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Il nascente nuovo ordine mondiale post-coloniale
Vladimir Putin e Dominique de Villepin

Il nascente nuovo ordine mondiale post-coloniale

Prevale ancora in alcuni ambienti un complesso di inferiorità. Non crediamo in te stesso, pensiamo sempre che gli altri siano migliori di noi. In politica estera, ci sono persone che credono che ogni cosa deve essere fatta con gli Stati Uniti e l’Europa. Abbiamo introdotto una novità in Brasile, non abbiamo voluto ridimensionare il rapporto con gli Stati Uniti, che è un partner strategico, e riconosciamo l’importanza dell’Unione europea, ma dovremmo diventare meno dipendenti da questi due blocchi…Abbiamo quindi deciso di creare altri blocchi. Ecco perché abbiamo contrastato l’approvazione dell’ALCA e rafforzato il Mercosur, creato l’Unasur, stabilito un forte legame con l’Africa, il Medio Oriente, con la Cina. Perché quello che volevamo in realtà era cercare nuovi partner per non restare dipendenti dagli Stati Uniti e dall’Europa.

Non abbiamo ancora esplorato neanche il 30% di quel che potremo esplorare, dal punto di vista dell’integrazione fisica, politica, sociale, culturale, educativa…Questo è ciò che un giorno permetterà al Sud America di diventare forte come l’Unione Europea. Non si diventa forti attendendo che gli altri ti rendano tale, saremo forti il giorno in cui crederemo in noi stessi … La stessa cosa per l’Africa.

Luiz Inácio da Silva (Lula), presidente del Brasile dal 2003 al 2011

 

È iniziato l’atto finale di questo doloroso periodo della storia umana, cominciato nel 1913-1914 con l’istituzione della Federal Reserve (Myth #1: The Federal Reserve Act of 1913 was crafted by Wall Street bankers and a few senators in a secret meeting) e lo scoppio della Grande Guerra (Hidden History: The Secret Origins of the First World War – Gerry Docherty and Jim Macgregor, History Herald, 29 luglio 2013).

La strategia dei BRICS per i prossimi mesi e anni, in vista dell’auspicato avvento di un nuovo ordine multipolare e multilaterale prevede il distanziamento dell’Unione Europea dalla NATO e il disinvestimento dei propri capitali dal sistema finanziario atlantista senza provocare il collasso dell’economia americana, che sarebbe catastrofico. La maggior parte della comunità internazionale sta lavorando di concerto per rinegoziare i termini del sistema mondiale senza provocare una reazione violenta da parte degli elementi più aggressivi dell’establishment americano.

Questa transizione sta però comportando una guerra mondiale “soft” (Papa Francesco: “c’è la Terza guerra mondiale”, Ansa, 25 agosto 2014).

La propaganda è già ai massimi livelli di intensità, anche dalla “nostra” parte (Distorting Russia. How the American media misrepresent Putin, Sochi and Ukraine, The Nation, 11 febbraio 2014; News of a Russian arms buildup next to Ukraine is part of the propaganda war, Guardian, 11 aprile 2014; Ukraine: Lies, propaganda and the West’s agenda, Al Jazeera, 4 maggio 2014).

George Soros, il macellaio delle speculazioni valutarie (Dietro le donazioni degli speculatori. Gli squali travestiti da samaritani, Mattino online, 3 ottobre 2010) ci ha spiegato che dovremmo adottare un’economia di guerra contro la Russia perché Putin non si fermerà all’Ucraina ma minaccia l’esistenza stessa dell’Unione Europea e della NATO (Wake Up, Europe, The New York Review of Books, 23 ottobre 2014).

Questa guerra si combatte intorno all’egemonia del dollaro e quindi degli Stati Uniti, ora che la Cina è l’economia più grande del mondo (China’s leap forward: overtaking the US as world’s biggest economy, Financial Times, 8 ottobre 2014).

Ci volle la Seconda Guerra Mondiale per far accettare al Regno Unito la fine dell’egemonia della sterlina e dell’impero. Ora l’economia anglo-americana è stata gonfiata a dismisura dai quantitative easing (produzione di denaro da parte delle Banche Centrali), tradottisi in bolle speculative immobiliari e borsistiche (Bolla immobiliare nella ripresa inglese, Sole 24 Ore, 9 ottobre 2013; IMF warns UK government over housing bubble risk, BBC, 6 giugno 2014; This is no recovery, this is a bubble – and it will burst, Guardian, 24 febbraio 2014; Stock market bubble warnings grow louder, CNN, 19 agosto 2014; Donald Trump Tells Americans to Prepare For ‘Financial Ruin’, Money News, 25 ottobre 2014).

Israele, dal canto suo, accelera il passo in direzione di Samarcanda (Israele chiude la Spianata delle Moschee, tensioni e scontri a Gerusalemme, la Stampa, 31 ottobre 2014). Ne è conscia anche l’allarmatissima redazione del quotidiano israeliano Haaretz (Israeli Cartoonist Compares Netanyahu to 9/11 Hijackers, New York Times, 30 ottobre 2014).

L’estrema destra ucraina minaccia un colpo di stato militare se il nuovo governo non li soddisferà (Ukraine soldiers to government: we’re coming for you next, Yahoo News, 31 ottobre 2014). Rischiamo di trovarci un ISIS neonazista in Europa.

Tempi bui e inquietanti, benché interessanti.

 

Vladimir Putin e Dominique de Villepin

Vladimir Putin e Dominique de Villepin

Il vertice del Club Internazionale di Valdaï, tenutosi una settimana fa (sintesi di un analista russo), passerà alla storia per due interventi di estrema franchezza e lucidità che segnano la rottura tra il vecchio e il nuovo ordine internazionale.

Non è importante chi li abbia pronunciati, ciò che conta, come sa chiunque sia informato sulle dinamiche internazionali (per es. i dibattiti sulle riforme delle varie istituzioni internazionali, o sul futuro della Palestina), è che interpretano grosso modo il pensiero della comunità internazionale al di fuori del blocco NATO. Il loro peso, la loro “epocalità”, dipendono unicamente da questo, ma proprio per questo meritano di essere comunicati al più vasto pubblico occidentale.

Il primo è stato quello diDominique de Villepin, ex primo ministro francese, probabilmente destinato a governare la Francia, a partire dal 2017, se non prima, verosimilmente sotto la presidenza di un Sarkozy che ha imparato la lezione.

