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Dove sta andando la Francia? Dove sta andando l’Occidente?

Dove sta andando la Francia? Dove sta andando l’Occidente?

I nostri ceti intellettuali, quelli che formano l’opinione pubblica dalla scuola ai talk show, sono infatti molto più a loro agio con l’appeasement che con la guerra, se la cavano meglio con la retorica del dialogo che con quella dello scontro di civiltà. Sanno apprezzare un «ritiro» e deprecare una battaglia…Il nemico che abbiamo di fronte non fa prigionieri. 

Antonio Polito, Svegliamoci: troppi silenzi e amnesie, Corriere della Sera, 10 gennaio 2015

Le nostre reciproche culture sono inconciliabili ed è persino ridicolo auspicare che ci si possa incontrare almeno a metà strada. Dovremo convivere, sapendo che ci vorrebbero colonizzare e dominare attraverso quel «cavallo di Troia» che è l’immigrazione e che noi stessi incoraggiamo. Lo ripeto. Non siamo noi che dobbiamo riscoprire le nostre radici. Sono loro che devono rinunciare alle loro. Sempre che vogliano convivere pacificamente. Cosa di cui dubito.

Piero Ostellino, Il buonismo che ci acceca, Corriere della Sera, 10 gennaio 2015

Todd, analizzate le mappe sulla partecipazione alle manifestazioni dell’11 gennaio dopo la carneficina nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo e all’ hyper cacher ebraico, arriva alla conclusione che a sfilare è stata la Francia retrograda e reazionaria. Nei cortei c’era, secondo l’autore, il blocco egemone MAZ, acronimo che sta per classe Media, persone Anziane e cattolici Zombie, il cui capo è il presidente della Repubblica François Hollande. Un blocco che non si batte per l’uguaglianza, caposaldo della République, ma per l’esclusione delle categorie svantaggiate, operai e musulmani, che infatti erano assenti dalle sfilate. Secondo Emmanuel Todd è proprio «l’ostilità del gruppo dominante verso l’Islam che produce l’aumento dell’antisemitismo tra i dominati musulmani».

Emmanuel Todd: “Charlie Hebdo è reazionario”, l’Espresso,  14 maggio 2015

Eric Zemmour: I musulmani hanno un loro codice civile, è il Corano. Vivono tra di loro, nelle periferie. I francesi sono stati costretti ad andarsene.

Corriere della Sera: Lei allora che cosa suggerisce? Deportare cinque milioni di musulmani francesi? 

Eric Zemmour: Lo so, è irrealistico, ma la storia è sorprendente. Chi avrebbe detto nel 1940 che un milione di pieds-noirs, venti anni dopo, avrebbero lasciato l’Algeria per rientrare in Francia? O che dopo la guerra 5 o 6 milioni di tedeschi avrebbero lasciato l’Europa centro-orientale dove vivevano da secoli?

Corriere della Sera: Parla di esodi provocati da tragedie immense.

Eric ZemmourIo penso che stiamo andando verso il caos. Questa situazione di popolo nel popolo, di musulmani dentro i francesi, ci porterà al caos e alla guerra civile. Milioni di persone vivono qui, in Francia, e non vogliono vivere alla francese.

Il successo di Zemmour, l’arrabbiato anti-élite «La Francia si è suicidata», Corriere della Sera, 30 ottobre 2014

