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Città smart o città viva?

Città smart o città viva?

Trento è una delle dieci città del mondo considerate “intelligenti” (smart) e selezionate per diventare un laboratorio dove si applicano tecnologie per individuare soluzioni ai problemi quotidiani dei cittadini, dal traffico all’inquinamento, dallo sviluppo economico a una gestione sostenibile delle risorse naturali…. Il progetto “IEEE smart cities – Trento” vede coinvolto l’intero sistema trentino dell’alta formazione e della ricerca. Oltre al Comune di Trento, sono infatti attori principali l’Università di Trento e Trento Rise, insieme a diverse aziende ed enti che hanno i loro centri di ricerca sul territorio, tra cui Dolomiti Energia, Engineering Ingegneria Informatica, Reply Communication Valley, Telecom Italia e Trentino Network. La supervisione del progetto sarà affidata alla Sezione italiana della IEEE.

Trento una delle dieci città più intelligenti del mondo

La definizione Smart City è inglese e io diffido delle definizioni in inglese, perché sono fumo negli occhi e tendono a farci evitare i problemi…Si potrebbe parlare di Città Viva.

Philippe Daverio

C’è un rischio reale che, man mano che le nostre vite diventano sempre più automatizzate, lo diventiamo anche noi. Seguiremo le indicazioni dei nostri smartphone senza riflettere su come viviamo le nostre vite e su come operiamo in seno alle nostre comunità.

David Sasaki, manager della Gates Foundation

La prospettiva di una città ordinata non è mai stata un richiamo per la migrazione volontaria né verso le città europee del passato né, odiernamente, verso quelle tentacolari del Sud America e Asia. Se hanno una scelta, le persone preferiscono una città indeterminata, più aperta, in cui cercare la propria strada; questo è il modo in cui possono prendere il controllo delle proprie esistenze. La tecnologia è un grande strumento, quando è usato responsabilmente…ma una città non è una macchina. Città smart come Masdar e Songdo possono ottundere ed inebetire chi le abita con il loro abbraccio iper-efficiente. Vogliamo delle città che funzionino abbastanza bene, ma siano anche aperte ai cambiamenti, alle incertezze, alla confusione della vita reale.

Richard Sennett, Guardian, 4 dicembre 2012

Il fine ultimo dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (NSA) è il controllo totale della popolazione. Almeno l’80% delle telefonate di tutto il mondo viene registrato e archiviato negli Stati Uniti.

William Binney, gola profonda, Guardian, 11 luglio 2014

I governi impongonoregole più severee utilizzano tecnologiesempre più sofisticateper monitorare i cittadini e far rispettare la legge. Spesso decretano il distretto in cui uno dovrà risiedere, le modalità di spostamento, il livello di consumi energetici consentito. Il tasso di criminalità è calato drasticamente, il traffico è più fluido, ma le rappresentanze della società civile denunciano la morte della democrazia. Città-stato [es. Hong Kong, Singapore, Lussemburgo, la City di Londra, NdT] controllano vasti territori come al tempo dell’Europa medievale.

Scenario denominato “renew-abad”, tratto dal rapporto “Megacities on the Move” di Forum for the Future

Se il dispotismo venisse a stabilirsi nei paesi democratici di oggi, sarebbe più esteso, meno violento e degraderebbe gli uomini senza torturarli. La violenza avverrà, ma solo in periodi di crisi, che saranno rari e passeggeri. Se cerco di immaginare il dispotismo moderno vedo una folla smisurata di esseri simili e eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima. Ognuno di essi, ritiratosi in disparte, è come straniero a tutti gli altri, i suoi figli e i suoi pochi amici costituiscono per lui tutta l’umanità; il resto dei cittadini è lí, accanto a lui, ma non lo vede; vive per sé solo e in sé, e se esiste ancora la famiglia, già non vi è più la patria. Al di sopra di questa folla vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare alle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un’infanzia perpetua.

Alexis de Toqueville, “Democrazia in America”, 1840

Nella mia panoramica delle male-pratiche, il contrario della best practice, io conto una serie di situazioni in cui i cittadini si sono accorti, tardi, di decisioni significative prese dall’ente pubblico, che li interessano e li toccano da vicino, decisioni delle quali non si sono rese e resi conto nella fase in cui queste decisioni venivano elaborate, discusse e concordate nelle “sedi competenti”, ma si sono semplicemente resi conto degli effetti…I cittadini si fanno sentire, protestano e contestano ma non prendono parte alla decisione; la decisione è già stata presa, molto tempo prima. I cittadini possono solo rincorrere con due sole possibilità: condizionare la realizzazioni con delle modifiche che non saranno mai radicali o sostanziali, oppure parlare, sfogarsi, farsi venire il mal di fegato senza riuscire ad incidere su una decisione che si è già consumata.

Donata Borgonovo Re

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Trento vuole diventare una smart city

Rovereto abbraccia il futuro e diventa una smart city

Bolzano e Innsbruck pronte a diventare Smart City in 5 anni

Vorrei che l’idea della smart city fosse esaminata razionalmente e non promossa fideisticamente. Specialmente perché “smart” è un termine inflazionato che non ha però impedito che, ai nostri giorni, anche a Trento, solo una minoranza goda di condizioni di vita e di lavoro invidiabili. Cos’è andato storto finora che una città smart potrebbe sistemare? E che cosa intendiamo per smart?