Il secondo è stato quello di Vladimir Putin – il più intenso, franco e, sostiene Gorbaciov, anche il più importante della sua carriera politica.

Ha scatenato le ire dell’establishment statunitense, che si è concentrato sul 10% critico del discorso, cancellando completamente la corposa ed eccitante parte costruttiva, collaborativa e propositiva (Blaming the West for Things Gone Wrong, Mr. Putin Sings an Old Tune, New York Times, 30 ottobre 2014).

La replica americana è stata che Putin sta usando il vecchio trucco sovietico di proiettare sugli Stati Uniti le colpe russe. Potrebbe anche essere vero il contrario. Saranno i posteri a stabilirlo (La crisi ucraina vista da Mosca, FuturAbles, 2 settembre 2014; Occupy Central – il punto di vista di Pechino, FuturAbles, 30 settembre 2014). Per il momento, è sufficiente che i lettori verifichino personalmente e non per sentito dire se le tesi di Villepin e di Putin sono veramente così controverse, provocatorie o irricevibili, oppure se tracciano un promettente percorso verso un mondo più dignitoso di quello attuale.

FuturAbles considera “best practice” il condividere con i lettori i più illuminanti punti di vista su problemi di vasta rilevanza globale che i media italiani trascurano come, appunto, le opinioni di Villepin, Putin o dei cancellieri tedeschi che hanno preceduto Angela Merkel.

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SINTESI DELL’INTERVENTO DI VILLEPIN (24 ottobre 2014)

Il mondo contemporaneo è lacerato dalla violazione di ogni regola. Un gioco in cui ci sono delle regole che vengono rispettate è migliore di un gioco senza regole: è più prevedibile, stabile e sicuro. Il diritto internazionale è stato inventato per questo motivo. Le regole internazionali danno spazio alle interpretazioni e non c’è più un’interpretazione condivisa del diritto internazionale. Pensiamo per esempio al Kosovo, con un intervento militare occidentale “giustificato” dal principio di autodeterminazione, o alla Libia, con il principio della “responsabilità di proteggere” che è stato interpretato come autorizzazione ad un “cambio di regime”, o infine alla Crimea, di nuovo in nome dell’autodeterminazione.

Non esiste neppure un accordo su chi e come debba far valere le regole del diritto internazionale (Iraq 2003, Siria e Iraq 2014).

Le regole del gioco internazionale non funzionano più principalmente a causa di un senso di umiliazione che è il risultato di due secoli di dominio occidentale che è arrivato al crepuscolo e sta per cedere il testimone a un mondo multipolare.

Un ventennio di unilateralismo ha provocato nuove frustrazioni e senso di emarginazione in Medio Oriente, così come qui in Russia. È l’effetto di un approccio all’insegna dei due pesi e due misure.

Questo sentimento di umiliazione, infine, è il risultato della fragilità degli stati nazionali nella globalizzazione. Gli stati sono stati indeboliti e i dubbi serpeggiano all’interno delle nazioni. Si è creata una spirale di sfiducia che presto degenera in una spirale di forza e violenza. In questo contesto molti credono che la forza possa essere una scorciatoia per risolvere i problemi, ma non lo è. Si indeboliscono ulteriormente le regole comuni, fino ad arrivare al punto di rottura.

I maggiori rischi del presente.

In primo luogo la diffusione del terrorismo barbaro in Medio Oriente (ISIS).

Il terrorismo trova terreno fertile nelle frustrazioni e paure dei popoli del Medio Oriente, soprattutto sunniti e sciiti che si spingono a vicenda verso nuove radicalizzazioni, ma il terrorismo cresce anche per via dei ripensamenti degli Stati nazionali, che sperano di poter risolvere vecchi conflitti in un nuovo clima, a Riyad, a Teheran o ad Ankara. Infine il terrorismo aumenta quando lo si combatte con la forza, perché moltiplica le frustrazioni. Permettetemi di dire senza mezzi termini che questa guerra non può essere vinta con la forza militare, come non si è vinto in Afghanistan, in Iraq, in Libia.

La seconda sfida è la situazione qui in Europa con l’Ucraina, uno stato diviso e debole. Con il problema della Crimea e la situazione di Donbass siamo entrati in un ciclo di sfiducia e sanzioni. Nessuno è in grado di immaginare una via d’uscita, anche se il cessate il fuoco firmato nel mese di settembre sembra alleggerire la tensione. Nessuno ha interesse a vedere l’Ucraina diventare un nuovo conflitto congelato.

La terza sfida è l’Iran e la questione della non-proliferazione nucleare. Un accordo deve essere trovato prima del 24 novembre, ma le condizioni non sembrano ancora essere state soddisfatte, perché la diffidenza si è accumulata sul tavolo delle trattative.

Si dovrebbero anche citare le questioni di Ebola e dei profughi.

C’è un solo modo di risolvere queste crisi: il rispetto reciproco e il rispetto del diritto internazionale. Bisogna tener conto degli interessi di tutte le parti.

La considerazione per la pari dignità di tutte le persone, di tutti gli stati-nazione è la fonte di tutte le regole. Lo dico questo come gollista, per il quale la dignità delle nazioni, la loro memoria, la loro identità è la chiave della storia del genere umano.

1. Il rispetto delle regole, una diplomazia attiva e pragmatica, dotata di una strategia politica.

L’intervento militare deve sempre essere limitato e deciso di comune accordo, giuridicamente solido e sotto l’autorità delle Nazioni Unite. Nel 2003 la Russia del presidente Putin, la Germania e la Francia erano schierate assieme contro l’azione unilaterale in Iraq, a difesa delle prerogative ONU.

Per battere ISIS servono:

un governo iracheno più inclusivo che dia più spazio ai sunniti nell’amministrazione e nell’esercito; un accordo in Siria che porti a un governo di transizione, unisca le forze siriane contro ISIS ed eviti che la crisi siriana debordi in Libano e Giordania; una strategia che disinneschi le tensioni tra sciiti e sunniti, a partire da migliori relazioni tra Arabia Saudita e Iran; una strategia che ricomponga tutte le fratture esistenti in Medio Oriente e questo significa anche il riconoscimento di uno Stato palestinese con il nuovo governo unione di Fatah e Hamas.

