Home » ArcaNova - migliori prassi sociali e politiche » Occupy Central – il punto di vista di Pechino
Occupy Central – il punto di vista di Pechino

Occupy Central – il punto di vista di Pechino

IL CONTESTO STORICO: LE GUERRE DELL’OPPIO

Hong Kong è stata la testa di ponte dell’impero britannico nella guerra dell’oppio che ha distrutto la Cina.

Gli inglesi (e scozzesi, ecc.) presero possesso dell’isola e applicarono le loro leggi, ignorando quelle cinesi. Così l’oppio, che era illegale nel sistema cinese, divenne legale e con la forza delle armi il governo cinese fu costretto a pagare agli inglesi una cifra astronomica come indennizzo per l’oppio sequestrato, mentre una serie di trattati estremamente favorevoli consentiva alle merci inglesi di mettere fuori mercato i prodotti cinesi.

Le guerre dell’oppio sono una delle pagine più nere della storia umana, l’equivalente asiatico della vendita di coperte infettate e alcool ai nativi americani. Una multinazionale del tempo – la Compagnia delle Indie Orientali – fu la principale responsabile di quel crimine contro l’umanità:

 Nella prima metà dell’800 si stima che la Gran Bretagna abbia contrabbandato in Cina oppio per un valore di 300-400 milioni di talleri d’argento (con un deficit di 100 milioni di once d’argento tra il 1821 e il 1829), la qual cosa prosciugò le risorse cinesi e diede avvio ad una profonda stagnazione industriale e commerciale, mettendo in ginocchio anche e soprattutto il mondo rurale costretto a pagare le tasse direttamente in argento. Gli esiti non furono drammatici solo dal punto di vista economico in quanto la corruzione dilagò e divenne, insieme all’uso della droga, una vera e propria piaga sociale. Dall’altra parte, l’aumento del consumo di tale stupefacente ne faceva crescere vertiginosamente le aree messe a coltura in India, le quali raggiunsero l’estensione, nel corso degli anni 80 dell’800, di mezzo milione di ettari. Si pensi che nel 1858 (anno in cui, anche a seguito dei “moti indiani”, la Compagnia perse le sue funzioni amministrative) i guadagni per il commercio dell’oppio rappresentavano per il Regno Unito il 10%-15% degli introiti complessivi.

Roberto Rota e Nicola Ponticiello, La guerra dell’oppio. Inghilterra vs Cina

Hong Kong, che dopo essere stato un centro di smistamento di stupefacenti e di prostitute, rimase una colonia inglese priva del diritto di eleggere il governatore fino al luglio del 1997 (nel 1984 non gli fu chiesto se erano d’accordo sul ritorno alla Cina) – senza che nessuno giornale occidentale sentisse il bisogno di denunciarlo –, è una ferita aperta nella psiche cinese, fonte di revanscismo e sciovinismo. Quel che accade lì ha un impatto amplificato.

Il logo di Occupy Central

Il logo di Occupy Central

IL CONTESTO ANTROPOLOGICO

Molti cittadini di Hong Kong guardano il resto dei cinesi dall’alto in basso, come se il fatto di essere stati una colonia inglese li rendesse speciali e migliori (meno cinesi degli altri cinesi) e come se gli storici patimenti dei cinesi continentali e le loro attuali condizioni di vita non fossero degne della loro attenzione (I 10 Paesi più razzisti del mondo. La maglia nera va ad Hong Kong, Panorama, 20 maggio 2013; The Question Is Not if Hong Kong Is a Racist City – the Question Is Why the City of Hong Kong Still Accepts Racism Openly? Huffington Post, 25 febbraio 2013.

Il problema è che questi studenti, in generale, reclamano diritti riservati a chi abita a Hong Kong e contemporaneamente non sono esenti dalla tentazione di discriminare chiunque provenga dal continente (“contadini analfabeti”).

Quando si proclama che Hong Kong può essere un’opportunità di cambiamento per la Cina, è necessario aggiungere che la stessa Hong Kong deve cambiare, assieme alla Cina, svincolandosi dal fardello ideologico dell’impero britannico.