Eravamo cittadini di questo paese. Non avevamo nulla a che fare con la guerra. Ci è semplicemente capitato di avere l’aspetto delle persone che hanno bombardato Pearl Harbor. Senza accuse, senza un giusto processo – i pilastri fondamentali del nostro sistema di giustizia – siamo stati rastrellati sommariamente, tutti gli americani di origine giapponese della costa occidentale, e deportati in 10 campi di internamento, con torri di guardia, le mitragliatrici puntate contro di noi, in alcuni dei luoghi più desolati in questo paese: nel Wyoming, Idaho, Utah, Colorado, nel torrido deserto dell’Arizona, in baracche catramate. La nostra famiglia ha attraversato due terzi del paese, finendo nelle paludi dell’Arkansas. Ed è stato per via di questa esperienza che, quando ero un adolescente, mio padre mi ha detto che la nostra democrazia è molto fragile, ma è una vera democrazia di popolo, solida e grande quanto lo possono essere le persone, fallibile quanto lo sono le persone. Ed è per questo che le persone di buona volontà devono essere attivamente impegnate nel processo democratico, a volte tenendo la democrazia sulla graticola, per renderla migliore, più vera.

George Takei, George Takei descrive la sua esperienza in un campo di prigionia per americani di origine giapponese, io9, 28 febbraio 2014

Obama, Biden, Kerry non c’erano, Netanyahu e Avigdor Lieberman sì (pur non essendo stati invitati)

Obama, Biden, Kerry non c’erano, Netanyahu e Avigdor Lieberman sì (pur non essendo stati invitati)

LA LIBERTÀ DI STRAPPARE LA RAGNATELA DI SOTTILI DISTINGUO CHE REGGE LA NOSTRA CIVILTÀ

Piuttosto che avanzare la tesi che gli attentati di Parigi segnano la crisi della libertà di parola – come hanno fatto tanti commentatori – è necessario comprendere che la libertà di parola e altre espressioni di liberté sono già in crisi da tempo nelle società occidentali; la crisi non è stata inaugurata da tre uomini armati e squilibrati. Gli Stati Uniti, per esempio, hanno consolidato il loro tradizionale monopolio sulla violenza estrema e, in quest’epoca di grandi masse di dati, hanno anche accumulato informazioni sul loro impiego di quella stessa violenza. Gravi conseguenze attendono coloro che mettono in discussione questo monopolio. L’unica persona in carcere per l’abominevole regime di torture della CIA è John Kiriakou, la gola profonda che l’ha denunciato. Edward Snowden è un uomo braccato per aver divulgato informazioni sulla sorveglianza di massa. Bradley (Chelsea) Manning sta scontando una condanna a trentacinque anni per il suo ruolo in WikiLeaks. Anche loro sono blasfemi, ma non sono stati universalmente magnificati, com’è invece accaduto ai disegnatori di Charlie Hebdo.

Teju Cole, Unmournable Bodies, New Yorker, 9 gennaio 2015

Dopo le eresie cristiane, la stregoneria, il catarismo, l’anarchismo, il comunismo e l’ebraismo il menù del giorno per l’opinione pubblica euro-americana offre un nuovo babau: l’islamismo internazionale.

Si tratta di una fantomatica SPECTRE fondamentalista che, misteriosamente, riesce a unire organizzazioni estremiste islamiche che, quotidianamente, si fanno la guerra, come per esempio Al Qaeda e ISIS, le varie fazioni islamiste in Siria, salafiti e fratelli musulmani, Arabia Saudita e Qatar; oppure si occupano essenzialmente di lotta armata a livello locale, contro i rispettivi governi (es. Yemen, Somalia, Nigeria, Libia, Afghanistan, ecc.).

Tanto basta, in questo Medio Evo Profondo, perché i paladini della “Civiltà Occidentale”, gente che insegna agli studenti che i musulmani vanno considerati colpevoli (di essere tali) finché non dimostrano la loro innocenza, dissociandosi da se stessi (Attentati Francia, circolare ai presidi del Veneto: “I genitori degli studenti musulmani condannino la strage”, Huffington Post, 9 gennaio 2015), si possano erigere a difensori della libertà di satira, con delle eccezioni (La Francia blocca Dieudonné, il comico antisemita che preoccupa Hollande, Corriere della Sera, 7 gennaio 2014; Servizio Pubblico, Travaglio: “La satira in Italia, piccola storia dei nostri censori”, Fatto Quotidiano, 8 gennaio 2015; In Solidarity With a Free Press: Some More Blasphemous Cartoons, The Intercept, 9 gennaio 2015).