2. Un mondo basato sul rispetto vuol dire cooperazione pragmatica.

Il mondo ha bisogno della Russia. Non si possono risolvere le crisi medio-orientali o raggiungere un accordo con l’Iran senza la Russia. La Russia, a sua volta, ha bisogno anche lei del mondo, in particolare per la sua ripresa economica e la diversificazione industriale. L’Europa e la Russia hanno un destino comune e un futuro comune. C’è bisogno di dialogo, di una visione di prosperità e di sicurezza comune e nuovi simboli, scambi e collaborazioni, progetti infrastrutturali comuni che leghino il continente. L’Europa rappresenta la metà delle esportazioni russe. Sarebbe utile una riunione ad alto livello di personalità della società civile, artisti, intellettuali, ex dirigenti, uomini d’affari che riescano a formulare assieme una tale visione di un futuro comune. La NATO dev’essere smantellata perché è obsoleta (In realtà lui dice: “l’architettura della sicurezza europea dev’essere fondamentalmente rivista. Bisogna elaborare nuovi progetti adatti alle realtà del mondo di oggi, se vogliamo essere credibili”).

3. Rispetto significa dialogo tra pari.

Se il dialogo con l’Iran fallisce le fazioni più estremiste ne usciranno rafforzate. La crisi ucraina può essere risolta con un gruppo di contatto che comprenda rappresentanti di Ucraina, Russia, Germania, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti. Solo così ci sarà il peso politico e finanziario per affrontare i vari aspetti di questa crisi. Bisogna procedere oltre il cessate il fuoco concordato a Minsk. Francia, Germania e Polonia devono costituire un gruppo permanente di contatto e che abbia un’influenza decisiva.

Un mondo in cui prevale l’umiliazione è un mondo in cui alla fine perdono tutti. Il mondo che ci serve è un mondo di confronto nel rispetto delle differenze, della storia, della sovranità ed uguaglianza delle nazioni e dei popoli. Lo spirito che ci serve è quello della visita di De Gaulle a Mosca, uno spirito di pace e dialogo. Francia e Germania si sono scontrate per secoli, ma alla fine si è riusciti a costruire una solida riconciliazione. Questo è possibile farlo in tutto il mondo.

16.si

INTERVENTO DI PUTIN– [“question time” > Vladimir Putin: prospettive sul futuro]

“Lasciatemi dire che non vi deluderò: sarò franco ed eviterò giri di parole. Alcune delle cose che dirò vi potranno sembrare un po’ troppo dure, ma se non ci confrontiamo con onestà e schiettezza su quel che realmente pensiamo, ha poco senso organizzare questo tipo di incontri. A quel punto sarebbe meglio limitarsi a incontri diplomatici, dove nessuno dice cose sensate e, per citare un famoso diplomatico, ti rendi conto che i diplomatici hanno la lingua per non dire la verità. Ci riuniamo per altri motivi…per parlare francamente con l’altro. Abbiamo bisogno di essere diretti e schietti…per tentare di andare a fondo di ciò che sta realmente accadendo nel mondo, cercare di capire il motivo per cui il mondo sta diventando meno sicuro e più imprevedibile, perché i rischi sono in aumento. La discussione di oggi ha avuto per tema: “nuove regole o un gioco senza regole”. Penso che questa formula descriva con precisione il punto di svolta storica che abbiamo raggiunto oggi e la scelta che abbiamo di fronte. Non vi è nulla di nuovo, naturalmente, nell’idea che il mondo stia cambiando molto velocemente…è certamente difficile non notare le trasformazioni drammatiche nella politica mondiale e nell’economia, vita pubblica, settore industriale, tecnologie dell’informazione e tecnologie sociali.

[…].

Non dimentichiamoci le lezioni della storia. Prima di tutto, le trasformazioni nell’ordine mondiale – e quelli a cui stiamo assistendo sono eventi di questa portata – sono in genere stati accompagnati da, se non una guerra mondiale, almeno da catene di conflitti ad alta intensità a livello locale. In secondo luogo, la politica globale è soprattutto una questione di leadership economica, di guerra e pace, e di dimensione umanitaria, che include i diritti umani.

Il mondo di oggi è pieno di contraddizioni…non vi è nessuna garanzia e nessuna certezza che l’attuale sistema di sicurezza globale e regionale sia in grado di proteggerci da sconvolgimenti. Questo sistema è ormai seriamente indebolito, frammentato e deformato. Anche le organizzazioni di cooperazione internazionale e regionale di carattere politico, economico e culturale stanno attraversando momenti difficili.

Sì, molti dei meccanismi che abbiamo a disposizione per assicurare l’ordine mondiale sono stati creati molto tempo fa, specialmente nel periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale. Vorrei sottolineare che la solidità del sistema creato allora non riposava solo sui rapporti di forza e sui diritti dei paesi vincitori, ma sul fatto che i “padri fondatori” di questo sistema nutrivano rispetto l’uno per l’altro, non cercavano di mettersi alle strette a vicenda, ma tentavano di raggiungere degli accordi.

La cosa più importante è che questo sistema va sviluppato e, nonostante, i suoi vari difetti, deve almeno essere in grado di mantenere gli attuali problemi del mondo entro certi limiti e regolare l’intensità della competizione naturale tra i paesi.

È mia convinzione che non si possa prendere questo meccanismo di pesi e contrappesi che abbiamo costruito nel corso degli ultimi decenni, a volte con tanta fatica e difficoltà, e semplicemente farlo a pezzi senza costruire nulla al suo posto. In caso contrario, non ci resterebbero altri strumenti che la forza bruta.

Quel che dobbiamo fare è portare a termine una ricostruzione razionale e idonea alle nuove realtà del sistema di relazioni internazionali.
Ma gli Stati Uniti, dopo essersi autoproclamati vincitori della guerra fredda, non lo hanno ritenuto necessario. Invece di creare un nuovo equilibrio di potere, essenziale per mantenere l’ordine e la stabilità, hanno preso misure che hanno gettato il sistema in uno squilibrio acuto e profondo.

La guerra fredda si è conclusa, ma non con la firma di un trattato di pace con accordi chiari e trasparenti sul rispetto delle vigenti norme o la creazione di nuove regole e standard. Questo ha creato l’impressione che i cosiddetti ‘vincitori’ della guerra fredda abbiano deciso di indurre certi eventi (!) e rimodellare il mondo secondo le proprie esigenze e interessi. Se il sistema di relazioni internazionali, diritto internazionale e dei pesi e contrappesi esistente interferiva con questi obiettivi, questo sistema è stato dichiarato inutile, obsoleto e maturo per il suo smantellamento.

