatici e forse lo sono: “Avevano varcato i limiti entro cui erano stati collocati dalla sorte e dalla vita. Avevano sconfinato. Avevano invaso la casa del re, ne sperperavano i beni, abusavano delle sue ancelle, ne insidiavano la moglie, attentavano alla vita di suo figlio, imponevano il loro volere all’aèdo, sobillavano i servi, aggredivano ospiti e stranieri, come era appunto il mendicante” (G. Aurelio Privitera, Il ritorno del guerriero: lettura dell’Odissea, 2005).

Hanno offeso Temi, la legge di natura, la legge della convivenza, il principio del reciproco rispetto e per questo meritano la punizione che viene loro inflitta da Odisseo e Telemaco (e di Penelope, che quasi certamente aveva riconosciuto il marito): la giusta punizione retributiva e riequilibrante che spetta a chi, con la sua hybris, ha sbilanciato il cosmo.

Le Massacre des prétendants (1812), di Christophe Thomas Degeorge

Le Massacre des prétendants (1812), di Christophe Thomas Degeorge

 

ITACA O IL MONDO ATTUALE?

Fino a quando la carne guasta invade tutto il sistema e qualcuno inizia a sentirne l’odore. Si comincia in Svizzera, si prosegue a Londra dove una escort comunica al banchiere la confidenza che le ha fatto un arabo: vendi tutto quello che hai in Borsa. Svizzera, Arabia, quelli che devono sapere sanno, gli altri, tutti gli altri, come sempre cadranno.

Confessioni di un banchiere corrotto, Fatto Quotidiano, 22 settembre 2009

Questa brama di giustizia èla reazione ad un potere tirannico come quello dei Proci, che non sono disposti al dialogo ed al negoziato (II 210), sono miscredenti (II, 179-181), superbi, accidiosi, villani, lussuriosi, cospiratori ed aspiranti omicidi. Sono dei parassiti, dei vampiri, divoratori di sostanze altrui: tra le lagnanze di chi si schiera con Ulisse, il termine “mangiare” è quello più ricorrente. I pretendenti consumano ciò che non gli spetta, smodatamente.

La vendetta è anche una ribellione alla propria impotenza, l’asserzione o riaffermazione della propria dignità di fronte all’iniquità e alla superbia di chi si considera superiore per natura di chi, se potesse, cospirerebbe contro il re tornato a casa, per ucciderlo.

Ormai l’aggressione non è più per conquista ma per difesa di sé, del proprio luogo come luogo umano, anzi come vera umanità finalmente raggiunta. […]. Questo eccidio (che tale è, comunque, e atroce) non deve essere ricordato, non dà gloria, è una triste e tragica necessità” (Pietro M. Toesca, Itaca: il luogo del ritorno, la terra dei padri, 2001).

Per sottolineare la futilità di ogni glorificazione dell’evento, l’Odissea recita: “…noi della strage di figli e fratelli, diamo l’oblio; e amandosi essi a vicenda, come prima, pace e ricchezza grande vi sia” (XXIV, 484-486).

L’azione di Ulisse non è mai improvvisata, non è un impulso meccanico, emotivo, è il frutto dell’elaborazione del suo ingegno, della capacità di porre da parte l’orgoglio e l’ira per un fine più elevato. Achille non è in grado di farlo, la sua “ira funesta” è dissennata e lo conduce alla morte. Ulisse lo incontrerà nell’Ade e questi gli confesserà di essersi pentito della sua impulsività: che se ne fa della gloria un’ombra?

La vicenda si svolge in accordo con una morale più antica dell’Odissea: l’arrogante (Antinoo) non concederà nulla, vittima, come tutti gli avidi, della coazione a ripetere il male, senza saper controllare le proprie pulsioni, privo della capacità di analizzare obiettivamente la realtà e presagire quel che sta per succedere. Il savio e giusto (Eumeo) concederà ciò che può, consapevole del fatto che i rovesci del destino, la vulnerabilità, la mortalità e, più in generale, la precarietà e la transitorietà accomunano tutti gli esseri umani.

Forse, però, la figura più struggente, seppur secondaria, è quella di Anfinomo, una brava persona che però, con il suo silenzio e il suo conformismo, si rende complice del male. Riceve tutti gli avvertimenti ed ammonimenti del caso, sa che le cose volgono al peggio – attraversò la stanza, afflitto nel cuore, scuotendo il capo e presentendo la sventura nel cuore – ma non ha la forza di dissociarsi, di far valere la propria coscienza sulla volontà del gruppo dei Proci, e per questo seguirà la loro sorte, inutilmente.

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C’È DEL MARCIO IN DANIMARCA E NON SOLO LÌ

Uno dei nodi che imbrigliano la ripresa danese è la spesa delle famiglie, motore decisivo dell’attività economica prima della crisi quando, tuttavia, veniva alimentato soprattutto dai debiti, in particolare i mutui concessi con grande generosità: non a caso il debito privato nel 2009 aveva raggiunto un livello record, il 320% del reddito disponibile. Oggi, dopo cinque anni di spesa stagnante e inevitabili sforzi di regolamentazione del settore bancario, il debito è sceso al 290% (fonte: Economist Intelligence Unit) ma rimane il più elevato tra i Paesi Ocse.

C’è del marcio in Scandinavia: così declina il modello nordico, Sole 24 Ore, 6 dicembre 2014

Seth L. Schein (Reading the Odyssey: selected interpretive essays, 1996) rileva perspicacemente che l’Odissea è piena zeppa di personaggi che si dimenticano le cose, non pongono attenzione a quello che fanno, si formano una valutazione superficiale ed estremamente arbitraria della realtà e per questo falliscono e periscono. Il che ci porta al più celebre dei capolavori di William Shakespeare, l’Amleto.