“Libertà di espressione” è diventato, puerilmente, sinonimo di libertà di essere incivili, insensibili, crudeli, rozzi, volgari, sleali, maligni, grossolani, brutali (Freedom, art…and bullying – on Charlie Hebdo, satire and Euro-Muslims, WazArs, 14 gennaio 2015).

Con quel tanto anche andare a letto con la moglie di un amico o bruciare una copia del Corano è una forma di libertà di espressione. Tradire e ferire un amico è libertà, mettere al rogo libri è libertà. La libertà di fare quel che ci pare nei limiti della legalità, a prescindere dai sentimenti altrui.

Naturalmente finché non siamo noi quelli feriti e allora l’oltraggio e il sacro furore divampano.

Difendere la libertà di parola è così facile quando non si è nel mirino, quando non si è oggetto di calunnie, denigrazioni e generalizzazioni.

L’età adulta: un vago miraggio.

La nostra civiltà, per citare un celebre aforisma di G. K. Chesterton, “è sospesa ad una ragnatela di sottili distinguo”. Una civiltà avanzata e matura non usa la scure per dirimere le questioni, ma la diplomazia quotidiana (Richard Sennett, “Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione”, 2012).

Non mira ad umiliare l’altro, a ferire l’altrui autostima, a spargere dissidi, divisioni, fratture, risentimento, vendicatività (Je ne suis pas Charlie Hebdo, LabourList, 9 gennaio 2015).

C’è una trama di significati che dà forma alla nostra società e al nostro universo simbolico. Ci sono persone che per interesse, per capriccio, per ottusità, per immaturità si sforzano di strapparla. Alcuni non sanno cosa farsene dei sottili distinguo; sono predisposti, per temperamento, a semplificare riduzionisticamente la realtà e a cercare un terreno di solide certezze, binarie: bianco o nero, buono o cattivo.

Tutto ciò che è ambiguo, transitorio, sottile, profondo, imperscrutabile, delicato irrita queste persone dalla personalità itifallica.

Sono quelli che preferiscono Charlie Hebdo (carne in scatola) a Brian di Nazareth (filetto).

I BARBARI ALLE PORTE

Non sappiamo più chi dobbiamo stimare e rispettare e chi no. In questo senso siamo diventati barbari l’uno verso l’altro. Difatti per natura tutti sono eguali, barbari o greci che siano. Ciò consegue da quanto per natura è necessario a tutti gli uomini. Respiriamo tutti attraverso la bocca e il naso e mangiamo tutti con le mani.

Antifonte, “Della verità”, V secolo a.C.

Il Canada sarà uno dei paesi che reagiranno in modo sproporzionato? E, se sì, in che misura?… Le voci di buon senso troveranno più difficile farsi ascoltare dopo l’orrore dell’attacco di mercoledì.

Charlie Hebdo massacre bolsters Stephen Harper’s tough line on radical Islam, The Star, 11 gennaio 2015

Il maccartismo può anche essere esaminato come una malattia ricorrente, un archetipo, un’idea generale, un cancro dell’intelligenza politica…La caratteristica del maccartismo è quella di aver proliferato in un sistema democratico, sfruttando le debolezze, le smagliature, le vulnerabilità della democrazia stessa…Le masse sono affidabili? Se un movimento liberticida come il maccartismo può avere, in un paese libero e ricco di contrappesi, un periodo relativamente lungo di favore pubblico, addirittura mescolando nei consensi le masse periferiche spodestate con le folle urbane politicizzate…Tutto questo non vorrà dire che il consenso, le maggioranze, la democrazia stessa non sono un sinonimo di ragionevolezza e di saggezza nelle scelte? E se un metodo politico come quello di McCarthy può così a fondo influenzare le opinioni, la cultura, gli atteggiamenti, i rapporti personali (es. la delazione), non se ne deve dedurre che l’edificio culturale nel quale abitiamo è fragilissimo, pronto a essere colpito e traumatizzato?