 ByyLXgrIgAAmdSC

LA LEGGE ELETTORALE

Un elemento centrale della questione è che il governo cinese non ha mai promesso agli elettori di Hong Kong che avrebbero potuto scegliere i candidati da votare. L’accordo, siglato con gli inglesi e ribadito successivamente, era sul suffragio universale e sarà rispettato. La selezione dei candidati (che possono essere anche stranieri, basta che risiedano a Hong Kong) sarà invece ancora una volta fatta dall’alto (ce la fa chi riceve almeno il 50% dei voti di un comitato di 1200 residenti), peraltro non troppo diversamente da quanto accade in Occidente, anche se più sottilmente – Si scrive Renzi si legge JpMorgan, MicroMega, 14 aprile 2014; Obama accusato di nominare i suoi più generosi finanziatori, il Giornale, 12 luglio 2013; Possiamo dire che l’Italicum è antidemocratico? Minima&Moralia, 2 febbraio 2014).

Perciò il governo cinese non è venuto meno ad alcuna promessa e la Basic Law concordata con Londra nel 1984 non è stata in alcun modo violata.

Mettere in discussione la Basic Law potrebbe essere rischioso: Pechino potrebbe approfittarne per uniformare Hong Kong al resto della Cina, accontentando milioni di cinesi che considerano ingiustamente privilegiata questa regione amministrativa a statuto speciale (un po’ come in Italia, dove invece di chiedere più autonomia per tutti si cerca di toglierla a chi ce l’ha).

Ciò detto, chi protesta a Hong Kong ha, comunque, esattamente come noi, un sacrosanto diritto di pretendere che i politici si percepiscano come delegati.

Questo ci porta al secondo punto.

 umbrella-rev_0

PERCHÉ PECHINO ESIGE DI VAGLIARE I CANDIDATI?

La ragione di questa imposizione cinese risale alla posizione di Deng Xiaoping sull’autogoverno di Hong Kong (“Una nazione, due sistemi”, 1984):

Si dovrebbero stabilire alcuni requisiti o qualifiche in relazione alla gestione degli affari di Hong Kong da parte del popolo di Hong Kong. Deve essere richiesto che i patrioti formino il corpo principale degli amministratori, cioè del futuro governo della regione speciale di Hong Kong. Naturalmente dovrebbe includere anche altri cinesi così come stranieri in qualità di consiglieri. Che cosa è un patriota? Un patriota è colui che rispetta la nazione cinese e sostiene sinceramente la riacquisizione della sovranità su Hong Kong dalla madrepatria e non abbia interesse a compromettere la prosperità e la stabilità di Hong Kong. Coloro che soddisfano questi requisiti sono patrioti, indipendentemente dal fatto che possano credere nel capitalismo, feudalesimo o addirittura nello schiavismo. Noi non chiediamo che siano a favore del sistema socialista cinese; chiediamo loro unicamente di amare la patria e Hong Kong.

Il leader cinese temeva che Hong Kong diventasse un terreno di scontro tra una fazione pro-Pechino e una fazione nostalgica dell’amministrazione coloniale inglese e quindi vicina a Londra e a Washington.

Insomma, a Pechino si voleva evitare di ritrovarsi in casa un cavallo di Troia (Former spy chief reveals MI6 targets China, South China Morning Post, 23 novembre 1993; “Rivoluzioni Spa, inchiesta su retroscena rivolte arabe”, Ansa, 28 marzo 2012; Archivio Storico).

Un timore per nulla infondato.

QUAL È IL PESO DI OCCUPY CENTRAL, A HONG KONG?

Qualche mese fa Occupy Central ha indetto un referendum non-ufficiale (privo di valore giuridico) che doveva servire a imprimere una forte spinta al movimento per la democrazia ad Hong Kong. Votarono 792,808 persone, ossia un quinto del corpo elettorale. Il 42% votò secondo le aspettative di O.C. (Hong Kong democracy ‘referendum’ draws nearly 800,000, BBC, 30 giugno 2014).

Il Partito Democratico, che appoggia le proteste, ha subito una forte emorragia di consensi tra il 1998 e il 2012, passando da 634.635 a 247.220 voti. È il terzo partito di Hong Kong, con il 13.65% dei voti.

sponsor del National Endowment for Democracy

sponsor del National Endowment for Democracy

CHI FINANZIA IL MOVIMENTO PRO-DEMOCRAZIA?