Perdonate l’analogia, ma questo è il modo in cui si comportano i parvenu quando improvvisamente si trovano tra le mani una grande ricchezza, in questo caso la leadership e il dominio del mondo. Invece di gestire il loro patrimonio con saggezza, anche a proprio vantaggio, naturalmente, penso che hanno commesso tante sciocchezze.

Siamo entrati in un periodo di interpretazioni variabili e silenzi deliberati nella politica mondiale. Il diritto internazionale è stato costretto a ritrarsi più e più volte per l’assalto del nichilismo giuridico. L’obiettività e la giustizia sono state sacrificate sull’altare della convenienza politica. Interpretazioni arbitrarie e valutazioni di parte hanno sostituito le norme giuridiche. Allo stesso tempo il controllo totale dei media globale ha reso possibile chiamare bianco il nero e vice versa, a proprio piacimento.

In una situazione in cui c’è il dominio di un paese e dei suoi alleati o, sarebbe meglio dire, dei suoi satelliti, la ricerca di soluzioni globali si è spesso trasformata in un tentativo di imporre le proprie ricette universali. Le ambizioni di questo gruppo sono cresciute così tanto da arrivare a presentare le politiche decise nelle loro stanze del potere come il punto di vista della comunità internazionale. Le cose non stanno così.

La stessa nozione di “sovranità nazionale” è diventata un valore relativo per la maggior parte dei paesi. In sostanza, ciò che è stato proposto è la formula: maggiore è la lealtà verso l’unico centro di potere del mondo, maggiore sarà il grado di legittimazione di un governo.

Al termine del mio intervento ci sarà un dibattito e sarò ben felice di rispondere alle vostre domande e vorrei anche avvalermi del mio diritto di porre a voi delle domande. Vi invito a provare a confutare le argomentazioni che ho appena espresso.

Le misure adottate contro coloro che rifiutano di sottomettersi sono ben note e sono state provate e testate più volte. Esse comprendono l’uso della forza, la pressione economica e la propaganda, l’ingerenza negli affari interni, e fanno appello a una sorta di legittimazione “sovra-legale” quando hanno bisogno di giustificare l’intervento illegale in questo o quel conflitto, o il rovesciamento di regimi scomodi. Di recente è sempre più evidente che anche il ricatto più sfrontato è stato utilizzato all’indirizzo di un certo numero di leader. Non è certo per caso che il “Grande Fratello” sta spendendo miliardi di dollari per mantenere tutto il mondo, tra cui i propri più stretti alleati, sotto sorveglianza [Gaffe, menzogne e arroganza e Angela smaschera l’America, la Repubblica, 24 ottobre 2013]

Proviamo a chiederci quanto questa situazione ci possa stare bene, quanto ci sentiamo al sicuro, felici di vivere in questo mondo, e quanto equo e razionale sia diventato. Forse non abbiamo reali motivi per preoccuparci, obiettare e porre domande imbarazzanti? Forse lo status eccezionale degli Stati Uniti e il modo in cui stanno portando avanti la loro leadership in realtà è una benedizione per tutti noi, e la loro ingerenza negli eventi in tutto il mondo sta portando la pace, la prosperità, il progresso, la crescita e la democrazia, e dovremmo magari solo rilassarci e godercela?

Ebbene, lasciatemi dire che non è questo il caso, assolutamente no.

L’imposizione di diktat e modelli unilaterali è controproducente. Invece di risolvere i conflitti ne causa l’escalation, invece di stati sovrani e stabili, assistiamo alla crescente diffusione del caos, e al posto della democrazia vi è il supporto per cause molto discutibili, dal neofascismo al radicalismo islamico.

Perché appoggiare queste persone? Lo fanno perché li possono usare come strumenti per raggiungere i loro obiettivi, ma poi si bruciano le dita e si ritraggono. Non smetto mai di essere stupito dal modo in cui i nostri partner non finiscono mai di calpestare lo stesso rastrello, come si dice qui in Russia, vale a dire, commettere lo stesso errore più e più volte.

Già una volta hanno sponsorizzato movimenti estremisti islamici per combattere l’Unione Sovietica. Questi gruppi hanno fatto esperienza bellica in Afghanistan e in seguito hanno dato alla luce ai talebani e ad Al-Qaeda. L’Occidente, se non ha apertamente supportato, ha almeno chiuso gli occhi e, direi, ha fornito intelligence, sostegno politico e finanziario ad operazioni terroristiche in Russia (questo non l’abbiamo dimenticato) e nei paesi della regione dell’Asia centrale. Solo dopo i terribili attacchi terroristici commessi sul suolo americano gli Stati Uniti hanno compreso la comune minaccia del terrorismo. Permettetemi di ricordarvi che in quei frangenti siamo stati il primo paese a sostenere il popolo americano, i primi a reagire come amici e partner alla terribile tragedia dell’11 settembre.

Nel corso delle mie conversazioni con i leader americani ed europei, ho sempre parlato della necessità di combattere il terrorismo insieme, come una sfida su scala globale. Non possiamo rassegnarci ad accettare questa minaccia, non possiamo sminuzzarla e gestirla ipocritamente. I nostri partner hanno assentito, ma un po’ di tempo è passato e abbiamo finito per tornare al punto di partenza. Prima c’è stata l’operazione militare in Iraq, poi in Libia, che è stata spinta sull’orlo del caos. Perché infilare la Libia in questa situazione? Oggi è un paese a rischio di frantumarsi ed è diventato un campo di addestramento per terroristi.

Solo la determinazione e saggezza dell’attuale leadership egiziana hanno salvato questo paese-chiave arabo dal caos e dal dilagare dell’estremismo. In Siria, come in passato, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno iniziato finanziando direttamente e armando (indirettamente) i ribelli e consentendo loro di rinfoltire i loro ranghi di mercenari provenienti da vari paesi. Vorrei chiedervi da dove ottengono i soldi, le armi, gli specialisti questi ribelli? Da dove viene tutto questo? Come ha fatto il famigerato ISIS a diventare un gruppo così potente, in sostanza una vera e propria forza armata?

Per quanto riguarda le fonti di finanziamento, oggi il denaro non proviene solo dalla droga, la cui produzione è non solo in aumento di qualche punto percentuale, ma si è moltiplicata dal momento in cui le forze della coalizione internazionale sono state presenti in Afghanistan. Siete consci di questo. I terroristi stanno ricavando soldi anche dalla vendita del petrolio. L’olio viene prodotto in territori controllati dai terroristi, che la vendono a prezzo di dumping, lo producono e lo trasportano. Ma qualcuno compra questo petrolio, lo rivende, ne deriva un profitto, senza curarsi del fatto che così facendo stanno finanziando i terroristi che, prima o poi, potrebbero invadere le loro terre e seminare distruzione nei loro paesi.

