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Il nuovo ordine mondiale sarà il modello elvetico applicato su scala planetaria

Il nuovo ordine mondiale sarà il modello elvetico applicato su scala planetaria

Siamo passati da un pianeta dominato dal continente europeo a un mondo multipolare, il tutto nell’arco di un secolo. Per mondo multipolare intendo un mondo in cui i centri decisionali si sono moltiplicati e diventare decentrata e in cui gli equilibri del potere sono diventati più complessi. A mio avviso, l’interdipendenza e la multipolarità sono le due caratteristiche che definiscono il nostro tempo…L’approccio svizzero va dal basso verso l’alto. La democrazia svizzera è stata sviluppata un passo alla volta, con un notevole spazio politico previsto per i cittadini svizzeri che vogliano partecipare direttamente ai processi democratici…Reputiamoche i conflitti non dovrebbero portare a schiacciare l’altra parte…nutriamo scetticismo verso il benché minimo sintomo di volontà egemonica, perché l’autorità esercitata da un’unica parte non può soddisfare molteplici interessi…Gli istrici sono mammiferi con oltre 30.000 aculei. Quanto più si avvicinano l’uno all’altro, tanto più si pungono. Tuttavia il freddo li spinge a raggrupparsi, finché non trovano la distanza giusta, quella in cui riescono a scaldarsi a vicenda senza nuocersi a vicenda.

Micheline Calmy-Rey, presidentessa confederale nel 2007 e nel 2011, The Swiss Model, Horizons

Fino a che punto si è sbilanciato l’equilibrio dei poteri se il fatturato di alcune multinazionali è superiore al prodotto interno lordo di molti Stati – come avviene oggi? Che cosa ci viene da pensare quando sentiamo che le azioni non sono più detenute per diversi anni, ma per una media di 22 secondi, come ha calcolato recentemente un economista? Quanta fiducia possiamo avere nelle istituzioni finanziarie che infrangono la legge e finiscono per pagare miliardi di dollari in multe? Quali valori stanno comunicando? Molti decisori economici e finanziari hanno eluso per troppo tempo la responsabilità di rispondere a queste domande.

Simonetta Sommaruga, presidentessa della Confederazione Elvetica nel 2015, From Paris to Davos, 21 gennaio 2015

È un conflitto internazionale che dura da secoli: l’arma della svalutazione competitiva è facile da usare, è benefica per chi scatena la guerra, ma è anche un attacco all’economia di tutti gli altri paesi.

Comprendre la «guerre des monnaies», Le Figaro, 15 febbraio 2013

Viviamo in un mondo che è pericolosamente disancorato. Stiamo assistendo a delle vere e proprie guerre valutarie, è un tutti contro tutti e non ho idea di dove andremo a finire.

William White, ex responsabile del Dipartimento monetario ed economico della Banca dei Regolamenti Internazionali, Central bank prophet fears QE warfare pushing world financial system out of control, Telegraph, 22 gennaio 2015

WorldPowers_June06_graph1Questo nuovo anno, sin dai primi vagiti, ci ha impartito una lezione importante: il mondo diventerà sempre più simile alla Svizzera e la Svizzera diventerà sempre meno “occidentale”.

Questo è un bene per tutti e specialmente per gli Stati Uniti d’America, che hanno smarrito la retta via e non sono più la Città sulla Collina, bensì un impero (Sheldon S. Wolin, Democrazia, S.p.A. – Stati Uniti: una vocazione totalitaria?, 2011).

La Svizzera si sta allontanando da questi Stati Uniti per poter finalmente assumere il ruolo e la responsabilità di fungere da mediatore e modello planetario che per troppo tempo ha rifuggito, delegandolo a Svezia, Norvegia e persino all’Austria, nazioni che però non possono contare su di un’esperienza di evoluzione socio-culturale neppure lontanamente paragonabile a quella elvetica (America e Svizzera, FuturAbles, 24 aprile 2014).