Jimmy Lai è un magnate dei media di Hong Kong e uno sfegatato patrocinatore delle teorie neoliberiste di Hayek e Friedman. È il creatore del movimento di protesta di Hong Kong chiamato “Occupy Central”: “In principio era Occupy Central, movimento politico pandemocratico finanziato dal magnate dei media anti Pechino Jimmy Lai” (Fatto Quotidiano, 29 settembre 2014).

Ha investito oltre 4 milioni di euro in questo movimento e 75mila dollari sono finiti nelle tasche di Paul Wolfowitz (What’s the fuss about Jimmy Lai giving out political donations to Hong Kong pan-democrats? South China Morning Post, 23 luglio 2014).

Qualche mese fa le autorità cinesi si sono domandate che cosa si siano detti Jimmy Lai e Paul Wolfowitz, il fautore della famigerata “dottrina Wolfowitz”, nel loro incontro riservato di 5 ore su un uno yacht a Hong Kong (My meeting with Paul Wolfowitz not sinister, says Jimmy Lai, South China Morning Post, 20 giugno 2014) e perché si siano recati assieme, due volte, a Myanmar, per fare affari con la dittatura birmana (Burma link as Lai’s money trail revealed, The Standard, 22 luglio 2014).

Si sono anche chieste come mai un magnate di Hong Kong che sponsorizza un movimento di protesta anti-Pechino intrattenga rapporti così stretti con il console americano a Hong Kong e l’improponibile Sarah Palin, l’ultraconservatrice già candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti (Jimmy Lai’s ‘close ties with US right-wing politicians’ revealed in leaked email trove, South China Morning Post, 5 agosto 2014).

Jimmy Lai non è l’unico sponsor. L’altro grande donatore è il controverso (eufemismo) National Endowment for Democracy (creato da Reagan in funzione anti-sovietica), che aveva già procurato 5 miliardi di dollari al movimento pro-democrazia ucraino, anche se in realtà nessuno sa quanti soldi Washington elargisce tramite le sue organizzazioni no-profit, né dove questi soldi vadano a finire U.S. Obscures Foreign Aid To Ukraine, But Here’s Where Some Goes, Huffington Post, 3 luglio 2014). Quasi mezzo milione di dollari destinato nel 2012 a “studenti universitari” al fine “sviluppare la loro capacità di partecipazione al dibattito sulla riforma elettorale per il suffragio universale”. Nel 2013 sono scesi a 300mila dollari.

Niente di male, se non fosse che i leader della protesta (Benny Tai, Audrey Eu) sono legati al National Democratic Institute, la filiale locale del NED che amministra i finanziamenti. Lo stesso leader del Partito Democratico all’opposizione, Martin Lee, ha una pagina dedicata sul sito del National Endowment for Democracy.

Quando la Cina si è permessa di diffondere la lingua e la cultura cinese negli Stati Uniti – non di spiegare agli americani come dovrebbero organizzare più efficacemente Occupy Wall Street – tramite l’Istituto Confucio (c’è anche in Italia), l’Università di Chicago poche ore prima dell’inizio delle proteste a Hong Kong, ha deciso che non era una buona idea e ha rescisso il contratto (Thanks, But No Thanks, University of Chicago Tells Confucius Institute, WSJ, 26 settembre 2014).

Cosa succederebbe in Italia se la rete dei Goethe-Institut fosse usata da Berlino per fomentare proteste universitarie contro i governi italiani?

 ByuM9fFIQAA4XFZ

LO SCONTRO GEOPOLITICO E FINANZIARIO: IL MERCATO DELL’ORO

A dimostrazione del fatto che i dirigenti cinesi avevano la vista lunga, i disordini di Hong Kong, che i media occidentali dipingono nelle classiche tinte bianconere dei combattenti per la libertà contro la feroce dittatura, rappresentano, a tutti gli effetti, una resa dei conti tra le due fazioni (Hong Kong’s Pro-Beijing Groups March to Oppose Occupy Central, WSJ, 18 agosto 2014; Pro-Beijing Media Accuses Hong Kong Student Leader of U.S. Government Ties, WSJ, 25 settembre 2014) e Hong Kong stessa è diventata uno dei teatri dello scontro geopolitico tra Patto Atlantico e BRICS (Cina e Iran alla prima esercitazione navale congiunta, AGI, 23 settembre 2014; Russia e Brasile: nuovi accordi economici dopo le sanzioni di Putin a Usa e Ue, Polis Blog, 8 agosto 2014; China, Russia, Mongolia to create economic corridor, Brics Post, 12 settembre 2014; Narendra Modi, l’uomo che può rilanciare l’India e piacere alla Cina, Limes, 12 marzo 2014).