Da dove prendono le nuove reclute? In Iraq, dopo il rovesciamento di Saddam Hussein, le istituzioni dello Stato, compreso l’esercito, sono stati abbandonate a se stesse. Avevamo avvertito in tempi non sospetti che occorreva stare molto attenti. State buttando la gente per strada e che cosa mai faranno una volta lì? Non dimenticate (giusto o meno che fosse) che stavano trasformandosi in una grande potenza regionale, e in cosa li state trasformando ora?

Qual è stato il risultato? Decine di migliaia di soldati, funzionari ed ex attivisti del partito Baath sono stati espulsi ed oggi si sono uniti ai ribelli. Forse questo è ciò che spiega il motivo per cui il Califfato si è rivelato così efficace? In termini militari, sta agendo molto efficacemente e conta nelle sue file dei professionisti. La Russia ha avvertito ripetutamente circa i pericoli di azioni militari unilaterali, ha messo in guardia dall’intervenire negli affari degli stati sovrani, dal flirtare con gli estremisti e i radicali. Abbiamo insistito affinché gruppi in lotta contro il governo siriano, innanzitutto lo Stato Islamico, figurassero negli elenchi delle organizzazioni terroristiche. Abbiamo visto qualche risultato? Il nostro appello è stato vano.

A volte si ha l’impressione che i nostri colleghi e amici siano costantemente in lotta con le conseguenze delle loro politiche, si impegnino a fondo nell’affrontare i rischi che si sono creati loro stessi, pagando un prezzo sempre più salato.

Colleghi, questo periodo di dominio unipolare ha dimostrato in modo convincente che un solo centro di potere non rende più gestibili i processi globali. Al contrario, questo tipo di costruzione instabile ha dimostrato la sua incapacità di combattere le minacce reali, come i conflitti regionali, il terrorismo, il traffico di droga, il fanatismo religioso, lo sciovinismo e il neonazismo. Allo stesso tempo, ha aperto la strada ad un esagerato orgoglio nazionale, alla manipolazione dell’opinione pubblica, ai bulli che schiacciano i deboli.

In sostanza, il mondo unipolare è semplicemente un mezzo per giustificare una dittatura sui popoli e le nazioni. Il mondo unipolare si è rivelato un peso troppo ingombrante, pesante e ingestibile anche per i leader autoproclamati. Commenti in questo senso sono stati fatti qui poco fa e li condivido in pieno.

Questo è il motivo per cui vediamo dei tentativi in questa nuova fase storica per ricreare una parvenza di mondo quasi-bipolare come modello conveniente per perpetuare la leadership americana. Non importa chi è l’antagonista prescelto dalla propaganda americana per rimpiazzare l’URSS come l’avversario principale. Potrebbe essere l’Iran, in quanto paese che cerca di acquisire la tecnologia nucleare, la Cina, in quanto più grande economia del mondo, o la Russia, in quanto superpotenza nucleare.

Oggi stiamo assistendo a nuovi sforzi per frammentare il mondo, tracciare nuove linee di separazione, mettere insieme coalizioni non costruite per qualcosa, ma contro qualcuno, chiunque, per evocare l’immagine di un nemico come è avvenuto durante gli anni della guerra fredda, e ottenere il diritto a questa leadership, o diktat, se preferite. La situazione è stata presentata in questo modo durante la Guerra Fredda. Noi tutti lo comprendiamo e lo sappiamo. Gli Stati Uniti hanno sempre detto ai loro alleati: “Abbiamo un nemico comune, un terribile nemico, il centro del male e vi stiamo difendendo da questo nemico e quindi abbiamo il diritto di prendere noi le decisioni anche se questo significa farvi sacrificare i vostri interessi politici ed economici e pagare la quota-parte della difesa collettiva, ma saremo a capo di tutto questo, naturalmente”. In breve, vediamo oggi i tentativi, in un mondo nuovo e cambiato, di riprodurre questi modelli già familiari di gestione globale, e tutto questo in modo da garantire la loro [degli Stati Uniti] posizione eccezionale e trarne dividendi politici ed economici.

Ma questi tentativi sono sempre più avulsi dalla realtà e in contraddizione con la diversità del mondo. Iniziative di questo tipo creano inevitabilmente dei contrasti e contromisure e producono un effetto opposto a quello desiderato. […]. Progetti economici e investimenti comuni e concordati avvicinano oggettivamente i paesi e contribuiscono ad appianare i problemi nelle relazioni tra gli Stati. Ma oggi l’imprenditoria globale deve affrontare pressioni senza precedenti da parte dei governi occidentali. Di che business, convenienza economica e pragmatismo si può parlare quando udiamo slogan come “la patria è in pericolo”, “il mondo libero è in pericolo” e “la democrazia è in pericolo”? E così tutti a mobilitarsi.

Le sanzioni stanno già minando le fondamenta del commercio mondiale, le norme dell’Organizzazione per il commercio e il principio di inviolabilità della proprietà privata. Hanno inferto un duro colpo al modello liberale della globalizzazione basata sui mercati, la libertà e la concorrenza che, mi si permetta di notare, è un modello che ha avvantaggiato in primo luogo proprio i paesi occidentali….Dopo tutto la prosperità degli Stati Uniti dipende in gran parte dalla fiducia degli investitori e dei detentori stranieri di dollari e titoli di stato statunitensi. Questa fiducia è ora chiaramente minata e segni di delusione riguardo ai frutti della globalizzazione sono oggi visibili in molti paesi.

[…].

Abbiamo già visto che sempre più paesi sono alla ricerca di metodi per diventare meno dipendenti dal dollaro e stanno istituendo sistemi finanziari e di pagamento alternativi, oltre che valute di riserva alternative. Penso che i nostri amici americani stanno semplicemente segando il ramo su cui sono seduti.

[…].

Le sanzioni, naturalmente, ci ostacolano. Con queste sanzioni stanno cercando di danneggiarci, bloccare il nostro sviluppo, spingerci all’autoisolamento in politica, economia, cultura, spingerci cioè verso l’arretratezza. Ma il mondo è cambiato radicalmente. Non abbiamo alcuna intenzione di tagliarci fuori da nessuno, o imboccare la strada della chiusura, dell’autarchia. Siamo sempre aperti al dialogo, anche per quanto riguarda la normalizzazione delle nostre relazioni economiche e politiche. Contiamo sul pragmatismo degli industriali e investitori dei principali paesi.

