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L’alba del pianeta degli orsi e l’impero dei lupi – fobie, ingenuità, fanatismi, diritti e un po’ di buon senso

L’alba del pianeta degli orsi e l’impero dei lupi – fobie, ingenuità, fanatismi, diritti e un po’ di buon senso


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Nei mesi primaverili e di inizio estate, quando i cuccioli sono molto piccoli e hanno bisogno della madre, la separazione dall’orsa significa morte certa. Inoltre, pure in presenza della madre, in quel periodo è molto alto il pericolo di infanticidio: possono venire uccisi da maschi adulti, che lo fanno per stimolare un nuovo estro nella femmina. Già a metà agosto hanno altre dimensioni, hanno acquisito una grande agilità (es. sanno arrampicarsi in cima ad un albero in pochi secondi, se c’è pericolo). Da qui in avanti nel bosco ci sono ampie risorse trofiche per ingrassare in vista dell’inverno. In ogni caso lo svernamento è il minore dei problemi: l’abbondante casistica dimostra che nell’orso è innato, non hanno bisogno della madre per sapere quando e se farlo, come cercare la tana e come farsi un giaciglio. Semmai, il problema ancora una volta è riconducibile all’uomo. Potrebbero mettersi nei guai per cercare cibo facile avvicinandosi alle infrastrutture umane, e in questo senso la loro rovina potrebbe arrivare, come troppo spesso accade in questi casi, da autoproclamati “salvatori” umani che fornissero loro del cibo. Sarebbe l’inizio della fine, il porre le basi per futuri orsi “problematici”.

Convivere con l’orso sulle Alpi (Facebook)

L’ombra dell’orso è per noi più reale dell’orso vero e proprio. Cercare l’orso è importante, trovarlo è secondario, come è il viaggiare quello che ci affascina, non raggiungere la meta. Perché cercare l’orso è come cercare noi stessi e nel corso della ricerca può essere che noi cambiamo.

Daniela Castellani “L’ombra dell’Orso” 2007.

Questo breve excursus nella storia sulle tracce dell’orso, per mostrare lo strano rapporto che intercorreva tra i due massimi predatori dell’epoca, uomo e orso, che pur scontrandosi, sembrano mostrare un rispetto profondo e come la figura dell’orso rivestì lungo i millenni un significato ancora radicato nell’uomo moderno. Non dimentichiamo che l’orso fa parte dei cosiddetti animali totem, quelli che Carl G. Jung definirebbe archetipi, animali cioè cui era attribuito un potere ancestrale, legato a ricordi e credenze collettive. La Valle d’Aosta ad esempio, porta il soprannome di “Grande Orsa” datole della popolazioni celtiche che la abitarono; grandi costellazioni presero il nome di Orsa maggiore e Orsa Minore. Un rispetto che poi apparirà chiaro quando in epoca protostorica gli archeologi troveranno tracce evidenti di un culto dell’orso, come divinità benefica: il dio Arctos o Artaios. Le caratteristiche dell’orso diventeranno definitivamente un emblema di forza e coraggio per i guerrieri definiti dalle popolazioni nordiche berserkir (pelle d’orso), e verrà spesso rappresentato come divinità protettrice e come emblema di clan, basta pensare allo stesso nome del leggendario Re Artù nelle antiche versioni Arcturus o Arctorius che contiene all’interno la radice indoeuropea arth: … ORSO. Nei secoli bui del Medioevo infine, l’orso rappresentò, nel misterioso mondo degli alchimisti, la nigredo, la mistica essenza che, in contrapposizione all’albedo dava origine alla pietra filosofale. Forse c’è anche tutto questo mondo simbolico e ancestrale, alla base della decisione di reintrodurre l’orso nel suo antico dominio superando resistenze di secoli che lo avevano sconfitto.

Francesca Nicolodi, L’uomo e l’orso: due leali avversari da migliaia di anni, Scienzine, giugno 2006

Obiettivo del progetto: costituire nelle Alpi una popolazione sana di orsi in grado di autosostenersi, cioè che non abbia più bisogno in futuro di aiuti costanti da parte dell’uomo…Vuol dire arrivare a creare un nucleo di almeno 40 orsi. […].Sempre partendo dalla considerazione che salvare l’orso sulle Alpi vuol dire rendere la sua presenza compatibile con le attività dell’uomo. […]. Il problema più delicato di tutto il progetto: la presenza dell’orso, in un’area così densamente antropizzata, può sollevare conflitti anche gravi tra l’orso e l’uomo, infatti l’orso può causare danni alle attività umane o, addirittura, esiste il rischio che possa rappresentare un pericolo per l’incolumità stessa dell’uomo. È ancora compatibile perciò la presenza di questo grande carnivoro in un Paese densamente abitato dall’uomo? I conflitti che potranno nascere saranno sostenibili? Le amministrazioni saranno in grado di prevenire i danni che l’orso potrà causare o di rifondere i danni eventualmente denunciati dagli allevatori e dagli apicoltori? E, quesito più importante, l’uomo vuole ancora convivere con l’orso?

E. Duprè, P. Genovesi, L. Pedrotti, “Le probabilità di successo del Progetto di immissione”, tratto da: “Adamello Brenta Parco” anno 1998 n. 2 pag. 2

A parte la caccia/non caccia, l’uomo non entra in competizione con i super-predatori. In Trentino, sì: ogni montagna è gestita, usata da secoli, i pascoli sono usati addirittura da millenni (in qualche caso), l’uomo è in competizione diretta con i superpredatori per lo spazio-habitat (accesso, prelievo risorse alimentari e non, modificazione tramite pascolamento o taglio foreste, occupazione dello spazio e delimitazione del proprio “territorio”, vedi urbanizzazione). Il Trentino è un sistema socio-ecologico, la società/uomo è fattore ecologico DINAMICO al pari della popolazione di cervi-orsi-lupi-ecc. Di questo la “approfondita modellizzazione” non ne tiene conto, o meglio parzialmente SOLO attraverso una visione STATICA con le mappe di copertura del suolo. Gli ecologi spesso “giocano” con le SOLE variabili ecologiche tout court, i sociologici e altri umanisti o tecnici (ingegneri e simili) NON li considerano a sufficienza (es. quasi mai in modo dinamico), TUTTI trascurando di vivere in sistemi SOCIO-ECOLOGICI

Rocco Scolozzi, comunicazione personale

Quello che rende particolarmente irritanti le incursioni sul nostro capitale a quattro zampe è l’indulgere del predatore nel…surplus di uccisioni….la volpe che in un pollaio fa una strage ma magari porta via solo una vittima, o il leopardo o i lupi che in una sola notte uccidono quasi un intero gregge. Accorgersi che una pecora o una gallina è scomparsa, ed è stata mangiata dal predatore è una cosa, ma vedere tutti gli sforzi fatti nell’allevamento totalmente annientati da una strage è molto meno accettabile….A parte il danno economico, c’è anche il disagio, e il turbamento emotivo che si prova nel perdere un animale che si è cresciuto con amore…Le persone che stanno in prima linea, come gli allevatori e i guardiacaccia, sono molto meno positivi verso i carnivori.

