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Cos’è il social forecasting o anticipazione sociale?

Cos’è il social forecasting o anticipazione sociale?

mgt581-the-history-of-the-future-16-728Secondo Bertrand de Jouvenel (“L’arte della congettura”, 1967) il social forecaster (anticipatore sociale) è colui il quale, per professione, cerca di identificare le grandi tendenze in atto (megatrend), attraverso congetture ragionate.

In generale, il social forecasting (anticipazione sociale) viene però erroneamente confuso con la rigorosa interpretazione degli atteggiamenti, scelte, auspici, paure, aspirazioni dell’opinione pubblica nell’elaborazione di scenari futuri più plausibili, a partire dalla premessa – sostanzialmente corretta, se escludiamo le catastrofi naturali globali (vulcanismo, asteroidi, glaciazioni e deglaciazioni) – che il futuro non è chiuso e univoco, bensì aperto, plurale (de Jouvenel parlava appunto di futuribili) ed essenzialmente plasmato dalla scelte umane.

È un pregiudizio diffuso, dettato dalla condivisibile fede nella causa democratica, che si estrinseca nel titolo che James Surowiecki, esperto finanziario per il New Yorker, ha voluto dare a un suo saggio di enorme successo: La saggezza della folla.

In sintesi, Surowiecki ha raccolto una considerevole mole di dati che, apparentemente, dimostrerebbe che mentre l’individuo immerso in una folla disperde il suo discernimento morale ed intellettuale, la sommatoria delle stime di individui inseriti in un gruppo (come, appunto, in una società democratica) si avvicina al valore esatto in misura a dir poco stupefacente.

Lo aveva già notato lo statistico britannico Francis Galton, cugino di Charles Darwin. Nel 1906 era in visita ad una fiera zootecnica e fu colpito da evento che contraddiceva le sue credenze riguardo alla stupidità del popolino ed all’innata superiorità delle classi altolocate (credenze che lo avevano spinto sulla strada dell’eugenetica e della proposta di sterilizzare degli “inadatti”).

La fiera metteva in palio un premio per chi avesse fatto la stima più precisa del peso di un bue, una volta macellato. Galton, che era maniacalmente attratto da tutto ciò che poteva essere ridotto ai suoi dati numerici, osservò che i partecipanti non erano tutti esperti e che il loro insieme poteva essere considerato un campione rappresentativo dell’elettorato di una democrazia. Il valore centrale verso cui tendevano le 787 stime era di 1207 libbre, contro le 1198 effettive; un divario insignificante, inferiore all’1 per cento.

La validità del modello democratico trovava dunque una conferma empirica. Un esperimento analogo fu tentato da un docente di economia statunitense, Jack Treynor, che chiese ai suoi studenti di indovinare il numero di palline in un vaso di vetro. Il recipiente conteneva 850 palline e la stima del gruppo fu di 871. Soltanto uno dei 56 partecipanti si era avvicinato al numero esatto più del gruppo di studenti preso nel suo insieme.

Il che non spiega come sia possibile che Tolkien sia considerato il più importante autore del ventesimo secolo e “Le Ali della Libertà” il miglior film della storia del cinema. L’amara verità è che per gli esseri umani il consenso è più importante della verità (‘Wisdom of the crowd’: The myths and realities, BBC, 8 luglio 2014).

Pertanto un gruppo, per raggiungere delle valutazioni affidabili, deve soddisfare due requisiti principali:

(a) serve una notevole eterogeneità dei suoi componenti, ossia una considerevole diversificazione delle competenze e delle informazioni disponibili;

(b) le scelte personali devono essere il più possibile indipendenti. Il grande nemico è il cosiddetto “groupthink” (“pensiero di gruppo”), cioè la ricerca del conformismo e la dissuasione del dissenso, che riducono la varietà di stime e l’efficacia della valutazione finale.

Le conclusioni di Surowiecki sono inequivocabili: “Quando i nostri giudizi imperfetti sono aggregati nel modo giusto, la nostra intelligenza collettiva spesso raggiunge livelli di eccellenza”.

Il compito di un leader (o di un social forecaster /anticipatore sociale) sarebbe quello di dare ascolto a una pluralità di voci per poi decidere sulla base di tutti i riscontri. Abbastanza lapalissiano.