Andrea Barbato, “Come si manipola l’informazione. Il maccartismo ed il ruolo dei media”, 1996

Come dopo l’11 settembre 2001 e gli attentati di Londra e Madrid, in Europa il sentimento antiarabo e antislamico ha colto l’occasione delle violenze francesi per rilanciare l’ideale della crociata occidentalista contro i barbari.

Ma i barbari sono già qui tra noi e militano tra le file dei nuovi maccartisti.

In previsione del prossimo attentato, già si sente parlare apertamente di de-islamizzazione d’Europa, come ai tempi espulsione degli ebrei dalla Spagna (e da Sicilia e Sardegna)

Piero Ostellino, sul Corriere (non su un qualunque insulso blog intitolato “Porte di Vienna”, “Lepanto” o “Intolleranza è Tolleranza”, dove l’odio diventa l’unico carburante di una personalità spiritualmente esausta), ha riesumato il termine “lombrosiani” per definire gli artefici della strage e vede nell’Islam una teocrazia che frustra ogni nostro tentativo di trovare una qualche forma di conciliazione: “Che piaccia o no al buonismo, siamo diversi” (Il buonismo che ci acceca, Corriere della Sera, 10 gennaio 2015).

Notiamo una duplice ipersemplificazione: (a) “i musulmani sono in fondo tutti uguali e incompatibili con noi”; (b) “quelli che non condividono questa mia apodittica conclusione sono buonisti e hanno torto per definizione”.

Poco importa che centinaia di milioni di musulmani si attengano ogni giorno alla sana pratica del “vivi e lascia vivere”. Sono l’eccezione che conferma la regola.

Questo tipo di esternazioni, su uno dei principali quotidiani italiani, ci dà il polso della situazione: l’isteria dilaga, il buon senso è sulla difensiva.

Altrove le cose non vanno meglio.

L’ex sindaco di New York Rudy Giuliani ha chiesto che le moschee siano poste sotto sorveglianza permanente (Giuliani to de Blasio: Put Cops Back in Mosques After Charlie Hebdo Massacre, NY Observer, 9 gennaio 2015).

Il magnate dell’informazione Rupert Murdoch ha twittato un ragionamento ultra-radicale, dalle implicazioni terribili: “forse la maggioranza dei musulmani è pacifica, ma finché non avranno estirpato il cancro islamista dovranno essere considerati complici”.

Marine Le Pen chiede un referendum per reintrodurre la pena di morte.

Nigel Farage introduce nel dibattito politico il motivo della “quinta colonna”, tanto caro a Breivik.

In Germania l’ex banchiere della Bundesbank, Thilo Sarrazin, ideologo di riferimento dei Freiheitlichen sudtirolesi, è autore di un manifesto del nuovo razzismo che pare sia stato il saggio più venduto in Germania dai tempi del Mein Kampf. Le sue tesi sono a dir poco aberranti ma in linea con ipotesi “scientifiche” in voga il secolo scorso, quando genetica ed antropologia erano discipline agli albori e quindi maggiormente soggette a strumentalizzazioni razziste: gli ebrei sono una razza separata dalle altre, con dei geni distinti che li rendono speciali; turchi e musulmani in generale sono mediamente meno intelligenti dei tedeschi ed il loro corredo genetico diluisce ed impoverisce quello dei tedeschi”, “sono anche in larga misura incompatibili con la civiltà germanica” e “hanno troppi figli rispetto ai tedeschi, che dovrebbero sentire il dovere patriottico di riprodursi per tener testa a questo assalto”.

I nazisti, un tempo, rivolgevano agli ebrei le stesse accuse che Sarrazin riserva a turchi e musulmani. È desolante che la libertà d’espressione sia impiegata dai populisti per rendere accettabile e persino rispettabile l’odio ed il disprezzo per il prossimo.

