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Il Trentino Alto Adige nel secolo asiatico

Il Trentino Alto Adige nel secolo asiatico

Paolo Mazzalai, presidente di Confindustria Trento, nel suo più recente editoriale di “Trentino Industriale”(“Verso il Trentino 3.0”, ottobre-novembre 2014), dichiara che la riforma della “carta costituzionale” delle province autonome di Trento e Bolzano non è più rinviabile e dovrà essere al centro di “un percorso condiviso con la comunità”, non essendo una questione da riservare agli specialisti, bensì un’opportunità di “maturazione collettiva” per tutte le componenti della società e dell’economia, al fine di “traghettare insieme il nostro Trentino verso una nuova fase”.

Mazzalai interpreta lo spirito dei tempi. La civiltà umana evolve grazie alla contrapposizione tra spinte centripete verso l’accentramento, l’unità, il consolidamento, la conservazione e spinte centrifughe verso il decentramento, la diversità, il cambiamento, l’espansione (La Grande Trasformazione del 2015-2016: due scenari, FuturAbles, 24 aprile 2014).

L’importante è che si arrivi a un equilibrio virtuoso tra le due polarità, evitando che un estremo cerchi di cancellare l’altro.

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La guerra fredda tra NATO e SCO mette a nudo quello che è il nodo vitale del ventunesimo secolo, la legittima pretesa da parte delle civiltà orientali – una rivendicazione senza precedenti e intollerabile per molti occidentali – di conquistarsi uno status pari a quello occidentale, un posto al sole per i propri valori e le proprie tradizioni, sulla base dell’assunto che diventare moderni non significa diventare occidentali (il fardello dell’uomo bianco).

Questo approccio etnocentrico alle questioni globali è radicatissimo ed è alimentato in particolare dalle produzioni cinematografico-televisive statunitensi (cf. American Sniper, The Americans, Homeland, 24).

L’ho toccato con mano io stesso nelle discipline antropologiche e politologiche: lo scienziato occidentale, quando si reca alle conferenze in Asia, ha la tendenza a pontificare e a confondere la cortesia ed ossequio orientali con la stupefazione e l’implicita sottomissione intellettuale al “maschio alfa”.

Di contro, in altri casi – ma la radice psico-cognitiva è identica, seppure di segno opposto – molti occidentali si convincono invece che rimanere ignoranti riguardo agli altri è preferibile rispetto ad un inavvertito fraintendimento. Meglio un silenzio passivo al cospetto della Sacra Alterità: “Sono totalmente diversi”, “non siamo in grado di capirli”, “criticarli è un sintomo di mentalità imperialista tipicamente occidentale”.

Di conseguenza si accettano acriticamente i pregiudizi e le interpretazioni soggettive dell’Altro (asiatico, africano, ecc.) in una sorta di auto-lobotomizzazione critica.

Ma questa esaltazione delle differenze, quando è fine a se stessa, è un elogio dell’infermità mentale, dell’automutilazione delle proprie facoltà critiche, un’autolobotomizzazione del proprio discernimento: inibisce ogni tipo di confronto e pone in risalto contrasti reali o solo apparenti.

L’idea della cultura come radicale alterità infrange ed offusca le evidenti ed istruttive omologie/analogie e si pone in contrasto con i più elementari principi di logica e metodo. Da qui promanano le nostre fobie: l’antisemitismo, l’islamofobia, la russofobia, la sinofobia, la slavofobia, l’afrofobia, l’indigenofobia, l’anti-americanismo, ecc.

Il differenzialismo è al servizio delle logiche imperiali dell’una e dell’altra parte: il fine ultimo è quello di conferire allo status quo una legittimità eterna (immobilismo permanente, fine della Storia) impedendo ad occidentali e orientali di instaurare un rapporto di scambio dialettico e paritario che aiuti gli uni e gli altri a rimediare ai propri vizi e manchevolezze imparando dall’altro.