La Confederazione Elvetica è stata la prima tra le venti maggiori economie mondiali a siglare un accordo di libero scambio con la Cina, entrato in vigore a luglio del 2014 e, in occasione del summit di Davos, si è concordato che la Svizzera sarà uno dei centri di internazionalizzazione del renminbi cinese (Davos: Cina-Svizzera, Accordo per internazionalizzazione Yuan, AgiCina, 21 gennaio 2015).

Una simbolica e fattiva presa di distanza dal sistema di potere finanziario che opprime il Patto Atlantico (Il giudizio universale di JPMorgan, Repubblica, 26 giugno 2013) è giunta qualche giorno fa.

La Banca Nazionale Svizzera, dopo aver informato i mercati che avrebbe difeso quota 1,20 con l’euro “con la massima determinazione”, ha “cambiato idea” qualche giorno dopo. Thomas J. Jordan ha dichiarato di aver mentito per non dar modo agli speculatori di intervenire in una fase estremamente delicata. Era il segreto di Pulcinella: la situazione era ormai insostenibile per la banca centrale elvetica.

Tuttavia anche i grandi operatori che normalmente pretendono di essere avvertiti in tempo, sono rimasti all’oscuro di tutto, come tutti gli altri “comuni mortali” che, quando rischiano e le cose vanno male, pagano di tasca propria.

Non è stato registrato nessun movimento significativo fino all’avvenuto annuncio: poi un 25-30% di variazione della quotazione praticamente istantaneo e una mini-catastrofe per le banche d’affari (Surge of Swiss Franc Triggers Hundreds of Millions in Losses, WSJ, 16 gennaio 2015; La “ricaduta radioattiva” del franco svizzero, 20 gennaio 2015).

I media internazionali in lingua inglese hanno dedicato moltissimo spazio all’evento, certificandone l’importanza, probabilmente storica.

Il tenore generale dei commenti è stato estremamente e a tratti violentemente critico (A poor advertisement for Swiss reliability, Financial Times, 15 gennaio 2015; Endgame for central bankers, Saxo Bank, 20 gennaio 2015), al punto che si è arrivati ad accusare i banchieri centrali di non essere all’altezza delle loro mansioni (es. Central bankers lurch from ‘whatever it takes’ to ‘whatever next’, Reuters, 21 gennaio 2015) e di rappresentare un fattore di destabilizzazione (Are central banks a destabilizing force?, Financial Times, 19 gennaio 2015).

L’iniziativa elvetica non è stata concordata e ha creato molti mal di pancia a Londra e Washington.

Il fortissimo apprezzamento del franco svizzero ufficializza la sfiducia nei confronti dell’euro, della sterlina e, in prospettiva, del dollaro, il cui valore è gonfiato artificiosamente, speculando contro le altre valute (es. euro) e contro i metalli preziosi (After the Crash – Those who have the gold make the rules, FuturAbles, 20 dicembre 2014).

Gli svizzeri hanno inviato al mondo il seguente messaggio: “Mentre altri falcidiano le loro valute, noi vi dimostriamo concretamente che il franco svizzero ci sta a cuore. Potete tornare a considerarci un porto sicuro nella tempesta che ci attende”.

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Poco dopo Mario Draghi, direttore della Banca Centrale Europea, ha presentato il programma di “alleggerimento quantitativo” (quantitative easing). Uno schema così arzigogolato che per diverso tempo nessuno ha capito chiaramente cosa comportasse.

Sembra quasi che abbiano reso il quantitative easing così complicato che i mercati non sanno come reagire!

Marc Ostwald, ADM Investor Services International, 22 gennaio 2015

Poi qualcuno ha cominciato a chiedersi se avrebbe mai potuto funzionare e qualcun altro ha sollevato il sospetto che si trattasse di fumo negli occhi.

Draghi si presenta alla Grande Guerra Valutaria con un “bazooka” caricato a salve. È un pacifista? È uno stolto? È un masochista? È uno Schettino? Oppure c’è un disegno più ampio che ci sfugge?

Sta di fatto che la “sorprendente” previsione di Goldman Sachs (ex datore di lavoro di Draghi) sul raggiungimento della parità euro-dollaro entro la fine del 2016 è diventata più che plausibile (Goldman Sachs: Euro to Slide to Parity Against Dollar by End of 2016, WSJ, 9 gennaio 2015; Euro a picco dopo Draghi, minimi da 11 anni sotto 1,14 dollari, Yahoo finanza, 22 gennaio 2015; Il sogno di Renzi: “Parità dollaro-euro per aiutare le esportazioni italiane”, RaiNews, 22 gennaio 2015; Italy Prime Minister Renzi: ‘My Dream Is Parity’ Between Euro and Dollar, WSJ, 21 gennaio 2015).

La svalutazione competitiva (guerra valutaria tra le grandi potenze) aggravò la Grande Depressione.

La fine del sistema monetario globale basato sulla sterlina distrusse il commercio mondiale, ferì gravemente l’economia mondiale, spinse Germania e Giappone nelle braccia degli ultranazionalisti e quindi preparò il terreno per una guerra mondiale.
Le affinità con gli anni Trenta sono significative:
– il sistema dollarocentrico è dato per moribondo;
– siamo in piena guerra valutaria;
– l’Europa è in deflazione;
– le destre nazionaliste sono in forte ascesa;

La guerra valutaria potrebbe introdure una guerra mondiale.

Lo schema della BCE non inizierà prima della metà di marzo (le idi di marzo!). Due mesi fatidici: elezioni greche, default ucraino, trattative con l’Iran sul programma atomico, elezioni israeliane, Hong Kong che si interroga sull’opportunità di abbandonare il cambio fisso col dollaro americano.

Questa prassi guerrafondaia deve finire, per il bene di tutti.

Per lungo tempo i governi di tutto il mondo, in piena e rispettosa osservanza dell’infame assioma della guerra di tutti contro tutti (competizione smodata), hanno distrutto scientemente le proprie valute con i cosiddetti quantitative easing (creazione di liquidità da immettere sul mercato, comprando titoli di stato e svalutando la propria moneta).

Dollaro yen ed euro sono casi esemplari di questa strategia (svalutazione competitiva) focalizzata unicamente sul breve termine e sull’interesse egoistico di un’area valutaria e incurante delle conseguenze a medio e lungo termine per la finanza, l’economia reale e le relazioni tra i popoli e le nazioni. Senza contare che, in assenza di una civiltà extraterrestre che acquisti il nostro surplus, manipolare i mercati per poter aumentare le esportazioni, rifiutandosi nel contempo di importare (botte piena, moglie ubriaca) è delirante.

Il “bazooka” del quantitative easing è appunto un’arma, parte di un arsenale impiegato in una guerra permanente tra gli esseri umani che ha arricchito una minuscola porzione del genere umano (Richest 1% will own more than all the rest by 2016, Oxfam, 19 gennaio 2015) e dannato tutti gli altri (Fmi, cresce disuguaglianza redditi, danno a stabilità e crescita, Stampa, 13 marzo 2014).

Questa contesa social-darwinista a chi riesce meglio a schiacciare gli altri verso il basso, montando su di loro per raggiungere la sommità della piramide, non aveva senso in passato (se in Italia i salari sono bassi e il costo della vita è alto è anche per le massicce svalutazioni della lira) e ne ha ancor meno ora, nel ventunesimo secolo, quando si dovrebbe percorrere la strada della cooperazione e della pace (una sfera, non una piramide), non quella del “mors tua, vita mea”.

Ora i nodi sono venuti al pettine.

L’eurozona è in deflazione, il debito giapponese è al 250% del PIL e la crescita economica statunitense è “sorretta” da almeno 5 bolle principali: (a) immobiliare (già scoppiata nel segmento “lusso”); (b) mercati azionari; (c) derivati; (d) industria del gas di scisto; (e) crediti di anidride carbonica (Il business dei crediti di carbonio nutre la finanza, non i progetti green, Stampa, 26 febbraio 2014). Esplosa la prima, tutte le altre seguiranno a ruota, in una crisi deflattiva e, contemporaneamente, iperinflattiva, una volta che il dollaro tornerà al suo reale valore.

Non bisognerà attendere molto. Tra 2015 e 2016 la “tragedia” avrà il suo necessario epilogo.

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Se la “piccola” Svizzera, con quest’azione imprevista, ha messo a soqquadro la finanza internazionale e i conti di centinaia di migliaia di malcapitati europei dell’est che avevano acceso mutui denominati in franchi svizzeri (Super-franco svizzero: scatta l’effetto domino dai tassi in Danimarca ai mutui in Polonia e Croazia, Sole 24 Ore, 19 gennaio 2015), cosa potrebbe succedere se l’intero blocco SCO-BRICS si disancorasse dal dollaro? (The Great Human Renaissance – Towards a New World Order, FuturAbles, 9 gennaio 2015; La Grande Trasformazione del 2015-2016: due scenari, FuturAbles, 24 aprile 2014).

Berna ha fornito a Pechino un’utile anticipazione.

Ecco uno scenario formulato da Riccardo Gaiolini di DeshGold.com:

“Abbiamo il controllo del mercato dell’oro fisico e quindi siamo in grado di determinarne le quotazioni. Vi annunciamo che possediamo le più imponenti riserve auree ufficiali…La nostra valuta, lo Yuan, è protetto da riserve auree ed è divenuto valuta di riferimento per le transazioni internazionali, nonché valuta di riserva nei caveau delle maggiori banche centrali mondiali. I consumi interni del nostro paese sono enormemente aumentati, l’allargamento della classe media è un obiettivo ormai acquisito; non abbiamo più necessità di esportare i nostri prodotti in modo massiccio come dieci o vent’anni fa. Di conseguenza, non v’è più alcuna ragione pratica di detenere 4.000 miliardi di dollari americani in riserve valutarie e in titoli di Stato Usa per puntellare il debito statunitense e i consumi degli americani. Pertanto, annunciamo al mondo la nostra intenzione di accelerare il processo di dismissione di titoli del tesoro USA, nonché di riserve valutarie in biglietti verdi. Lo Yuan cinese è pronto a fare la sua parte nel varo della prossima riforma del sistema valutario mondiale”.

Ciò decreterebbe la morte di una struttura socio-economica fondata sul debito che, per “sostenersi” richiede la creazione continua di debito (le chiamano “economie avanzate”!).

Pare che l’attuale establishment statunitense non sia in alcun modo intenzionato a cooperare verso la riorganizzazione in senso multilaterale dell’ordinamento finanziario ed economico planetario (C. Lagarde, The Right Choices for 2015, Project Syndicate, 19 gennaio 2015).

Questa strenua opposizione, che ha spinto qualcuno ad avanzare l’ipotesi che lo stesso Obama si sia dichiarato favorevole solamente per guadagnare tempo (Il “soft power” americano, tra successi cubani e fallimenti al Fmi, Il Foglio, 22 dicembre 2014), ha forzato la mano ai paesi emergenti, costringendoli a costruire in fretta e furia delle infrastrutture finanziarie parallele anti-fragili (Catastrofi da perfezionisti, Sole 24 Ore, 6 gennaio 2013), un’enorme trincea tagliafuoco (o firewall) che possa metterli al riparo dal collasso violento del vecchio ordine.

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IL PROGETTO DI UN NUOVO ORDINE MONDIALE RISALE AI PRIMI ANNI SETTANTA ED È INVISO AGLI USA

Non che ci possano fare molto (salvo scatenare una guerra mondiale).

Infatti Aol ed eBay stanno morendo.

La Las Vegas dei casinò sta morendo (Las Vegas Casino Death Watch).

Dreamworks, American Express, Halliburton (!), Coca Cola, McDonald’s stanno licenziando in massa.

Il panfilo sta affondando.

Se, come pare evidente, il Congresso americano continuerà pervicacemente a opporsi alla riforma del FMI, il resto del mondo inaugurerà un Fondo Monetario alternativo (SupraFund) che sarà giuridicamente ricollegato all’attuale FMI ma non sarà sottoponibile a veto da parte degli Stati Uniti (What Next for the IMF? Peterson Institute for International Economics, gennaio 2015).

In pratica gli USA diventeranno ufficialmente lo “stato canaglia” della finanza globale.

Due eventi ci aiuteranno a capire meglio come ci si muoverà da qui alla fine del 2016:

  1. Il prossimo summit dei BRICS e dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Ufa, Russia, 9-10 luglio 2015);
  2. L’incontro annuale del FMI e della Banca Mondiale (Lima, Perù, 9-11 ottobre 2015).

Questo disastro imminente poteva ancora essere evitato, fino a qualche anno fa, se l’intero sistema fosse stato seriamente riformato e i responsabili del dissesto fossero stati debitamente puniti (Le confessioni di una ex dirigente di Goldman Sachs: “Il vero vicepresidente USA è Wall Street”, L’Anti-Diplomatico, 9 aprile 2014; Jean Francois Gayraud, Carlo Ruta, Colletti criminali: L’intreccio perverso tra mafie e finanze, 2014).

Ma, dopo l’uccisione di Kennedy, l’unico criterio coerentemente applicato dalle varie amministrazioni statunitensi, è stato quello del divide et impera. Lo era nel 1973, quando Kissinger informava il Segretario al Tesoro W.E. Simon che era contrario agli interessi americani che l’Europa avesse un’unica politica estera e monetaria. Non lo è odiernamente, quando è l’intero pianeta a volerlo, riportando in vita un vecchio progetto europeo (1971) fondato sui Diritti Speciali di Prelievo del Fondo Monetario Internazionale e sulle riserve auree (Zeist informal discussion on gold, Wikileaks).

In assenza di una volontà statunitense di conciliazione e compromesso, i paesi leader tra le economie emergenti stanno ultimando i preparativi per il Grande Sganciamento, sulla scia un Cigno Nero (Le dieci regole essenziali per difendersi dal cigno nero, Sole 24 Ore, 10 aprile 2009), magari ordito dal resto del mondo ai danni di Londra e Wall Street, che incendierà il mercato dei derivati, la prima della serie di bolle che esploderanno una dopo l’altra.

La mossa “a sorpresa” svizzera era un assaggio?

Siamo prossimi a un Minsky Moment, la fase in cui la realtà si impone sulla sua manipolazione (Banche e derivati: arriva la peggiore catastrofe della storia finanziaria?, Fatto Quotidiano, 14 ottobre 2014).

Dopodiché, auspicabilmente, entreremo in una nuova epoca socioeconomica in cui i dogmi e gli assunti del passato non saranno più validi, un’era in cui:

(a)     gli speculatori non potranno più fare il bello e cattivo tempo a spese delle valute nazionali;
(b)     chi commercia internazionalmente potrà farlo senza doversi preoccupare della volatilità dei mercati;
(c)     le imprese sane che producono beni e servizi che hanno un valore economico reale saranno premiate e non più sabotate dalle varie ingegnerie finanziarie (e fiscali);

Questa è la più grande opportunità che l’umanità abbia mai avuto e ce la dobbiamo giocare al meglio, sia per liberare noi stessi (Il Grande Rinascimento Umano – Automazione, Utopia e Tradizione, FuturAbles, 17 gennaio 2015), sia per liberare i nostri fratelli dal colore della pelle diverso dal nostro (H&M a Trento vs. Salewa a Bolzano: moda etica, consumo critico, WazArs, 21 ottobre 2014).

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About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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