Ma come si stabilisce il peso degli input? Quali voci sono più valide e significative? Quali le meno influenzate da conformismo, automatismi cognitivi (reazioni meccaniche), insufficiente obiettività, ignoranza, intemperanza, ristrettezza di vedute, ecc.?

Una vera e propria democratizzazione/alfabetizzazione del futuro ancora manca (La democratizzazione del futuro – intervista a Roberto Poli, cattedra Unesco a Trento, FuturAbles, 28 maggio 2014).

In ciò risiede la reale difficoltà dell’anticipazione sociale per la definizione di scenari e megatrend.

Il termine “futuribili” è propriamente l’etichetta di un’impresa intellettuale. Ma è stato scelto per designare ciò che, a nostro avviso, è l’oggetto del pensiero orientato verso l’avvenire. Questo pensiero non può con certezza cogliere i “futura”, le cose che saranno: esso si limita a considerare i futuri possibili. È però necessario circoscrivere un po’ la nozione di “possibile”.
Esiste un gran numero di stati futuri, circa i quali non abbiamo alcuna ragione di dire che siano impossibili e che dunque, secondo il principio di contraddizione, devono essere definiti possibili. Ma rientrano nella classe dei futuribili solo quegli stati futuri le cui guise di realizzazione sono per noi immaginabili e plausibili dalla prospettiva dello stato presente.

[…].

Occorre d’altra parte sottolineare che la nostra mente non è affatto portata a concepire una grande diversità di futuri possibili, ma a dedicarsi piuttosto solo a quello che sembra logicamente il più probabile, o affettivamente il più desiderabile. Saremmo ben fortunati se il desiderabile ci apparisse anche probabile! Ma il più delle volte appare il contrario, ed è così che la mente auspica quelle deviazioni che tendano a riavvicinare il probabile al desiderabile. Ed è proprio questa la ragione per cui si studia l’avvenire.

Bertrand de Jouvenel, “L’arte della congettura”, 1967, pp. 33-35

IL FALLIMENTO EPOCALE DELLE AGENZIE DI RATING STATUNITENSI

Le agenzie di rating americane (Moody’s, Fitch et Standard & Poor’s: 96% del mercato mondiale) e le principali agenzie di consulenza e di indagine di mercato, quasi tutte angloamericane o con sede negli Stati Uniti/Londra, non solo non hanno saputo prevedere la crisi dei mercati finanziari del 2008, né la sua gravità, ma hanno addirittura promosso a pieni voti strumenti, prodotti ed istituti finanziari ad altissimo rischio. Così facendo hanno impedito agli operatori economico-finanziari mondiali di prendere coscienza della vulnerabilità dei mercati e della sconsideratezza di alcuni dei loro colleghi.

In pratica hanno fatto l’esatto contrario di quel che ci si attendeva da loro.

Per sopramercato, nessuna di loro ha messo in conto la possibilità che, nella guerra valutaria in corso tra Oriente e Occidente, gli Stati Uniti e il Regno Unito possano avere la peggio. Le critiche ai servizi offerti da questi grandi nomi sono piuttosto diffuse: si è parlato di conflitto di interessi (es. complicità nell’avvio di attacchi speculativi), di violazione dell’obbligo di riservatezza, di scarsa qualità delle prestazioni, di pregiudizi nei confronti delle economie emergenti.

Per questa ragione è essenziale che le stime di rischio e la definizione di scenari di anticipazione non siano il monopolio virtuale di pochi grandi attori internazionali, ma fruiscano delle virtù del pluralismo e di una maggiore competizione finalizzata al conseguimento di una maggiore obiettività.

Ciò è tanto più importante in considerazione del fatto che siamo già entrati in un’epoca multipolare in cui l’economia e la politica, localmente e globalmente, saranno marcatamente più complesse e diversificate, per l’irrompere di classi dirigenti e classi medie afro-asiatiche e latinoamericane esigenti e desiderose di diventare protagoniste del presente e soprattutto del futuro; pertanto un mondo in cui in cui una corretta valutazione del rischio e delle alternative sarà ancora più importante per il successo di un’impresa e di un programma politico-amministrativo.

A questo fine, serviranno prospettive glocali, perché ciascuna economia e società è destinata a diventare progressivamente sempre più planetaria e sempre più locale (es. imprenditori stranieri che usano una lingua franca che mescola italiano, espressioni delle rispettive lingue materne e dialetto trentino).

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About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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