Hans Kruuk, “Uomini, prede e predatori : il rapporto tra noi e i carnivori”, 2004

Il protocollo per la gestione dell’orso c’è già, si chiama PACOBACE, è stato finora largamente ignorato proprio dalla PAT, e prevede già la cattura e l’abbattimento di esemplari cosiddetti problematici. Di fronte a un pericolo gli enti pubblici hanno il dovere di intervenire subito, senza giri di walzer di pareri e ricorsi, altrimenti eventuali vittime saranno penalmente imputate a chi di dovere a titolo di omissione.

Avvocato Mario Giuliano

Diversamente da quando vennero siglati accordi internazionali e stabilite politiche di protezione con l’intento di evitare l’estinzione dei grandi carnivori europei, oggi a rischio di estinzione in Europa non sono più i lupi, gli orsi e le linci bensì i pastori e gli allevatori di montagna;

il ritorno indiscriminato del lupo come pure dell’orso e di altri grandi predatori sulle montagne e nella campagne europee è incompatibile con la presenza dell’uomo, e quindi pregiudica il presente e il futuro delle popolazioni che vi abitano e vi lavorano, nonché la funzione turistica di tali territori da parte delle popolazioni urbane;

l’imposizione per legge e con politiche pubbliche – a prescindere dalla volontà delle popolazioni direttamente coinvolte — della vicinanza tra grandi carnivori e abitanti delle terre alte oggi, e domani anche delle campagne di pianura, è un’iniziativa autoritaria presa dagli Stati e dall’Unione Europea sulla testa delle popolazioni interessate. Un’iniziativa presa sotto la pressione di sentimenti non a caso diffusi soltanto tra gli abitanti delle grandi aree urbanizzate che non possono perciò avere adeguata esperienza e che non hanno adeguata informazione sulla realtà della compresenza di uomini e grandi carnivori sul medesimo territorio. Un’iniziativa che, nella misura in cui avesse successo, equivarrebbe a un decreto di espulsione della gente delle Alpi e delle altre terre alte dalle sue sedi ancestrali.

Dichiarazione di Poschiavo

La parola “sensibile” a volte ci spaventa. Si abusa alla nausea di questo termine. In questi giorni persone convinte di essere “sensibili” perché si prendono a cuore gli animali (“ah io sì che sono sensibile, che combatto per i poveri animali indifesi! Gli umani sono così cattivi!”), hanno tranquillamente ricoperto di insulti e malignità la vittima dell’incontro con l’orso. Il quale, oltre a venire “punito” da Daniza è stato poi messo alla gogna sulla pubblica piazza, e ricoperto di sputi da persone convinte di sapere cosa si fa nel bosco perché hanno visto Bear Grylls in TV. Tanto per dire “la cattiveria umana”…rispondere ai deliri degli “antiorso” con deliri uguali e contrari non fa il bene dell’orso. Tornando alla questione degli esperti: “purché se ne parli” OK, ma forse sarebbe meglio tentare di capire prima di emettere audaci sentenze a destra e a manca. I media stanno cavalcando l’onda alla grande, a loro non sembra vero di poter avere un argomento così scottante in un periodo in cui di solito c’è poco da raccontare. E così, via di interviste improbabili a finti esperti…e poi ci sono quelli che scrivono le lettere ai giornali di propria volontà, autoproclamandosi come tali. Se dicono sciocchezze -e le sciocchezze non sono utili a molto- il risultato non può essere che un peggioramento della situazione, no? Detto questo, ci sarebbe anche un’altra piccola cosa da notare: se chi avrebbe autorità e competenze per parlare con discernimento tace, è ovvio che il suo posto lo prende qualcun altro. E in questi giorni capita anche questo.

Convivere con l’orso sulle Alpi (Facebook)

orso_sciatoreHo una grandissima ammirazione per chi gestisce Convivere con l’orso sulle Alpi (COA), un raro esempio di come si può mediare tra gli estremi, difendere le ragioni degli uni e degli altri, avendo come priorità il bene degli uni e degli altri, al fine di unire invece che di dividere la società in fazioni cronicamente e fatalmente antagonistiche.

Io non sono un esperto vero o finto di orsologia e potrei a pieno titolo rientrare nella categoria condannata da COA. Sono però uno specialista di scienze umane e politiche e vorrei dire la mia sull’argomento. Molti saranno stufi di sentir parlare di orsi e di lupi in toni incendiari, ma vorrei invitare i lettori a considerare un orizzonte più ampio. Se etologi, biologi, zoologi tacciono (Trentino) o si scontrano accusandosi pubblicamente e formalmente di calunnia e strumentalizzazione (Francia), vi assicuro che una ragione c’è.

Quanto agli aspetti comportamentali dei grandi predatori, in questo studio mi sono affidato a fonti specialistiche, prendendole per buone.

Striscioni-anti-orso-in-Val-Rendena-Photo-trentinocorrierealpiDANIZA FA IL SUO INGRESSO NELLO STAR SYSTEM > Il dibattito che infuria intorno alla sorte di Daniza ha esposto i pregiudizi e i preconcetti che ci affliggono. Ci sono stati specialisti che hanno provato a superare la feroce contrapposizione tra pro-Daniza e anti-Daniza, cercando di fare chiarezza (Convivere con l’orso sulle Alpi, su Facebook), ma è un compito improbo. Anche persone generalmente lucide sono state offuscate dall’emotività.

Ci sono le persone schierate con il leghismo e la sua xenofobia a 360º e che quasi si augurano che qualcuno ci lasci la pelle per poter vincere la contesa sull’orso. Ci sono stati due attacchi a esseri umani in 3 mesi, in Trentino, e dobbiamo veramente augurarci per gli orsi che per il resto dell’anno non accada più nulla.

Ci sono animalisti che dubitano che Maturi sia stato realmente aggredito, gli danno del mentitore, minimizzano la gravità delle sue ferite, gli contestano il diritto di cercare funghi a pochi minuti da casa sua, in ossequio a un meccanismo collettivo di colpevolizzazione della vittima.

C’è poi la reazione, ugualmente emotiva, di chi crede che la questione dei grandi predatori sarebbe già risolta se la gente si informasse adeguatamente. Le cose però non stanno così, nelle faccende umane. Il pregiudizio positivista, fortunatamente, non è mai riuscito a cancellare tradizioni e sentimenti formalmente “irrazionali”.

carne-di-orsoL’ORSO E UNA NARRAZIONE PIOVUTA DALL’ALTO >I piani di riconfigurazione socio-ecologica troppo spesso non tengono conto delle dinamiche di adattamento e resilienza delle comunità umane che si sono evoluto organicamente.

Non basta un sondaggio telefonico DOXA per ottenere un consenso informato e comprendere la metis locale, ossia il pacchetto di conoscenze ed esperienze trasmesse oralmente e informalmente, accumulate nel corso di intere generazioni e distribuite quasi capillarmente in una comunità (si legga, a questo psoposito, “Un mondo dove tutto torna“, di Nicola Sordo). Purtroppo gli esperti tendono a non tenere nel giusto conto questo tipo di conoscenza extra-istituzionale e adottano un approccio top-down che rischia di generare sfiducia, diffidenza e la sensazione di essere stati usati, ingannati e traditi dalle alte sfere (il pregiudizio anti-intellettualista, anti-urbano e anti-politico è sempre dietro l’angolo).

Il fatto è che, storicamente, i sistemi sociali più di successo sono quelli affrontano la complessità del reale sfruttando la conoscenza pratica di tutte le persone (democrazia partecipata), invece di assumere che la società possa essere modificata dall’alto secondo un disegno razionalista. È bene guardarsi da coloro che credono che tutto ciò che è autoctono sia arretrato, pre-scientifico e ignorante; in realtà, anche se magari è assente il rigore della scienza, vi è un sedimento empirico che consente a chi risiede in un luogo di adattarsi al meglio alle condizioni dell’ambiente che lo circonda e questo sostrato è prezioso, perché utile di per sé e perché nessun progetto può sopravvivere all’opposizione organizzata di una popolazione.

Nessun progetto di reinserimento può stabilire quale sarà il comportamento degli animali introdotti in un determinato contesto, perché anche i predatori sviluppano delle culture locali (Hans Kruuk, op. cit., 2004). Lupi e orsi non sanno qual è il “loro posto” e cercano di massimizzare gli sforzi (tra inseguire un animale in fuga e assalire animali prigionieri di un recinto…). Se sanno che nei pressi degli insediamenti umani c’è cibo in abbondanza è lì che si recheranno e si ha un bel dire che le famiglie dovrebbero semplicemente accettare che c’è un prezzo da pagare per la salvaguardia della natura “selvaggia” (refrain animalista). Quando un lupo/orso reintrodotto uccide decine di pecore e agnelli per consumare un unico pasto, a pochi metri dalla casa di chi li allevava, non si può pretendere che sia unicamente una questione economica, che si possa comprare il consenso delle persone con dei risarcimenti (che non sono automatici e non sono istantanei). Queste persone hanno nutrito e accarezzato gli animali massacrati e molti cacciatori hanno più amore e cura per l’ambiente di molti cittadini anti-caccia messi assieme. Credere che i critici di certi progetti di rewilding siano contro la diversità o incuranti dell’ambiente è un atteggiamento irrazionale ed emotivo e non aiuta a trovare risposte costruttive alle domande cruciali: “Vogliamo vivere insieme? Fino a che punto siamo disposti a vivere insieme?”

Una risposta costruttiva può provenire unicamente da una narrazione condivisa, perché non si vive assieme tanto per farlo, si vive insieme una storia, un qualcosa che superi l’articolazione binaria “noi contro di voi” (orsi contro uomini; animalisti contro cercatori di funghi, contadini, piccoli allevatori; scienziati contro valligiani, ecc.). A mio avviso “Convivere con l’orso sulle Alpi” sta facendo opera meritoria, in tal senso.

Vorrei cercare di indicare alcuni punti fermi da cui sarebbe consigliabile partire per capire come affrontare razionalmente le complicazioni di ordine sociale che insorgono con i progetti di rewilding (rinselvatichimento, rinaturalizzazione) come quello denominato Life Ursus e per arrivare a una narrazione il più possibile condivisa, che eviti le semplificazioni ingannevoli e controproducenti.

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LA SLOVENIA E GLI ORSI > Convivere con i grandi predatori non è un giochetto. Si parla di rewilding ma non c’è nulla di selvatico in quest’operazione. Tutto dev’essere gestito e sorvegliato al meglio. È come il giardinaggio (altro che natura restituita alla sua purezza!).

Nel periodo 2012-2013 la Slovenia ha autorizzato l’uccisione di 10 lupi su un totale di 40-50 e 80 orsi su 500-700. Ogni anno il governo valuta assieme ai biologi quale sia il numero adeguato di esemplari da abbattere, con il pieno consenso delle autorità scientifiche e politiche europee, ai fini di conservazione dell’habitat. Il destino degli orsi trentini, che si presume popoleranno un areale di 1700-1800 km quadrati, molto più ristretto della Slovenia, è il medesimo e questo va detto fin dall’inizio, per evitare guerre mediatiche posteriori.

L’orso ribattezzato Roznik, nel 2009, si è fatto una passeggiata per le colline della capitale slovena, Lubiana, molto frequentata dagli sportivi, arrivando nei pressi dell’ambasciata americana (voleva far visita ai suoi cugini transatlantici?), a 400 metri dal Parlamento, dopo aver attraversato strade a più corsie e ferrovie. Sempre in Slovenia, ogni anno si registrano due attacchi di orsi ad esseri umani. L’orso non obbedisce alle speranze, aspettative e volontà umane, non si accorge dei rischi che corre o che fa correre ad altri. Come lo scimpanzé non è un essere umano incompleto, così l’orso selvatico non esce da un cartone animato di Disney.

Il buon Roznik è stato trovato morto dieci giorni dopo, al confine tra Austria e Slovenia, dopo aver valicato il confine due volte: vittima di un bracconiere austriaco, prosciolto nel 2012.

Convivere con dei grandi predatori è complicato. In Slovenia questo ha significato sostituire i bidoni dell’immondizia con contenitori a prova d’orso; abbattere orsi che si dimostrano pericolosamente aggressivi e una quota annuale di orsi “in eccesso”; proteggere con recinzioni elettriche alveari, concimaie, animali domestici, frutteti; promuovere, laddove possibile, l’allevamento di mucche e cavalli al posto di pecore e capre (più vulnerabili); proibire alla gente di dar da mangiare agli orsi, anche ai cuccioli e fare in modo che l’accesso al cibo umano sia oltremodo difficoltoso; educare la popolazione ad un corretto comportamento quando ci si trova alle prese con un orso. Questo è il futuro di centinaia di migliaia di abitanti delle Alpi nei prossimi anni.

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IL NORD AMERICA E GLI ORSI

L’orso è arrivato a Dimaro e Pinzolo (700-800 m) ma anche alla periferia collinare di Trento, tra i 400 e i 600 m di altezza. Qui una lista dei comuni trentini ordinati per altitudine. Tocca abituarsi e informarsi sulla miglior condotta da tenere.