“Sarrazin” è filologicamente imparentato al cognome italiano “Saraceno” e proviene dal francese. In Francia, alcuni secoli addietro, indicava chi aveva partecipato ad una crociata in Terra Santa. “Nomen omen”, come si dice: passano i secoli ma non cambiano le inclinazioni.

Sarrazin, che ha ammesso di non avere un singolo amico musulmano, ha provato a corroborare le sue affermazioni con dati statistici che sono stati vagliati e giudicati tendenziosi o parziali. I lettori potranno trovare in rete le puntuali confutazioni a decine di sue affermazioni che non trovano conferma nei dati del governo, dei centri di ricerca universitaria e delle forze dell’ordine (cf. “Sarrazins Thesen auf dem Prüfstand”, a cura di Naika Foroutan).

Alcuni tra i più rinomati biologi, genetisti, antropologi, psicologi, storici e sociologi tedeschi hanno messo in rilievo gli stretti legami tra le convinzioni di Sarrazin in materia di quozienti di intelligenza ed una lunga tradizione di razzismo pseudo-scientifico e di sostegno alle campagne eugenetiche, mostrando come le basi teoriche siano insostenibili, in quanto in diretta contraddizione con i dati empirici (Haller  Michael, Niggeschmidt, Martin (Hrsg.), Der Mythos vom Niedergang der Intelligenz. Von Galton zu Sarrazin: Die Denkmuster und Denkfehler der Eugenik, 2012.

Tra le principali fonti di Sarazin che si collocano in questa scuola di pensiero neo-razzista, oltre agli psicologi Detlef Rost, Heiner Rindermann e Richard Lynn, annoveriamo il loro collega Volkmar Weiss, autore di un romanzo significativamente intitolato “Berlin nach dem Türkenaufstand” (“Berlino dopo la sollevazione turca”) e di un altro in cui descrive un futuro Quarto Reich neonazista in lotta contro le razze asiatiche e l’Islam.

Richard Lynn, professore emerito di psicologia all’Università dell’Ulster, una delle principali fonti di Sarrazin, ha dichiarato che la procreazione di poveri e malati dovrebbe essere scoraggiata nell’interesse del miglioramento genetico delle popolazioni umane e della nostra specie. I suoi studi sono finanziati dal Pioneer Fund, fondato nel 1937 da Wickliffe Preston Draper, rampollo di una famiglia facoltosa che poté vivere di rendita dedicandosi alla promozione dell’eugenetica, dell’igiene razziale e della segregazione razziale. Era un simpatizzante nazista ed assegnò i primi finanziamenti a due documentari tedeschi che asserivano di dimostrare il successo delle leggi eugenetiche del Terzo Reich. Tra gli obiettivi della fondazione figuravano il “miglioramento della razza, soprattutto negli Stati Uniti” ed il “rimpatrio dei neri in Africa”.

Il famigerato Harry H. Laughlin, uno dei massimi sostenitori delle leggi eugenetiche americane successivamente adottate nel Terzo Reich, fu il secondo direttore della fondazione Pioneer. Strenuo difensore della segregazione razziale americana, nel 1936 ricevette una laurea honoris causa dall’Università di Heidelberg per il suo contributo alla “scienza dell’igiene razziale”. L’attuale direttore è John Philippe Rushton, sanzionato dalla sua stessa università per violazione del codice etico nella realizzazione di “studi scientifici” in cui ricattava i suoi studenti per indurli a rivelare le dimensioni del pene e la potenza dell’eiaculazione. Parlando ad una conferenza a Baltimora, ha tuonato contro l’immigrazione africana e musulmana sostenendo che il problema islamico è anche di natura genetica e quindi è virtualmente irrisolvibile senza un blocco definitivo dell’immigrazione dai paesi musulmani.

Richard Lynn è perciò uno degli esponenti di una scuola di pensiero d’influenza tutt’altro che marginale in Nord America, che propaga la credenza nella razza vivente, nel mistero del sangue, nella forza degli atavismi e della purezza genetica, nello schema apocalittico dello scontro finale interrazziale; che predica il dovere di un popolo di riprodurre continuamente la sua essenza, inalterabile e di prevalere, separare e gerarchizzare gli umani, sovvertendo i valori dell’illuminismo e della democrazia, nonché gli stessi insegnamenti cristiani.

L’ISLAMOFOBIA È L’ANTISEMITISMO DEL VENTUNESIMO SECOLO (Scontro di inciviltà o incontro di civiltà? Armageddon o Pace?, WazArs, 13 gennaio 2015).
Thilo Sarrazin ne è l’epitome: i musulmani sono dei parassiti, vivono in Germania ma sono un corpo estraneo, non creano o producono alcunché di valore ma solo degenerazione, non sono leali alla Germania ma a forze esterne ed ostili che vogliono controllare la nazione e l’Europa.

Qualche decennio fa questi stessi discorsi si potevano ascoltare nelle birrerie bavaresi ed austriache, con gli ebrei al posto dei musulmani.

I musulmani sono di fatto intrappolati in un vicolo senza uscite: da un lato vengono accusati di non fare abbastanza per integrarsi, dall’altro, quando lo fanno, vengono accusati di voler colonizzare l’Occidente. Sembra che per alcuni l’unica loro scelta debba essere l’abiura, appunto. L’unico musulmano buono è quello convertito. L’abiura, ancora una volta, come ai tempi dei marrani e moriscos nella Spagna dell’Inquisizione.

Poi ci sono gli antisemiti integrali, quelli che non hanno ancora deciso se odiano di più i musulmani o gli ebrei e auspicano una guerra “intrasemita” che faccia piazza pulita degli uni e degli altri (un secondo olocausto, insomma).

Non crediate che siano pochi a ragionare in questi termini.

Più allarmante ancora è osservare come così tanti, a sinistra, si siano lasciati sedurre da un linguaggio fatto di assoluti morali – e perciò stesso totalitario – che ci rammenta quanto oscuro sia il lato oscuro della civiltà euro-americana e quanto facilmente identificabili siano i punti di contatto con l’islamismo.

Ho sempre temuto i fenomeni di massa e il tempo mi ha raramente smentito (cf. Gustav Le Bon, La psicologia delle folle).

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La tendenza occidentale a prendersi molto ma molto sul serio

IL NUOVO MACCARTISMO

Scopri chi non puoi criticare e saprai chi comanda.

Detto popolare

Fu lo straordinario successo della propaganda durante la guerra ad aprire gli occhi delle poche persone intelligenti in tutti i campi sulla possibilità di irreggimentare la mente del pubblico.

Edward Bernays, “This Business of Propaganda”, 1928

La democrazia, credo, rischia di essere distrutta più dal pervertimento o dall’abbandono dei suoi principi morali che da un attacco armato dall’esterno.

J. William Fulbright, discorso al Senato, 1951

Se il cittadino che voleva esercitare l’autogoverno poteva essere ingannato con facilità, cosa restava dell’ideale democratico? Il cittadino aveva il diritto dovere di dibattere in modo razionale gli affari pubblici, ma come poteva farlo se non era a conoscenza dei fatti?

Fabrizio Tonello, “Il giornalismo Americano”, 2005

Joseph McCarthy sosteneva che la reale portata di un presunto complotto comunista negli Stati Uniti non era nota e che proprio per questo serviva una commissione investigativa che accertasse i fatti, partendo dalla premessa implicita che il complotto fosse più che reale.

Il maccartismo fu incoraggiato, se non orchestrato, dal governo statunitense.