Agostino Lombardo è dell’opinione che Amleto non sia un eroe, non è il classico uomo d’azione, come Ulisse (Lombardo, L’eroe tragico moderno: Faust, Amleto, Otello, 1986). È un intellettuale, un uomo di pensiero ma, alla bisogna, si fa soldato. Se esita ad agire, è perché possiede una coscienza, non è per viltà. Come Ulisse, però, con il passare del tempo matura una “prodigiosa consapevolezza”: Ad Amleto non sfugge nulla di quanto accade intorno a lui, e in sua funzione… se gli altri personaggi si muovono in una sfera limitata, parziale, e vedono, della vita, soltanto una sezione, la sfera di Amleto abbraccia tutta la vita. Se gli altri personaggi vedono soltanto una parte dei rapporti che li legano gli uni agli altri e tutti ad Amleto, Amleto li vede tutti, e ha dispiegata davanti a sé la loro trama, il loro intrecciarsi (p. 45).

Il fido Orazio completa il suo campo visivo, già stupefacente. Da dove scaturisce questo suo talento? Dal suo attaccamento al principio di realtà ed il suo rifiuto della finzione, dell’inganno e della corruzione. Se si finge pazzo è, come Lucio Giunio Bruto, il glorioso fondatore della repubblica romana, per sopravvivere e per portare a termine la vendetta.

I suoi avversari, al contrario scambiano i loro desideri per la realtà, condannandosi alla rovina.

Amleto ha una marcia in più. Lo dimostra quando si fa beffe di Polonio, senza che questi si renda conto del suo patetico conformismo (atto terzo, scena seconda):

AMLETO: Vedete voi quella nuvola che ha quasi la forma d’un cammello?

POLONIO: Per la messa, e assomiglia a un cammello davvero.

AMLETO: Mi pare che assomigli a una donnola.

POLONIO: Ha il dorso come una donnola.

AMLETO: O come una balena.

POLONIO: Proprio come una balena.

Polonio non può vedere una cosa da più di una prospettiva, ma può essere indotto a concordare sul fatto di vedere qualunque cosa.

Anche Rosencrantz e Guildenstern sono presi in contropiede perché si attendono che lui agisca meccanicamente e prevedibilmente come sono soliti fare loro, in quanto motivati da ambizioni banali. Chi fraintende il proprio ruolo per la propria vera, totale identità non può capire né se stesso né gli altri. Continuerà a leggere la realtà e i comportamenti altrui in funzione dei ruoli, non delle indoli, non degli spiriti, non della tempra.

Quando questi uomini e donne inautentici incontrano qualcuno che non ha tradito il proprio sé interiore asservendolo ad una persona fissa, si difendono dall’auto-esame, dalla messa in discussione di se stessi che in genere è provocata dall’incontro stesso, inevitabilmente, proiettando il loro tradimento di se stessi sull’individuo autentico: “sono i cittadini greci che hanno voluto vivere al di sopra delle loro possibilità”, “chi dipende dal welfare è un parassita e non ha voglia di lavorare”, ecc.

Amleto è spronato a farsi giustizia dall’apparizione del fantasma del padre, che gli rivela il terribile complotto ordito ai suoi danni dal fratello Claudio e dalla moglie. Un figlio non può lasciare invendicato il padre.

Per Peter Alexander (Hamlet: Father and Son, 1955) Amleto vuole giustizia, prima ancora che vendetta. Vuole che le cose siano sistemate, perché sono state sovvertite e non ci sono spazi per una vera riconciliazione, a causa dell’hybris di chi ha la spada dalla parte del manico ed è responsabile dello squilibrio. Nel vendicare il padre senza macchiarsi di hybris (ossia senza produrre altro scompenso), nel farsi giustizia, nel ristabilire l’ordine, Amleto otterrà la redenzione, che peraltro non era quel che pensava di raggiungere, all’inizio. Amleto vince la disfida con Claudio, lo zio usurpatore ed assassino, perché non sacrifica la sua identità al ruolo costringente di vendicatore, che soffocherebbe la sua libertà e la sua coscienza (Driscoll, Identity in Shakespearean drama, 1983).

BIBLIOGRAFIA

Peter Alexander, Hamlet: Father and Son, Oxford: Clarendon Press, 1955.

Pietro Citati, La mente colorata: Ulisse e l’Odissea, Milano: Mondolibri, 2002.

James P.Driscoll, Identity in Shakespearean drama, London: Associated University Presses, 1983.

Northrop Frye, Tempo che opprime, tempo che redime: riflessioni sul teatro di Shakespeare, Bologna: Il mulino, 1986.

Agostino Lombardo, L’eroe tragico moderno: Faust, Amleto, Otello, Roma: Donzelli, 1996.

Guido Paduano, La nascita dell’eroe: Achille, Odisseo, Enea: le origini della cultura occidentale, Milano: Rizzoli, 2008.

G. Aurelio Privitera, Il ritorno del guerriero: lettura dell’Odissea, Torino: Einaudi, 2005.

Seth L. Schein (a cura di), Reading the Odyssey: selected interpretive essays, Princeton, N.J.: Princeton university press, 1996.

Pietro M. Toesca, Itaca: il luogo del ritorno, la terra dei padri, Bolzano [etc.]: Il Brennero, 2001.

Cedric H. Whitman, Homer and the Heroic Tradition, Cambridge Mass, NY: Norton, 1965.

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About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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