Oggi si sentono dichiarazioni in merito al fatto che la Russia si stia ritirando dall’Europa, che è alla ricerca di altri partner, in particolare in Asia. Voglio dire che questo non è assolutamente così. La nostra politica nella regione Asia-Pacifico è attiva non da oggi e non in relazione alle sanzioni, ma ha più di qualche anno. Siamo partiti, come molti altri Paesi, tra cui i Paesi occidentali, dal fatto che l’Oriente occupa un posto sempre più importante nell’economia e nella politica…Non si può non prenderlo in considerazione, voglio sottolineare, tutti lo fanno, e anche noi lo faremo, tanto che abbiamo una gran parte del territorio in Asia. Perché non dobbiamo usare i nostri vantaggi? Sarebbe miope.

[…].

Non vi è dubbio che i fattori umanitari quali l’istruzione, la scienza, la sanità e la cultura giocano un ruolo più importante nella competizione globale. Questo ha anche un grande impatto sulle relazioni internazionali, perché il ‘soft power’ dipenderà in larga misura da risultati reali nello sviluppo del capitale umano piuttosto che da sofisticati trucchi propagandistici.

La formazione del cosiddetto mondo policentrico … di per sé non rafforza né determina la stabilità. Al contrario, il compito di raggiungere un equilibrio globale si trasforma in un rompicapo abbastanza complesso, in un’equazione a più incognite.

Cosa ci attenderebbe se preferissimo vivere non secondo le regole, anche se severe e scomode, ma del tutto senza regole? E questo scenario è abbastanza reale, non ci si può escludere, data l’intensità della situazione nel mondo.

Già oggi è aumentata bruscamente la probabilità di una serie di conflitti violenti, con partecipazione se non diretta, almeno indiretta delle grandi potenze. Intanto i fattori di rischio non arrivano solo dalle controversie interstatali, ma anche dall’instabilità interna dei singoli Stati, soprattutto quando si tratta di Paesi situati all’incrocio degli interessi geopolitici dei grandi Stati, o sulle linee di faglia storico-culturali ed economiche. L’Ucraina…è uno degli esempi di questo tipo di conflitto che ha un impatto sulla distribuzione mondiale delle forze e penso che non sia l’ultima.

[…].

Noi insistiamo sul proseguimento dei negoziati. Noi siamo non solo a favore dei negoziati, insistiamo sul proseguimento dei negoziati per la riduzione degli arsenali nucleari. Meno ci sono armi nucleari nel mondo, meglio è. E siamo pronti a un confronto molto serio in merito al disarmo nucleare.

[…].

I nostri colleghi  stavano cercando di…usare i conflitti regionali, progettare le rivoluzioni colorate a proprio vantaggio, ma il genio è uscito dalla lampada e ora non sanno bene come gestirlo neppure gli stessi autori della teoria del caos controllato. Tra di loro c’è sbandamento e confusione.

[…].

…vista la situazione globale è il momento di iniziare ad individuare dei punti di accordo sulle cose fondamentali. Questo è incredibilmente importante e necessario…Quanto più ci troviamo di fronte a problemi comuni, tanto più ci sentiamo nella stessa barca, per così dire. E il modo logico di risolvere i problemi è la collaborazione tra le nazioni, le società, è trovare risposte collettive alle crescenti sfide, è una gestione comune dei rischi. Certo, alcuni dei nostri partner, per qualche ragione, se lo ricordano solo quando fa comodo a loro.

L’esperienza pratica dimostra che le risposte congiunte alle sfide non sono sempre una panacea; questo va capito. Inoltre, nella maggior parte dei casi, sono difficili da conseguire; non è facile superare le differenze di interessi nazionali, la soggettività di approcci diversi, soprattutto quando si tratta di nazioni con diverse tradizioni culturali e storiche. Ma comunque abbiamo esempi in cui, avendo obiettivi comuni e agendo sulla base dei medesimi criteri, insieme si è riusciti a raggiungere il traguardo.

Permettetemi di ricordarvi la risoluzione del problema delle armi chimiche in Siria e il dialogo sul programma nucleare iraniano, così come il nostro lavoro sulle questioni della Corea del Nord, che ha prodotto anche alcuni risultati positivi. Perché non possiamo usare questa esperienza in futuro per risolvere le sfide locali e globali?

Quale potrebbe essere la base giuridica, politica ed economica di un nuovo ordine mondiale che consenta stabilità e sicurezza, incoraggiando nel contempo una sana concorrenza, non permettendo la formazione di nuovi monopoli che ostacolino lo sviluppo? È improbabile che qualcuno possa fornire soluzioni già pronte ed esaustive sul momento. Avremo bisogno di un ampio lavoro, con la partecipazione di una vasta gamma di governi, imprese globali, la società civile e piattaforme di esperti come questa.

Tuttavia, è ovvio che il successo ed i risultati reali sono possibili solo se le figure chiave degli affari internazionali possono concordare sulla necessità di armonizzare gli interessi fondamentali, realizzare un ragionevole autocontrollo e dare un buon esempio di leadership positiva e responsabile.

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Vorrei aggiungere che le relazioni internazionali devono essere basate sul diritto internazionale, che si dovrebbe poggiare su principi morali come la giustizia, l’uguaglianza e la verità. Forse la cosa più importante è il rispetto per i propri partner e i loro interessi. Si tratta di una formula ovvia ma potrebbe cambiare radicalmente la situazione globale.

Sono certo che, se c’è la volontà, siamo in grado di ripristinare l’efficacia del sistema internazionale e le istituzioni regionali. Non abbiamo nemmeno bisogno di costruire qualche cosa di nuovo partendo da zero…le istituzioni create dopo la Seconda Guerra Mondiale sono abbastanza universali e possono essere ammodernate per renderle adeguate a gestire la situazione attuale.

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Alla luce dei cambiamenti fondamentali del contesto internazionale, la perdita di controllo e varie minacce, abbiamo bisogno di un nuovo consenso globale di forze responsabili. Non si tratta di alcuni accordi locali o di una divisione delle sfere d’influenza nello spirito della diplomazia classica, oppure di una completa dominazione globale da parte di qualcuno. Penso che abbiamo bisogno di una nuova versione di interdipendenza. Non dobbiamo averne paura. Al contrario, si tratta di un valido strumento per armonizzare le varie posizioni.