Il contesto è sempre di primaria importanza quando si cerca di determinare quali forze siano in gioco in una accadimento locale, apparentemente episodico (For a New World Order to live well).

Occupy Central inizia il 27 settembre 2014, ossia il giorno prima di quello che doveva essere il giorno dell’inaugurazione della nuova borsa dei metalli preziosi (Shanghai Gold Exchange), nata con il preciso scopo di spodestare Londra e New York (Tempi d’oro in Cina, AGI, 23 settembre 2014). I media occidentali, come quasi sempre accade negli ultimi tempi, hanno in gran parte semplicemente ignorato la notizia, confidando nel fatto che, se non se ne parla, vuol dire che non è successo.

L’apertura è stata improvvisamente anticipata dalle autorità cinesi di 11 giorni, creando qualche difficoltà a Singapore (China advances gold exchange launch, Singapore delays contract, Reuters, 16 settembre 2014).

È possibile che il governo cinese sapesse che qualcosa bolliva in pentola a Hong Kong, che fino a quel momento era stato l’hub dell’oro in Estremo Oriente.

La Cina è il primo produttore di oro del mondo, ma è anche il primo importatore e consumatore. Perciò questo è un evento storico, che accelera il trasferimento dell’egemonia globale dall’Atlantico all’Estremo Oriente (dalla Malesia alla futura federazione coreana). Il flusso dell’oro (da Londra ai mercati asiatici) – cf. Gold Flows East as Bars Recast for Chinese Defying Slump, Bloomberg 14 gennaio 2014; Gold’s Flow East Seen for 20 Years as Incomes Increase Demand, Bloomberg 26 giugno 2014 – è l’indice più evidente del passaggio del testimone dal Consenso di Washington (politiche neoliberiste, rendite finanziarie) al Consenso di Pechino (politiche apparentemente ispirate dall’economista tedesco Friederich List, forse il primo economista glocale della storia, inventore di una via alternativa tra Adam Smith e Karl Marx) – cf. Il Consenso di Washington ed il Consenso di Pechino. Costruzione teorica e realtà; Breslin, Shaun. (2011) The ‘China Model’ and the global crisis: from Friedrich List to a Chinese mode of governance? International Affairs, Vol.87 (No.6). pp. 1323-1343.

 BypMzmnCcAAC_us

L’IPOCRISIA OCCIDENTALE

L’ipocrisia dell’Occidente in merito alla gestione della protesta da parte della polizia di Hong Kong, dopo che l’FBI ha usato le metodologie dell’antiterrorismo per sabotare Occupy Wall Street, coordinandosi con le principali banche americane (L’Fbi ha sabotato Occupy Wall Street, la Stampa, 6 gennaio 2013) e dopo quello che sta accadendo a Ferguson (Ferguson, dove la polizia non vuole che si veda e sappia quello che succede nella zona di guerra, la Repubblica, 19 agosto 2014), ha dell’incredibile (si vedano anche i 150 morti “invisibili” in una nazione alleata: Il Bahrain di cui nessuno parla: le proteste popolari continuano, Gazzetta dello Sport, 5 aprile 2014).

Per l’occidente esistono proteste buone (Hong Kong, Kiev, Venezuela, Brasile) e proteste cattive (Egitto, Arabia Saudita, Grecia, Niscemi), indipendentisti buoni (curdi, sudanesi del sud) e cattivi (abitanti della Crimea e della Novorussia/Donbass, abitanti di Chagos), o ingrati (scozzesi), oppure irragionevoli (palestinesi).

Aggiornamenti/updates > google+

https://plus.google.com/+StefanoFaitFuturAbles/posts

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

Leave a Reply - Cosa ne pensa?

%d bloggers like this: