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Istigare alla riconciliazione

Istigare alla riconciliazione

Possiamo fare pace col passato per sopravvivere al futuro?

Nelson Mandela

 

Negli ultimi dieci anni ho vissuto in due paesi molto distanti tra loro geograficamente, ma con molti più elementi in comune di quanto io potessi immaginare.
Il più importante, per quanto mi riguarda (perché me lo sono chiesta, come mai proprio nella ex DDR baltica e in Sudafrica, dovevo finire) ha a che fare con la riconciliazione.
Così come, dopo venticinque anni, moltissimi tedeschi ancora si definiscono Ossi o Wessi, anche qui, che di anni ne son passati venti giusti giusti, la riconciliazione è ancora lontana da venire.

Ma la domanda che mi faccio è sempre la stessa: come si viveva, qui, fino a due decenni fa? Risposta netta: “Ok, allora va tutto benissimo”.

Certo, non come a New York o a Parigi, ma ufficialmente siamo tutti uguali (anche se, purtroppo il governo ha introdotto le “quote nere” ed altri sistemi per favorire una parte della popolazione sulla base non del merito, ma del colore della pelle, e questo è un passo indietro, e quindi non ne scriverò qui e non ora).

Qualche mese fa ho incontrato un “istigatore alla riconciliazione”. Un concetto che da allora è entrato nella mia mente come un piccolo seme, e che ha pure messo radici.

Era uno di quegli strani giorni in cui sembra che tutti gli appuntamenti saltino, si imbizzarriscano e facciano un po’ come pare a loro. Mi sono ritrovata, senza quasi sapere come, in un luogo di cui non sospettavo nemmeno l’esistenza – Creative Mornings –, ad ascoltare un attore sudafricano – Nick Boraine – che io (nuova e senza tv) non avevo mai visto prima, la cui passione ed intenso coinvolgimento mi hanno subito catturata.

Tutto è iniziato con un regista americano stanco di Hollywood e delle sue serie tv e desideroso di fare qualcosa di più interessante e utile. È così che Michael Lessac arriva in Sud Africa.

Risale al 1996 la prima del lavoro teatrale “Truth in translation”, dove si racconta della “Truth and Reconciliation Commission”, creata nel Sud Africa dopo la riunificazione.

Una commissione che per 3 anni è andata in lungo e in largo, attraversando gran parte del paese, nelle scuole, chiese, luoghi pubblici, raccogliendo migliaia di testimonianze, ascoltando storie atroci e, probabilmente, aiutando ad evitare la tanto temuta esplosione di violenza post-apartheid.

In teatro l’attenzione è rivolta agli interpreti (il Sudafrica ha 11 lingue ufficiali), che hanno tradotto per tutto il tempo le storie vissute da entrambe le parti. Poteva accadere che lo stesso interprete, per esempio, al mattino traducesse le parole della madre di una vittima e di seguito quelle del suo assassino, parlando sempre in prima persona.

Quello che inizialmente era *solo* un pezzo teatrale sulla discriminazione e la violenza in Sudafrica (anche molto critico nei confronti della Commissione, peraltro) ha poi portato alla creazione di un progetto supplementare ad esso collegato.

Accadeva che, dopo lo spettacolo, la gente fosse sempre molto coinvolta emotivamente e riuscisse a percepire che si stavano toccando le radici del problema, la pazzia vera e propria del conflitto.

È così che nasce il Global Arts Corps, nome non proprio meraviglioso (anche a detta dell’attore-direttore artistico associato sudafricano Nick Boraine) ma tant’è, ormai è lì, e non da più di tanto fastidio, visto che ciò che conta e’ la sostanza.

Un modo per ritrovare il senso (o il non-senso) dei nostri conflitti, vedendoli rispecchiati nei conflitti degli altri.

Il progetto si è rafforzato, ha acquistato una sua consapevolezza e ha viaggiato per il mondo, principalmente nei cosiddetti “post-conflict countries”, paesi dove c’è stata una guerra e dove ci sono problemi molto radicati tra culture diverse. Non a caso la prima teatrale è stata in Ruanda, nel 1996.

Poi i Balcani, la Bosnia (qui il video), Serbia, Kosovo e l’Irlanda del Nord.
Anche in Cambogia, dove hanno lavorato assieme agli artisti di un circo sul tema ancora troppo censurato dei Khmer Rossi e dove collaborano con Arn Chorn Pond, che quei tempi li ha vissuti in prima persona.

Altre due tappe importanti sono stati gli Stati Uniti ed il Canada (che non rientrano nell’immaginario abituale dei paesi in fase di riconciliazione). In quest’ultimo paese, il governo ha chiesto aiuto al Sud Africa per la creazione della sua “Indian Residential Schools Truth and Reconciliation Commission”, nata per risolvere i problemi tra i nativi americani e le scuole cattoliche canadesi (con moltissimi casi di abusi e morti troppo spesso nascosti). Stesso discorso vale per l’Australia.

Sono laboratori sulla convivenza, sulla giustizia, sulla riconciliazione, sul perdono. Spesso la gente non vuole sentir parlare di riconciliazione. È un brutto termine: “Non voglio riconciliarmi. Non voglio perdonare”. Il momento decisivo, di solito, si ha quando si percepisce la riconciliazione come possibilità di cambiamento, di trasformazione.
Trasformare il conflitto in dialogo.

Trasformare le differenze che scatenano la violenza e istigare alla riconciliazione.
Col teatro è possibile, grazie a pochi ma potenti elementi: l’uso dell’improvvisazione (la cui regola principale “non si può dire no”, è fondamentale per creare il dialogo tra le parti), il fatto di mettersi una maschera, l’umorismo, la musica (anche le musiche di “Truth in translation” sono di grande effetto, opera del grande jazzista e trombettista sudafricano Hugh Masekela), l’invocazione iniziale agli antenati (quegli ancestors così importanti nella cultura sudafricana).

E poi c’è il fatto di lavorare con i bambini ed i ragazzi, con quelli che saranno i protagonisti di domani, con chi deciderà se nel futuro ci sarà spazio o meno per il dialogo e la pace.

Qui si può vedere il video della mattinata con Nick Boraine a Johannesburg: nell’ultima parte mostra il video della loro esperienza a Belfast, in cui ci si rende conto davvero delle emozioni e del lavoro incredibile che questo progetto comporta.

About Claudia Dallabona

Corrispondente da Johannesburg, Sudafrica

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