Le conseguenze di questi fraintendimenti possono essere fatali: si va dal sabotaggio di altrimenti molto promettenti partnership commerciale tra imprese, distretti industriali o nazioni, al ricorso alle armi (scontro di civiltà).

La questione si complicherà ulteriormente forse già nel corso della seconda metà di questo secolo quando, anche grazie all’intensificarsi dei rapporti con l’Est, il Sud del mondo avanzerà le medesime pretese nei confronti del Nord.

Il nostro obiettivo dev’essere l’unità nella diversità.

http://www.orienteoccidente.it/

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Il ruolo trentino e bolzanino in queste dinamiche sarà tutt’altro che insignificante (Il futuro della regione Trentino-Alto Adige, FuturAbles, 1 gennaio 2015).

L’effetto farfalla è reale: le conseguenze di un mutamento a livello locale (micro) sull’intero sistema (macro) sono imprevedibili.

Nel corso del 2015 sarà sempre più chiaro a tutti che le tensioni intorno alle quotazioni del dollaro, rublo, petrolio, oro e argento fanno da sfondo a una grande riorganizzazione geopolitica, economica e finanziaria del pianeta che sfocerà in un nuovo ordine policentrico e confederale (Il nuovo ordine mondiale sarà il modello elvetico applicato su scala planetaria, FuturAbles, 24 gennaio 2015).

Anche per la scelta scellerata di non affrontare e risolvere i nodi che hanno causato la crisi del 2008 – dal 1987 in poi, in genere ogni 7 anni circa, il sistema subisce un tracollo: una situazione giudicata intollerabile dal resto del mondo –,l’Atlantico perderà la sua posizione predominante, a vantaggio del Pacifico e dell’Indiano (cf. Jean-Joseph Boillot et Stanislas Dembinski, Chindiafrique. La Chine, l’Inde et l’Afrique feront le monde de demain, Odile Jacob, 2013).

L’egemonia economico-politica si trasferirà gradualmente verso l’Estremo Oriente, l’India, l’Indonesia e, secondariamente, l’Unione Eurasiatica (che è destinata a coinvolgere l’intera Asia centrale ex-sovietica).

Il tutto si gioca intorno al dollaro e alla realizzazione della Nuova Via della Seta (La Cina prepara la nuova Via della seta, Il Sole 24 Ore, 8 novembre 2014), che tanto preme all’establishment tedesco (e perciò dovrebbe stare a cuore anche a noi) e che, al di là delle formule di circostanza, non piace per nulla a quello statunitense (Il triangolo Cina-Russia-Germania, Limes, agosto 2014).

Una classe media asiatica (e africana) in fortissima ascesa (la sua consistenza raddoppierà entro il 2030), sarà molto appetibile per chi si occupa di turismo, commercio e cultura (Matteo Boato, our cultural ambassador in Putin’s Russia, WazArs, 12 dicembre 2014).

Quella che ci attende potrebbe realmente essere una nuova età dell’oro, per chi saprà scegliere sapientemente la strada migliore (H&M a Trento vs. Salewa a Bolzano: moda etica, consumo critico, WazArs, 21 ottobre 2015).

Molto accortamente, alcuni statisti europei, indipendentemente dal loro colore politico (Romano Prodi, Dominique de Villepin, Frank-Walter Steinmeier e i tre cancellieri tedeschi che hanno preceduto Angela Merkel, Alexis Tsipras, ecc.), stanno lavorando più o meno dietro le quinte per fare in modo che il brusco risveglio occidentale non sia troppo traumatico, ma sia anzi ricco di opportunità per paesi e imprese che hanno già una proiezione internazionale.

Una classe dirigente all’altezza delle sfide del nostro tempo ha il compito di ritagliare per la Provincia di Trento un ruolo da protagonista nelle grandi trasformazioni in corso (Il Grande Rinascimento Umano – Automazione, Utopia e Tradizione, FuturAbles, 17 January 2015; Il progetto “The Wise Guest”, WazArs, 21 gennaio 2015).

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About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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