Questo è particolarmente pressante dato il rafforzamento e la crescita di alcune regioni del pianeta, un processo che oggettivamente richiede l’istituzionalizzazione di questi nuovi poli, la creazione di potenti organizzazioni regionali e lo sviluppo di norme per la loro interazione. La cooperazione tra questi centri garantirebbe una maggiore stabilità e sicurezza globale, a livello politico ed economico. Ma al fine di stabilire un tale tipo di dialogo, dobbiamo partire dal presupposto che tutti i centri regionali e i progetti di integrazione che prenderanno forma intorno a loro debbono avere un uguale diritto allo sviluppo, in modo tale che possano completarsi a vicenda e nessuno possa spingerli in qualche conflitto o contrapposizione artificiosa. Tali azioni distruttive potrebbero abbattere i legami tra gli stati, e gli stati stessi sarebbero sottoposti a pressioni estreme; potrebbero anche implodere.

Vorrei rammentarvi degli eventi recenti. Abbiamo detto ai nostri partner americani ed europei che decisioni affrettate dietro le quinte sull’associazione dell’Ucraina con l’UE, sono gravide di rischi per l’economia. Non abbiamo detto nulla a proposito della dimensione politica; abbiamo parlato solo di economia, dicendo che tali misure, fatte senza accordi precedenti, toccano gli interessi di molte altre nazioni, tra cui la Russia come principale partner commerciale dell’Ucraina, e che un’ampia discussione dei problemi era necessaria. Per inciso, a questo proposito, voglio ricordare che, per esempio, i colloqui di adesione della Russia all’Organizzazione Mondiale per il Commercio sono durati 19 anni. Questo era un lavoro molto difficile, e alla fine è stato raggiunto un certo consenso.

Perché sto tirando fuori questa questione? Perché nella realizzazione del progetto di adesione dell’Ucraina [all’area commerciale UE], i nostri partner entrerebbero in casa nostra con i loro prodotti dalla porta sul retro e questo non ci sta bene e nessuno ci ha chiesto se eravamo d’accordo. Abbiamo intavolato discussioni su tutti i temi legati all’associazione dell’Ucraina con l’UE, discussioni persistenti, ma voglio sottolineare che questo è stato fatto in modo del tutto civile, indicando eventuali problemi, mostrando l’ovvietà di certi ragionamenti ed argomenti. Nessuno ha voluto ascoltarci e nessuno voleva parlarne. Semplicemente ci hanno detto: è affar vostro, punto e basta, fine della discussione. Invece di un approccio integrato e – sottolineo – un dialogo civile, tutto si è ridotto a un rovesciamento di un governo; hanno fatto piombare il paese nel caos, un collasso economico e sociale e una guerra civile, con enormi perdite.

Perché? Quando chiedo ai miei colleghi perché, non mi possono dare più alcuna risposta; nessuno sa dire nulla di più di: “le cose sono andate così”, e questo è quanto. Ma certe azioni non andavano incoraggiate, perché non potevano funzionare. Dopo tutto (e ho già parlato di questo), l’ex presidente ucraino Yanukovich aveva firmato tutto, era d’accordo con tutto. Perché farlo? Che senso aveva? È un modo civile di risolvere i problemi questo? A quanto pare, coloro che costantemente orchestrano “rivoluzioni colorate” si considerano “brillanti artisti” e semplicemente non possono più fermarsi.

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Vorrei aggiungere che avremmo anche accolto con favore l’avvio di un dialogo concreto tra l’Unione Euroasiatica e l’Unione europea. Per inciso, hanno quasi completamente rifiutato pure questa opzione, e non è chiaro perché – cosa c’è di così spaventoso?

abbiamo bisogno di confrontarci (ho parlato di questo molte volte e ho avvertito che c’è un consenso in molti dei nostri partner occidentali, almeno in Europa) sulla necessità di creare uno spazio comune per la cooperazione economica e umanitaria che si estenda dall’Atlantico al Pacifico.

Onorevoli colleghi, la Russia fatto la sua scelta. Le nostre priorità sono migliorare ulteriormente le nostre istituzioni democratiche ed economiche, realizzare un accelerazione dello sviluppo interno, e consolidare la nostra società sulla base dei valori tradizionali e del patriottismo.

Stiamo seguendo un’agenda di integrazione pacifica, lavorando attivamente con i nostri colleghi dell’Unione economica eurasiatica, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, i BRICS e altri partner. Questo programma ha lo scopo di sviluppare legami tra i governi, non di dividere. Non abbiamo in programma di assemblare un blocco o di farci coinvolgere in qualche disputa.

Le accuse e le dichiarazioni che la Russia sta cercando di stabilire una sorta di impero che lede la sovranità dei suoi vicini, sono infondate. La Russia non ha bisogno di alcun tipo di ruolo speciale ed esclusivo nel mondo – voglio sottolinearlo. Nel rispetto degli interessi degli altri, pretendiamo semplicemente che i nostri interessi siano presi in considerazione e che le nostre posizioni siano rispettate.

Siamo ben consapevoli del fatto che il mondo è entrato in un’era di cambiamenti e trasformazioni globali, e che abbiamo tutti di esercitare un particolare grado di attenzione, evitando passi sconsiderati. Negli anni dopo la guerra fredda, i protagonisti delle politiche globali hanno un po’ perso questa capacità. Ora abbiamo bisogno di rammentarla. In caso contrario, le speranze di una soluzione pacifica e di uno sviluppo stabile saranno pericolosamente illusorie, mentre le turbolenze di oggi saranno semplicemente servite come preludio al crollo dell’ordine mondiale.

Sì, certo, ho già detto che la costruzione di un ordine mondiale più stabile è un compito difficile. Stiamo parlando di un lavoro lungo e difficile. Siamo stati in grado di sviluppare le regole di interazione dopo la seconda guerra mondiale e siamo riusciti a raggiungere un accordo a Helsinki nel 1970. Il nostro compito comune è quello di essere all’altezza di questa sfida fondamentale in questa nuova fase di sviluppo”.

Vladimir Putin: prospettive sul futuro[Successivo botta e risposta con gli ospiti/giornalisti]

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Putin è nato avvocato, è diventato funzionario dei servizi segreti russi in Germania, ora è un presidente conservatore (non reazionario). Come ogni conservatore non ama gli scossoni, non ama le accelerazioni, non ama gli squilibri. Preferisce il gradualismo, l’ordine, il più vasto consenso, i bilanciamenti.