Dagli anni Cinquanta in poi la popolazione di orsi neri del New Jersey è passata da meno di un centinaio a oltre 3.400 esemplari nel 2009, costringendo il governatore ad autorizzare abbattimenti annuali che li hanno falcidiati, riportandoli sotto quota 3000. Le associazioni animaliste sono infuriate ma gli scienziati sanno che è l’unica maniera per evitare che, in seguito a qualche attacco eclatante, i residenti decidano di farla finita con gli orsi: Culturalmente, i residenti del New Jersey non sono disposti a tollerare una sovrabbondanza di orsi neri, spiega il biologo Kelcey Burguess. Se vedono degli orsi neri che inseguono i loro figli mentre vanno a prendere lo scuolabus e che mangiano i loro animali domestici, inizieranno a sparare fino a farli estinguere…Un sacco di gente pensa che noi della “Fish and Wildlife” pensiamo, “Oh, uccidilo e facciamola finita”. Beh, in realtà ci preoccupiamo per loro. Stiamo cercando di fare il possibile per aiutarli. (Annual den-to-den census of NJ’s black bears has its dangers). Gli animalisti vogliono più orsi, perché le risorse naturali dello Stato lo consentirebbero, ma i decisori devono tener conto anche dei fattori psicologici, non numericamente quantificabili.

La principale causa di morte dei grizzly in Alberta sono i treni. Sono orsi fatalmente attratti da binari e treni. I grizzly che attaccano il bestiame vengono soppressi. Ma l’allevamento contribuisce alla conservazione dei grizzly perché previene lo sfruttamento intensivo agricolo di vaste aree oppure la loro urbanizzazione. Il grosso problema è costituito dagli escursionisti che, aumentando di numero all’accrescersi della passione per la natura, disturbano l’orso nel suo habitat. Quando si rimpinguano le popolazioni degli orsi bisogna collegarle, altrimenti una popolazione isolata subisce un processo di degrado per deriva genetica (genetic drift) che porta all’accumulazione di tratti genetici deleteri. L’unica conservazione adeguata si ha quando la popolazione è ampia.

Gli orsi neri che fanno chiasso per richiamare l’attenzione sulla loro pericolosità (es. madri che difendono i cuccioli) sono i meno pericolosi. Quelli che uccidono si comportano come dei veri predatori e quindi non annunciano la loro presenza, ti seguono silenziosamente e poi caricano. Con centinaia di migliaia di orsi in Nord America, le persone uccise sono in media due all’anno. Gli attacchi più frequenti avvengono su persone sole o in coppia. Gli orsi neri maschi sono i più pericolosi. L’incremento degli attacchi è correlato all’aumento del numero di persone che corrono o passeggiano per i boschi. Un orso che ha attaccato tende ad attaccare di nuovo e dovrebbero essere rimossi dalla popolazione.

DSC03381LA SCANDINAVIA E I LUPI > Uno dei teoremi ecologici più in voga oggi è che l’unico modo radicalmente ambientalista per salvare il mondo è concentrare quanta più umanità possibile nelle città, separandole dalla natura.

Un punto di vista opposto è che l’umanità è un custode della terra e un giardiniere della natura, o comunque può imparare ad esserlo. Oltre a diffondere la nostra impronta ecologica, molte specie tendono a raccogliersi intorno a noi e a condividere i frutti della sovrabbondanza alimentare (ed energetica) che generiamo.

I due approcci sono evidenti in Scandinavia.

La Svezia ha pianificato lo spopolamento delle aree rurali a partire dal primo dopoguerra (mentre conduceva campagne di sterilizzazione involontaria di migliaia di donne – ancora una volta: positivismo fuori controllo). La Norvegia (come l’Alto Adige) ha scelto la strada inversa e ha speso ingenti somme per conservare la sua popolazione rurale.

Questa è la ragione per cui la Norvegia tenere a ridurre al massimo il numero di lupi ai quali è consentito di varcare la frontiera con la Svezia e la gran parte dei lupi scandinavi (di origine russa) si trova in territorio svedese.

Questo stato di cose ha creato una frattura tra norvegesi del sud (urbanizzati) e norvegesi del nord (rurali). I primi accusano i secondi di essere egoisticamente ed utilitaristicamente nemici della natura. I secondi ribattono che l’unico luogo veramente adatto ai lupi, in Norvegia, sarebbe il boscoso Nordmarka, nei pressi di Oslo. Se però i lupi impedissero agli abitanti di Oslo di sciare e correre nella loro area verde preferita ci sarebbe una rivolta.

La contrapposizione città-montagna in relazione alla gestione della natura “selvaggia” si ripropone pari pari in Trentino e altrove.

La gente di città pretende che chi abita a più stretto contatto con la natura non abbia nulla da ridire riguardo ai rischi che corre o al prezzo che deve pagare (es. temere attacchi di lupi nella stagione invernale; usare l’auto per portare i bimbi alla scuola materna; dover proteggere i propri cani, che sono prede molto ambite). Se toccasse ai cittadini affrontare le stesse difficoltà e sacrifici scoprirebbero le implicazioni e si accorgerebbero che l’empatia non dev’essere selettiva: va estesa sia ai grandi predatori, sia agli altri esseri umani, altrimenti è semplice bigotteria, e per di più manichea.

Le due parti dovrebbero incontrarsi ed ascoltarsi, magari su qualche forum online che annulli le distanze, come ad esempio Convivere con l’orso sulle Alpi.

tumblr_myzs4oDsJX1sle63wo1_250IL NORDAMERICA E I LUPI > Negli anni Novanta gli abitanti dell’Isola di Vancouver si sono trovati negli orti e nei giardini ungulati che cercavano riparo dai lupi nelle fattorie e nelle periferie; questo perché avevano meno paura dell’uomo che dei branchi di lupi che si erano formati nel giro di pochi anni e che avevano iniziato ad attaccare anche gli esseri umani. Si rese necessario abbattere gli esemplari più aggressivi per ammansire questi branchi. La testimonianza è di uno dei più importanti zoologi nordamericani, Valerius Geist (già studente di Konrad Lorenz).

In Alaska e Canada oggi vivono fino a 70mila lupi. Nel Nord America per lungo tempo si è ridicolizzata l’idea che i lupi potessero attaccare degli esseri umani anche se storici, etologi e medici assicuravano che in Eurasia (fino al Giappone e all’India) gli attacchi erano tutt’altro che rari.

Nel 2002 il biologo MarkMcNay aveva compilato una casistica di 80 episodi di comportamento aggressivo da parte di lupi, ma senza riuscire ad alterare il consenso (A case history of wolf human encounters in Alaska and Canada). Servì la morte di un giovane studente di geologia canadese, nel 2005, per far capire che l’ipotesi non era per nulla peregrina. I 4 lupi assassini avevano già aggredito altre persone quattro giorni prima e si erano abituati alla presenza umana consumando i loro rifiuti commestibili. Una giovane insegnante dell’Alaska è perita nel 2010, anche lei massacrata da lupi che si erano abituati a rovistare tra i rifiuti.

Il comportamento dei lupi è cambiato da quando si sono moltiplicati. La lezione del Nord America è che i lupi sono timidi e discreti nei confronti degli esseri umani finché il rapporto predatore/preda rimane basso. Quando si riproducono troppo rapidamente, oppure quando il numero di prede si riduce troppo drasticamente, i branchi di lupi diventano un problema anche per gli insediamenti umani: si abituano alla presenza umana, studiano i nostri comportamenti, individuano dei punti deboli per poter assalire gli animali domestici e anche gli stessi umani, se necessario.

I PUMA DEL COLORADO >Nel Colorado l’amore per la natura, per i cerbiatti che vengono a brucare nei parchi, ha avuto una conseguenza imprevista e indesiderata, perché i predatori hanno seguito le prede fino alle periferie delle città e hanno cominciato a predare gli umani: Nel tentativo di ri-creare un passato mitico, un tempo in cui uomini e bestie vivevano in armonia, gli abitanti di Boulder hanno allentato quelle misure [allevatori, quando ce n’erano, che sparavano ai coguari, NdT] che avevano fatto in modo che generazioni di leoni di montagna temessero l’uomo. Il cessate il fuoco unilaterale ha fatto sì che gli esseri umani siano diventati una nuova preda per loro (“The Beast in the Garden”).

La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

Osserviamo che l’azione dei professionisti della tutela degli animali selvatici è, di fatto, ostacolata da certi militanti dell’animalismo. Partendo dall’idea che ogni comportamento di un predatore è accettabile perché sono gli umani che dovrebbero starsene altrove, si viene a creare un circolo vizioso di assuefazione pericolosa per gli esseri umani e il loro ambiente, di politici che non riescono a prendere delle decisioni assennate a causa della pressione degli attivisti che eccitano le folle (troppo pigra per informarsi e per mettere in discussione i propri preconcetti) e infine di fatalità perfettamente evitabili che causano una catena di conseguenze negative per gli animali in questione.

Sta succedendo anche in Trentino?

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NATURA VS UOMO > L’idea che, piuttosto che essere un prodotto di fenomeni emergenti in seno alla natura, gli esseri umani siano in qualche modo un’entità distinta e separata, che coesiste con la natura (essendo quindi innaturale) è stravagante, benché diffusa tra molti animalisti confusi. Non esiste alcuna ragione di distinguere ciò che è umano (“artificiale”, “innaturale”) da ciò che è naturale perché tutto ciò che esiste promana dalla natura e ne fa parte. L’umanità è una specie completamente naturale che ha sviluppato una coscienza di livello superiore, rispetto alle altre specie che popolano questo pianeta. Non esiste una soluzione di continuità tra ciò che è fortemente determinato dalla volontà/azione umana, ciò che lo è debolmente e ciò che non lo è. Tra uno scimpanzé e un essere umano esiste un grado di parentela analogo a quello che sussiste tra succo d’uva e vino: l’origine è la medesima. Un corvo che usa un ramo come un utensile, uno scimpanzé che sa contare, un animale domestico che si apre la porta da solo e la richiude, un delfino che usa le navi per giocare: sono esseri viventi meno naturali? I maiali, le mucche, le capre, i cavalli, le pecore, le oche bersaglio di orsi e lupi, meritano meno simpatia perché non sono selvatici? Sono animali di serie B, in quanto contaminati dall’uomo?

Infine se ogni attività umana è artificiale e non facente parte del novero di ciò che è naturale, allora anche il rewilding e la tutela dell’ecosfera non sono naturali. Vanno bene lo stesso?

EQUILIBRIO > Non esiste un ordine naturale delle cose che dovrebbe essere ristabilito. Questa è una concezione cripto religiosa, priva di scientificità. Nessun ecosistema terrestre ha raggiunto un equilibrio ideale per poi stabilizzarsi. Ogni equilibrio è dinamico, contingente ed è precisamente questo che assicura la perpetuazione e propagazione della biodiversità. L’alternativa è un sistema entropico, ossia morto.

Gli esseri umani e le attività umane fanno a pieno titolo parte di questo dinamismo vitale, alla pari di qualsiasi altro cosiddetto processo “naturale”. Ci vogliono accortezza e acume: C’è un equilibrio, c’è una certa stabilità fra queste comunità animali. Vediamo la stabilità, la mancanza di cambiamento. Ma adesso sappiamo, grazie a quel minimo di esperienza che si acquisisce girando diversi luoghi, che se cambia anche solo una piccola cosa, se per esempio sopraggiunge una nuova specie, se l’uomo introduce un nuovo predatore, tutto può scombussolarsi. Lo sa il cielo cosa succederebbe se nel Serengeti introducessimo qualche branco di lupi o di dingo. Essi potrebbero sterminare l’intera popolazione di una o più specie della zona (oppure potrebbero essere loro le vittime) (Hans Kruuk, “Uomini, prede e predatori : il rapporto tra noi e i carnivori”, 2004, p. 180)

443368PAURA/RISCHIO > Kevin McKenna (Guardian, settembre 2012) ha proposto, sarcasticamente, di reintrodurre orsi, lupi e linci nelle Highland scozzesi perché che senso ha conferire lo status di parco nazionale ai Cairngorms se sappiamo che non ci abita assolutamente nessun animale in grado di mangiarci?…e che cosa sarà mai se alcuni escursionisti e scalatori saranno sbranati nella regione dei Munro dai lupi e dagli orsi? Ne resterebbero ancora così tanti…Per quanta passione nutra per i Cairngorms…ci si annoia presto con i soliti cervi e uccelli e conigli. Niente di meglio del ruglio primordiale di un grande orso bruno o della singolare bellezza dell’ululato dei lupi che si avvicinano per farci diventare uomini all’istante. Penso che esemplifichi molto bene il punto di vista di molti critici del progetto Life Ursus.

Non incrocio un toro se faccio una passeggiata lungo l’Adige e se cado in montagna è una mia responsabilità. Nel caso del rewilding l’incremento del rischio è stato intenzionale. Questo è il pomo della discordia: se gli orsi fossero arrivati per conto loro la reazione sarebbe stata diversa.

I lupi in Lessinia non sono stati reintrodotti, ma circola il sospetto che lo si sia fatto di nascosto, il che dimostra che il nodo della questione è “pianificazione contro spontaneità, ossia “rischio cercato (calcolato) contro rischio accidentale”.

Ora nell’andar per boschi c’è un rischio aggiuntivo che prima non c’era e questa cosa infastidisce (snerva) e potrebbe indurre molte persone a saltare a piè pari i boschi, passando dal fondo valle alle cime, per una questione di sicurezza. Il che sarebbe un disastro a livello psicologico e sociologico.

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EDUCAZIONE AMBIENTALE E REWILDING > Il mondo è la casa dell’uomo: chi è così stupido da saccheggiare e deturpare casa sua? Immagino un’epoca, non molto distante, in cui il sistema educativo sarà flessibile e inserito nella natura. I bambini passeranno metà del tempo nella natura a imparare nomi di piante ed animali, come costruire utensili ed edifici, nozioni di pronto soccorso, a sviluppare l’animo artistico, fare sport e interrogarsi a vicenda sulle grandi questioni. I bambini che giocano nella natura, si arrampicano sugli alberi, costruiscono fortezze e dighe, esplorano, non diventano obesi, non soffrono di deficit di attenzione. Crescendo, non cadono in depressione, non hanno disturbi dell’alimentazione, non rischiano di suicidarsi o di diventare dipendenti dall’alcol, dalle droghe, dagli psicofarmaci, dagli schermi digitali, non fanno i bulli e non si fanno mettere sotto dai bulli; hanno voti più alti a scuola. Diventano adulti intraprendenti ed autodeterminati (“sovrani”) e l’autonomia ha bisogno di cittadini autonomi. Gli alunni imparano a cooperare, in modo da non diventare adulti antisociali. Immersi nella natura, è più facile imparare a conoscere se stessi, i propri limiti e come gestire le interazioni umane. Meno distrazioni e stimoli elettronici, meno smog ed inquinamento elettromagnetico, meno alimenti tossici, meno rumori irritanti, meno sedentarietà; più natura, più spirito di iniziativa, creatività, volontariato ed apprendistato.

Il problema però, è il seguente: il rewilding (es. reintroduzione di orsi e lupi) in certe zone significativamente antropizzate non rischia di indurre molti genitori a credere che la natura non sia un luogo per bimbi, condannando questi ultimi alla schiavitù degli schermi digitali e a una visione del mondo manichea, di sospetto e timore nei confronti di tutto ciò che non è profondamente addomesticato? E non sarebbe un esito diametralmente opposto rispetto a quello desiderato dai naturalisti (eterogenesi dei fini)?

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UOMO E NATURA NELLE ALPI > Daniele Maturi, il malcapitato che si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato – ora ricoverato per un’infezione alla gamba ferita –, era a pochi minuti a piedi dalla sua abitazione e da un parco giochi per famiglie. Un contesto ideale per gli esseri umani. I trascendentalisti americani (Thoreau, Emerson, Whitman) avevano concluso (giustamente) che uomo e natura non vanno separati. Le scienze mediche, naturali e sociali hanno confermato quest’intuizione, con buona pace di certi animalisti “spinti”, che preferirebbero l’autosegregazione dell’uomo.

La causa principale dei mali della nostra società è infatti una doppia alienazione: dall’immaginazione e dalla natura.

È difficile immaginare che bambini cresciuti in mezzo alla natura e in un contesto che sviluppa e valorizza la loro inventiva e manualità – ossia in un habitat adatto alla vita della mente, all’espansione della coscienza, all’esperienza di una superiore qualità della percezione – siano a rischio di diventare adolescenti e adulti dipendenti da psicofarmaci.

Le città smart non sono la soluzione ai nostri problemi, anzi. L’area alpina potrebbe essere un luogo ideale (per via del suo naturale decentramento) per avviare le necessarie riforme dello spirito e della società, lungo due assi principali: quello della natura e quello della manualità creativa.

ETICA AMBIENTALISTA/ANIMALISTA > la tutela di ciò che è unico e meraviglioso è un dovere nei confronti di chiunque lo sappia apprezzare, gli esseri umani in primis. Una mucca preferisce i pascoli ai boschi, un cervo preferisce i boschi ai pascoli e uno stambecco non sa cosa farsene dei boschi e degli uomini. Alcuni sentono una sferzata di eccitazione all’idea di potersi inoltrare in un bosco dove ci sono lupi e orsi, per altri è un deterrente: è un fatto estetico e psicologico, non etico. Uno tsunami, una supernova, un virus, un supervulcano, un asteroide, una siccità, una glaciazione sono fatti naturali, non atti immorali. La competizione non è innaturale rispetto alla cooperazione, come non lo è essere carnivori od onnivori. Un animalista non è di per sé una persona migliore di chi non lo è: dipende dal suo grado di conoscenza, consapevolezza e sensibilità nei confronti dell’intera natura, inclusa quella umana (non solo delle sue preferenze soggettive).

REWILDING NELLE ALPI > I primi tentativi di reintroduzione conservazionista avevano come obiettivo quello di concentrare gli orsi nelle vaste e disabitate plaghe dell’Alaska, in modo da non creare frizioni con la civiltà umana, evitarne l’estinzione ed avere un posto in cui andare a cacciarli.

La natura alpina è stata addomesticata nel corso dei secoli. Non ci sono più veri spazi selvaggi. Bisogna porsi il problema di un rinselvatichimento in un areale circoscritto, circondato da habitat umani, mentre l’intero contesto prosegue la sua evoluzione nella direzione opposta (ripopolamento delle montagne)? È una ricetta per generare continue tensioni, frizioni, incidenti. Se poi il clima dovesse deteriorarsi

In ogni caso gli orsi non saranno mai “lasciati in pace”. In un tale contesto chi si prende cura di loro dovrà costantemente monitorarli ed intervenire. L’interferenza e l’ingerenza sono l’unica assicurazione sulla vita di questi plantigradi che non vivranno mai in una natura primeva, bensì in un parco, custodito e gestito come qualunque altro parco (es. il Kruger National Park nel Sudafrica, dove gli elefanti distruggono l’habitat in cui si trovano): È ora di ripensare il concetto di protezione ambientale e tutela della biodiversità anche e soprattutto nelle aree protette, poiché il sistema di lasciar fare alla Natura non è garante dei risultati. È ora di utilizzare pragmaticamente tutte le opzioni, compresa quella venatoria a supporto e/o in sostituzione di  quella predatoria anche e  soprattutto nelle aree protette; che non avrebbero motivo  di essere protette se scomparissero per eccesso di protezione le specie animali e vegetale per cui  sono state instituite. È ora di cessare di dar peso alle sterili polemiche ideologiche che bloccano la corretta ed organizzata gestione conservativa degli ambienti e delle specie. Utilizzando anche l’opzione venatoria che è, piaccia o non piaccia, una necessità nel nostro antropizzato territorio. È soprattutto ora di ricordare che le leggi naturali non sottostanno né alle ideologie né alle leggi degli uomini (Danilo Severini, “Il mistero degli stambecchi”).

Gli orsi, i lupi, le linci e perfino gli sciacalli sono qui per restare. Dovremo imparare a coesistere con loro anche in un contesto climatico più aspro, che potrebbe far affluire in Italia altri predatori in fuga dall’Europa dell’est e del nord.