Molti cittadini americani furono ridotti a capro espiatorio comunista, falsamente accusati di atti criminali, al fine di ricompattare l’opinione pubblica americana, coagulandola intorno a certi specifici valori e visioni del futuro strumentali al mantenimento dello status quo e quindi all’esclusione di qualunque istanza social-democratica, social-liberale, o più in generale progressista. L’obiettivo era mettere il bavaglio all’intero spettro del dissenso, non solo ai pochi comunisti.

Come è stato fatto notare, le accuse ai comunisti somigliavano sinistramente a quelle rivolte agli ebrei dai nazisti (Marco Cipolloni, Guido Levi (a cura di), C’era una volta in America. Cinema, maccartismo e guerra fredda. Alessandria: Edizioni Falsopiano, 2004).

Ironia vuole che il giuramento di fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti (Pledge of Allegiance) sia stato redatto nel 1892 da Francis Bellamy, successivamente rimosso dal suo ministero battista per via della sua “fede socialista” (altra curiosità: inizialmente il giuramento prevedeva un saluto romano così affine a quello nazi-fascista che Roosevelt fu costretto a farlo sostituire con la mano sul cuore, per evitare spiacevoli parallelismi).

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L’odierno fervore anti-islamico ha il medesimo scopo, quello di contrastare il desiderio di cambiamento spaventando la popolazione, divedendola, contrapponendola e mettendo in secondo piano i reali problemi contemporanei (Federico Rampini, “Banchieri. Storie dal nuovo banditismo globale”, 2013; Netanyahu: razzi Hamas come attentato a Charlie Hebdo, Manifesto, 10 gennaio 2015; NATO: The alliance that should have been dissolved, Al Jazeera, 3 settembre 2014).

Dopo Guantanamo, le prigioni segrete della CIA, la tortura, le deportazioni e alla luce di queste prese di posizione e della strumentalizzazione in atto da parte di certe forze politiche, è lecito chiedersi cosa succederebbe ai nostri concittadini musulmani, ebrei, russi, cinesi, ecc. nella circostanza di un prolungato stato di belligeranza («Noi giapponesi d’America internati dopo Pearl Harbor», Corriere della Sera, 30 settembre 2001).

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About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

3 comments

  1. emanuele paganini

    Bell’articolo, rende l’idea di come questi scontri sociali siano verosimilmente il frutto del lavoro di chi vuole imporre nuovi dictat sull’onda empatica della popolazione ipnotizzata. Prima ce li tiriamo in casa, poi li insultiamo, e alla fine pretendiamo la pace. Il controsenso non c’è per chi ha già previsto come fomentare l’odio e trarne profitto. Fra i due litiganti.. gli oligarchi godono. E chi è che non possiamo permetterci di criticare?? Begli spunti di riflessione.

  2. Il Corriere Della Sera…
    Ricordo ancora quanto nel post 9/11 pubblicasse e pubblicizzasse i deliranti scritti anti islamici di Oriana Fallaci (un perfetto corrispettivo dei vari libelli antisemiti.)
    Da tredici anni e mezzo da questa parte non è cambiato nulla, riesce solo a convincere molto di meno, e speriamo che il trend prosegua.

    • L’idea che quel veicolo di propaganda sia considerato uno dei più prestigiosi quotidiani italiani è angosciante. Negli ultimi anni la deontologia professionale è andata a farsi benedire e molti, troppi giornalisti sono diventati, di fatto, dei blogger della peggior specie.
      Mi ricordo che un tempo gli articoli erano informati, orientati in un certo verso, ma non unilaterali.
      Adesso la faziosità è talmente marcata che costringe tutto il mondo dell’informazione a polarizzarsi per controbilanciare o per non perdere terreno.
      Il giornalismo è morto ma ripete a se stesso che non è vero, nonostante l’emorragia di lettori (e allora diamo la colpa ai lettori e agli italiani che leggono poco). Zombie che non accettano di essere defunti.
      Che tragedia: il giornalismo è uno dei pilastri di una società democratica.
      Per fortuna che la rete offre infinite possibilità di informarsi, globalmente (e gratuitamente).

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