È pragmatico, o cinicamente utilitarista: se capisce di poter strappare l’Egitto e quindi Suez ai suoi avversari, decretando di fatto la sconfitta della strategia americana della full spectrum dominance, è disposto ad esaltare ipocritamente l’infame al-Sisi, le cui politiche, perfettamente in linea con quelle statunitensi denunciate da Putin, possono solo fomentare l’integralismo islamico.

È, come è stato detto, un politico del Novecento che si trova ad operare nel ventunesimo secolo, un leader che è espressione della volontà russa di curare le ferite dell’era sovietica e del capitalismo rampante della fase Eltsin. Il caso vuole che le esigenze putiniane e russe coincidano in buona parte con quelle cinesi, indiane, brasiliane (il PIL aggregato dei BRICS sta per sorpassare quello euro-americano) e di tante potenze emergenti che vogliono seppellire una volta per tutte l’unipolarismo euroamericano. Come detto, è questo che ci spinge a designare come “storici” questi due discorsi di Valdaï.

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About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

4 comments

  1. Molto interessante, due discorsi davvero significativi, e che hanno avuto significativamente un eco piuttosto flebile da noi.

  2. emanuele paganini

    “La maggior parte della comunità internazionale sta lavorando di concerto per rinegoziare i termini del sistema mondiale senza provocare una reazione violenta da parte degli elementi più aggressivi dell’establishment americano.” Che bella notizia, voglio crederci (e sperarci).

    Davvero storico il discorso di Putin, non so quante volte abbia ripetuto “ordine mondiale” o “nuovo ordine mondiale”. Ha voluto essere chiaro, come dice in apertura.
    Il tutto si potrebbe riassumere con questa sua frase: “Penso che i nostri amici americani stiano semplicemente segando il ramo su cui sono seduti.” Chapeau per la franchezza, e per la propositività generale delle sue parole. Non sapevo avesse lavorato nei servizi segreti in Germania.. questo spiegherebbe la sua affiliazione alla medesima loggia massonica della ‘cara’ Merkel (notizia pubblicata su un libro appena uscito, preso in mano in libreria qualche settimana fa, ma di cui non ricordo il titolo). Come mi hai già risposto in un altro post, evidentemente, ci sono massoni e massoni. Chi mai potrebbe pensare che non ci siano tensioni, divergenze e contraddizioni anche in seno a queste oscure logge ‘illuminate’? Tanto più se c’è un oceano nel mezzo. In fondo la stessa storia dei cosiddetti ‘illuminati’ ci insegna che il bene e il male sono avvolti nella stessa matassa.

    Solo un appunto, un neo, una piccola cosa che non torna, circa 11 settembre & Co., Putin dice:
    “Solo dopo i terribili attacchi terroristici commessi sul suolo americano gli Stati Uniti hanno compreso la comune minaccia del terrorismo.” Ipocrisia diplomatica?

    Voglio credere che esista per davvero un’alternativa alla globalizzazione coatta, che cancella le libertà individuali e nazionali, voglio sperare che esista un’alternativa ai folli disegni mondialisti dei capitalisti senza scrupoli che governano stati, banche e multinazionali. Tuattavia permane in me il dubbio che il tutto possa essere orchestrato dalla medesima regia. In fondo anche in casa nostra, senza andare troppo lontano, possiamo ben vedere come l’opposizione sia solo una finta, un alternarsi di forze comunque facenti capo agli stessi padroni. Spero di sbagliare, lo spero con tutto cuore.
    Complimenti per lo storico articolone.

    • Putin deve pur coprirsi le spalle, neutralizzando preventivamente ogni possibilità di incolpare la Russia di atti terroristici su suolo straniero. E poi i terribili attacchi terroristici ci sono stati e sia Washington sia Mosca sanno chi li ha architettati e realizzati. La “comune minaccia del terrorismo” è assolutamente reale, anche se non è compresa dalla gente comune, che tende a credere alla versione ufficiale di più o meno tutto.
      *****
      L’ipotesi della medesima regia ha poco senso. Se fossero stati d’accordo fin dall’inizio avrebbero sfruttato l’11 settembre 2001 o la crisi del 2008-2011 e l’elezione di Obama per passare alla fase 2. Oppure avrebbero inscenato qualche 9/11 nucleare. Da quanti anni è che si parla di regia comune? Siamo nel 2015 e ancora sono lì con sanzioni, controsanzioni, rivoluzioni colorate, guerre valutarie, hitlerizzazione di leader avversari, ecc. Per quale motivo? la cosa sarebbe un tantino stucchevole, a questo punto.
      I neocon vogliono un mondo unipolare (dominio americano sull’intero spettro), ormai irraggiungibile.
      I “realisti” vogliono un mondo bipolare (condominio USA+Cina). E’ un’impossibilità: il resto del mondo non lo tollererebbe.
      I transnazionalisti apolidi sperano di poter sbarcare in Cina e proseguire lì le loro “imprese”. Il fallimento dello sbarco dei Rothschild a Hong Kong mostra che il cambio di casacca è tutt’altro che scontato
      http://www.zerohedge.com/news/2013-05-25/mystery-surrounding-hong-kong-mercantile-exchange-collapse-deepens-four-arrested
      I multipolaristi hanno già capito che la battaglia angloamericana è persa e che il futuro sarà all’insegna della cooperazione, non della competizione social-darwinista e stanno agendo di conseguenza, cercando di guadagnare tempo ed evitare un conflitto armato.

      La teoria della “regia comune” serve unicamente a ostacolare chi resiste all’Impero del Caos, seminando cinismo, scetticismo, disfattismo, fatalismo, divisioni, zizzania, ecc. Insinua nella gente il sospetto che i potentati siano onnipotenti e pressoché invincibili. Se così fosse questa inutile e tediosa manfrina si sarebbe già conclusa da tempo.

      • emanuele paganini

        Sì, probabilmente hai ragione. Il discorso di Putin è di fatto una sobria DENUNCIA dei piani globalisti anglo-americani. E’ che nell’era dell’inganno, il rischio è quello di diventare sospettosi di tutto, alla fine anche della verità. Le tue parole sono più di una precisazione, sono una speranza. E voglio crederti, anche perché oggettivamente non sono informato come te sulla politica internazionale. Interessante vedere Putin sotto la luce del ‘complottista’. Il vero problema di oggi non è la mancanza di alternative ma la manipolazione dell’informazione. Grazie di esserci ciao alla prox

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