ORSI TRENTINI DA ESPORTAZIONE? > Le altre regioni diranno che prima di sbolognare a Nord delle Alpi o ai vicini gli orsi il Trentino faccia fare agli orsi in soprannumero un piccolo tragitto ad Est dell’Adige, in val di Fiemme, in val di Cenbra, in val di Fassa, in Valsugana, in Primiero sull’altopiano di Lavarone. In tutte queste valli di orsi non c’è ombra o sono pochissimi. Convinca i suoi cittadini orientali che gli orsi sono una benedizione, un’attrattiva. Prima di pensare all’esportazione (Fabbrica degli orsi fuori controllo. La politica trentina annaspa – Ruralpini).

MISANTROPIA ANIMALISTA > Il diluvio di commenti in calce agli articoli dei siti di informazione, nei blog, nei forum indica come gli “adepti dell’orso” abbiano o stiano superando la soglia pericolosa oltre cui all’umanizzazione dell’orso, dell’ex-predatore, dell’ex-nocivo segue (ma è inevitabile oltre un certo limite), la disumanizzazione dell’uomo. Per chi ha involontariamente investito gli orsi con la propria auto (peraltro distrutta nell’impatto) si chiede senza mezze misure la “pena di morte” mentre i più “moderati” tra gli adepti si limitano a osservare che “sarebbe stato meglio che nell’incidente fossero morti gli automobilisti e si fosse salvato l’orso“. Sono in molti a proclamare la loro nuova morale: “La vita di un animale vale di più della vita di un uomo” e ad operare un vero e proprio ribaltamento: “l’unico animale nocivo è l’uomo“. magari auspicando l’apocalisse nucleare come rinnovata “igiene del mondo“. Molti tra questi invasati (nella maggior parte dei casi inoffensivi pantofolai per fortuna) sarebbero disposti a sacrificare la vita umana, sino ad uccidere, per salvare i loro protetti. Qualcuno si sta forse rendendo conto di quanto questa deriva sia corrosiva per la convivenza sociale (Michele Corti)

La lettura dei forum ha confermato che alcuni animalisti hanno in odio la specie umana, sebbene il 99% delle specie mai esistite si siano estinte prima della nostra comparsa. Il loro disprezzo e livore è tale che sarebbero ben lieti di vietare agli umani l’accesso alla natura, sacrificando pure se stessi per la causa. È come se avesse avuto luogo una speciazione psicologica e cognitiva. Una minoranza del genere umano dà l’idea di sentirsi parte di un’altra razza o specie, transumana e superiore a quella ordinaria? Il loro grado di alienazione è allarmante e assomiglia a quello di Adolf Hitler: Noi veneriamo esclusivamente la cura di ciò che è naturale, e di conseguenza, in quanto naturale, voluto da Dio. La nostra umiltà si afferma nella sottomissione incondizionata alle leggi divine dell’esistenza per come noi uomini riusciamo a comprenderle (Adolf Hitler, Norimberga, 1938).

Di fatto gli animalisti più militanti stanno separando l’uomo dalla natura e favorendo l’allevamento intensivo contro i piccoli allevatori. Il rewilding può servire a spopolare la montagna per farne oggetto di speculazione, al tempo stesso distruggendo ciò che rimane di una zootecnia non industriale.

Cosicché il ruolo di certi animalisti sarebbe strumentale a obiettivi di natura ben diversa da quella che loro si prospettano.

Non deve sorprendere che il movimento ambientalista/conservazionista sia stato fondato e foraggiato da magnati reazionari, misantropici ed eugenetisti come Rothschild, Rockefeller, Ford, Mellon, JP Morgan, Goldsmith, Aspinall, Lucan, ecc. (The Philanthropic Roots Of Corporate Environmentalism; A rightwing insurrection is usurping our democracy; Conservation and Eugenics. The environmental movement’s dirty secret), come pure dal governo nazionalsocialista (The Green and the Brown. A History of Conservation in Nazi Germany).

Ad ogni buon conto, l’idea che la Terra starebbe meglio senza di noi è antropocentrica. In realtà il pianeta non starebbe né meglio né peggio. Sarebbe diverso e non ci sarebbe nessuno in grado di dare un giudizio, al riguardo.

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MUTAMENTO CLIMATICO E INTENSIFICAZIONE DEGLI ATTACCHI

Il massimo numero di attacchi furono registrati negli anni Novanta del Seicento: proprio il decennio durante il quale lo scrittore francese Charles Perrault scrisse la fiaba di Cappuccetto Rosso (Le petit chaperon rouge).

Stéphane Frioux, “Storia del lupo. Un libro di Jean-Marc Moriceau

Nel periodo compreso tra il 1645 e il 1715, proprio nell’intervallo centrale della piccola era glaciale, le macchie solari rilevate furono insolitamente poche, con alcuni anni senza la rilevazione di alcuna macchia

Wikipedia

I ricercatori Matt Penn e William Livingston del National Solar Observatory prevedono che il ciclo solare 25 sarà caratterizzato da un’assenza totale di macchie solari; “se il sole in realtà sta entrando in una fase sconosciuta del ciclo solare, allora dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi per comprendere i collegamenti tra attività solare e clima“, osserva Lika Guhathakurta della NASA.

L’attuale ciclo solare è tra i più bassi dal 1755: quali conseguenze sul clima?

Trentotto, siamo arrivati alla trentottesima differente spiegazione per il fatto che la temperatura media del pianeta non aumenta più. Appena qualche giorno fa eravamo a 32.

Guido Guidi, Climatemonitor

Nell’emisfero settentrionale, ora ci troviamo in una fase di raffreddamento. […]. I ghiacciai alpini torneranno, perché l’emisfero settentrionale è ancora in modalità glaciale. La linea [delle nevi perenni ]… al tempo di Annibale era almeno 300-350 metri più in alto rispetto ad oggi. La temperatura media era di un grado e mezzo superiore a quella del 2005. Geologicamente, non c’è nulla di nuovo in quel che sta accadendo. […]. Il mutamento climatico è principalmente il prodotto dell’attività solare. Anche i movimenti tettonici, il differimento delle stagioni nell’emisfero settentrionale e i vulcani possono giocare un ruolo significativo.

Christian Schlüchter, professore emerito di geologia e paleoclimatologia all’Università di Berna, 7 giugno 2014

L’uomo è responsabile di una parte del riscaldamento globale, ma la maggior parte è naturale.

L’unica cosa di cui preoccuparsi riguardo al riscaldamento globale è il danno causato dalle preoccupazioni stesse. Perché alcuni scienziati si preoccupano? Forse perché sentono che smettere di preoccuparsi può significare smettere di essere pagati. La Terra ha vissuto un ciclo continuo di ere glaciali per milioni di anni. Il freddo, con periodi glaciali che interessano i poli e le medie latitudini, persiste per circa 100.000 anni, fasi scandite da più brevi periodi più caldi, chiamati interglaciali. Tutte le glaciazioni iniziano con un periodo di riscaldamento globale, [questi riscaldamenti] sono i precursori di nuove ere glaciali. In realtà il riscaldamento è una cosa buona. Le glaciazioni sono mortali e possono anche uccidere milioni di persone. L’umanità non può bloccarle. Proprio come l’umanità non può influire sul clima a lungo termine del pianeta, non può impedire che una glaciazione abbia luogo. Il clima è governato principalmente dal Sole.

Le attività umane possono avere un certo impatto sulla transizione verso condizioni glaciali, aumentando il flusso d’acqua polare e accelerando l’avvento di una glaciazione. Quello che sta accadendo è molto simile al precedente di 115 mila anni fa, quando si è innescata l’ultima glaciazione. È difficile da capire, ma è davvero così: l’ultima glaciazione è stata accompagnata dalla crescita della temperatura media globale, ossia dal riscaldamento globale.

Quel che accadde fu che il Sole riscaldò più i tropici e raffreddò l’Artico e l’Antartico. Poiché i tropici sono molto più grandi dei poli, la temperatura media globale aumentava. Ma in aumento era anche la differenza di temperatura tra oceani e poli, cioè la condizione fondamentale di espansione dei ghiacci polari. Che ci crediate o no, l’ultima glaciazione è cominciata con un riscaldamento globale!

Man mano che più vapore acqueo arriva ai poli l’Antartide produce iceberg e si addensa, mentre il centro del polo nord si libera dai ghiacci e le latitudini più basse subiscono nevicate pesanti che a poco a poco iniziano a migrare verso sud.

Un deterioramento globale del clima, di un ordine di grandezza maggiore di qualunque finora sperimentato dall’umanità civilizzata, è una possibilità molto reale e in effetti può avvenire in tempi rapidi, anche in una dozzina d’anni.

Man mano che il ghiaccio inizia a procedere verso sud dal Mare Artico la produzione di cibo si ridurrà notevolmente ci saranno abbondanti anomalie climatiche alle latitudini settentrionali ma anche meridionali. Potrebbero verificarsi tempeste globali. In alcune regioni potrebbero verificarsi ondate di freddo anomalo, mentre altre arrostirebbero con picchi di temperature mai viste prima dalla nostra civiltà.

Ed è esattamente ciò che sta accadendo ora.

George Kukla, luminare della paleoclimatologia, ex Columbia University, ricercatore presso il Lamont-Doherty Earth Observatory, 2007-2011


Quando la selvaggina verrà a mancare i predatori si avventeranno sugli animali domestici e magari anche sugli esseri umani, come succede altrove.  

Alle condizioni meteo estreme tipiche di ogni transizione climatica già si imputa l’intensificarsi degli attacchi letali di orsi russi (Bear attacks leave at least three people dead in Siberia and far-east Russia, Guardian, 1 agosto 2014). Due attacchi in due settimane in Svezia (Swedish woman attacked by bear, The Local, 10 settembre 2014). Sei attacchi di orsi nel corso dell’estate nella zona di Anchorage (Woman mauled by brown bear on Cordova hiking trail describes attack, Alaska Dispatch News, 13 agosto 2014).

In una vasta regione siberiana, la Sacha-Jacuzia, un superbranco di lupi da 400 esemplari ha tenuto sotto assedio la cittadina di Verkhoyansk, con i residenti costretti a pattugliare le strade in attesa dei soccorsi governativi. Un fenomeno assolutamente inedito, prima del 2011 (in genere un branco è formato da 6-20 lupi al massimo) riconducibile alla scarsità di cibo conseguente a una serie di inverni particolarmente rigidi (Wolf attacks lead to state of emergency in Russia’s Siberia region, Telegraph, 6 gennaio 2013). I siberiani non escono dai loro villaggi da soli e non armati, se sono a piedi, perchè il numero di lupi è decuplicato dalla fine dell’Unione Sovietica (Wolves preying on reindeer herds threaten seasonal joy in remote Siberian villages, Siberian Times, 25 dicembre 2013).

Situazione analoga a Haines, in Alaska: una lupa disperata e affamata ha attaccato una giovane donna e i suoi quattro cani, divorandone uno, a marzo del 2014, in pieno giorno (Wolf kills, eats dog after battle with owner in daylight attack near Haines, Alaska Dispatch News, 17 marzo 2014).

Nei quartieri residenziali di Vancouver gli orsi, in cerca di cibo, cercano di forzare le porte delle auto, se sentono che c’è del cibo avanzato (Bear Attacks Car In West Vancouver: Police, Huffington Post, 14 giugno 2013). Alcuni orsi (neri) cercano perfino di accedere ai freezer collocati nei garage (Mother bear attacks B.C. man in Vancouver suburb, CBC News, 8 agosto 2011) ed entrano in casa se avvertono odore di cibo (North Vancouver woman recovering after getting attacked by a bear in her own home, Global News, 23 luglio 2014). Neppure lo spray anti-orsi riesce a fermare un grizzly (B.C. hikers narrowly escape grizzly bear attack, CTV News Vancouver, 5 luglio 2013), anche se una suoneria con Justin Bieber può essere efficace, in Russia (Justin Bieber saves man from bear attack, New York Post, 5 agosto 2014). Pure i Megadeth possono tornare utili (Heavy metal saves Norwegian boy from wolves, RiaNovosti, 20 gennaio 2011).

La fame spinge i puma a vedere negli esseri umani delle prede: succede a Tofino, sull’Isola di Vancouver, Couple in B.C. cougar mauling open up about being stalked and attacked – and fighting back, The Globe & Mail, 29 ottobre 2013). Nemmeno i biologi che si occupano anche della loro tutela vengono risparmiati (Biologist Recovering After Cougar Attack, eCanadaNow, 7 agosto 2014).

Non è chiaro, però, se sia solo la fame. Sull’Isola di Vancouver gli orsi attaccano anche i campeggiatori dormienti aggredendoli nelle loro tende (Two hurt in bear attack, Westerly News, 22 luglio 2010). Un orso nero ha attaccato un gruppo di ben sette lavoratori canadesi, per divorare una loro collega, nonostante i loro tentativi di liberarla (Coworkers desperately tried to save Lorna Weafer from fatal black bear attack at Alberta oilsands site, National Post, 8 maggio 2014).

Nello Xinjiang, già in piena estate, un branco di lupi impazziti per la fame ha attaccato un villaggio cinese cercando di uccidere una mezza dozzina di allevatori per potersi nutrire delle loro pecore (Ravenous wolves attack remote village in western China, The Times, 13 agosto 2014). Nel Minnesota un branco di lupi uccide sistematicamente i cani domestici (Timber wolves attacking dogs, and what to do in that situation, NNCnow, 29 agosto 2014).

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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