CITTÀ VIVA (APERTA)

Per me una città “smart” è una città viva. Una città viva realizza l’equilibrio tra micro e macro, spontaneità e pianificazione, locale e globale. Una città aperta è una città viva, è pensata per essere complessa. Ogni suo elemento costitutivo è distinto dagli altri e non è intercambiabile. Un minuscolo evento può innescare una catena di effetti dai quali scaturisce un fenomenale cambiamento dell’intero sistema (tipping point: una crisi sistemica prodotta da un piccolo accadimento).

È adattabile, è resiliente, auto-poietica (evolve), dinamica, eterogenea, imprevedibile, emergente, discontinua, non lineare, non ripetitiva, non integrata, incline alla sussidiarietà, ecc.

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CITTÀ CHIUSA

Il celebre scrittore di fantascienza William Gibson, incuriosito dalla possibilità che Singapore incarnasse l’avanguardia di quel mondo futuro che lui descriveva nei suoi romanzi, dopo averla visitata, l’ha definita “Disneyland con la pena di morte” e ha ipotizzato che, se la IBM avesse potuto crearsi un suo staterello, le somiglianze con la tecnocrazia capitalista di Singapore sarebbero state ragguardevoli. Un microcosmo fatto di conformismo, automatizzazione, sorveglianza capillare, carenza di creatività e di senso dell’umorismo, efficientismo, soppressione di tutto ciò che è considerato vecchio, censura, divieto di vendita di certi libri (inclusi, a quel tempo, i suoi!), programmi TV che insegnano ai vari gruppi etnici come essere stereotipicamente “se stessi”, locali gay clandestini, omologazione delle vetrine, ecc. Gibson conclude mestamente che, se gli architetti della società di Singapore dimostreranno di avere ragione – cioè che è così che una società dovrebbe essere amministrata – sarà una sconfitta per l’umanità, perché sarà la prova che essa può prosperare a dispetto della repressione della libera espressione delle personalità e dell’eterogeneità della natura umana.

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Non penso che ogni città smart sia condannata a diventare come Singapore. Penso che le città future possano essere contemporaneamente smart e aperte, cioè vive.

Questo sarà possibile se la popolazione sceglierà di partecipare ai processi decisionali invece di lasciar fare tecnici e burocrati (come invece avviene di norma a Singapore, appunto).

Una popolazione attiva e cosciente è il sale della democrazia.

Queste, a mio parere, sono le principali problematiche che dovremo affrontare entro la metà del secolo, imboccando la strada delle “città intelligenti”:

  1. Nel mondo le città smart sono create e amministrate da potentissime multinazionali come IBM, Cisco, Samsung, Siemens, Intel, Orange, ecc. Possiamo fidarci?
  2. Chi ci guadagna di più da questa trasformazione? Chi stabilisce quale sia la visione prevalente, lo scenario futuro più gradito? Siamo sicuri che non saranno considerazioni legate alla massimizzazione del profitto a dirigere queste iniziative?
  3. L’essere umano è l’unico animale indeterminato, in quanto frutto dell’interazione di genoma, ambiente naturale ed ambiente culturale. La sua fondamentale indefinitezza consente ad ogni singolo essere umano di essere migliorabile: ha un potenziale indeterminabile, inestimabile, appunto. È creativo, innovatore. Le città sono composte di esseri umani, ciascuno con la sua personalità, le sue aspirazioni, le sue idiosincrasie e peculiarità: questa eterogeneità, questo pluralismo, queste tensioni, diversità, frizioni, imprevedibilità, imperfezioni, complessità sono le vere risorse di ogni città. Come si eviterà che le note distintive si disperdano in una progressiva omologazione dei comportamenti e delle indoli di chi risiede in una città smart (“un’unica soluzione algoritmica per una categoria di problemi”)?
  4. (3b) Storicamente alterità ed utopia non possono convivere: l’impulso ordinatore ha sempre finito per sfociare nel desiderio di eliminare ciò che stona. Come si scongiura il rischio di un’intossicazione estetica per cui la città viene vista come un sistema chiuso che si auto-legittima, si compiace di sé (si sente dalla parte del vero, del buono e del giusto), venera se stesso (totemizzazione), fatica a tollerare l’anomalo, il contingente, il diverso, pretende sempre maggiore coerenza, ordine, unitarietà, formalismo, razionalizzazione, proceduralizzazione, purezza, nettezza, appropriatezza, meccanicità, programmabilità, esemplarità, prevedibilità, attendibilità, a detrimento dell’incontenibile pluralità del reale; in breve, una società organizzata come una macchina con ingranaggi ben oliati?
  5. (3c) Si può contestare la premessa la vita umana debba e possa essere sottoposta a dei parametri di efficienza tecnica? Non è forse questa una delle principali radici dei gravi problemi del nostro tempo?
  6. Gli elettrodomestici smart o le soluzioni domotiche (internet delle cose) sono raramente all’altezza delle aspettative e possono essere una fonte di enorme frustrazione, perché a volte, lungi dall’assistere gli utenti, generano forme di dipendenza e impotenza. Come si impedisce che questo problema si amplifichi su scala urbana, nello sforzo di misurare, vagliare, sorvegliare, controllare, massimizzare, quantificare, codificare, indicizzare tutto il possibile (il video promozionale della Siemens parla di “conoscenza perfetta” delle abitudini e comportamenti dei residenti)?
  7. Una notevole porzione della cittadinanza non sarà mai smart a sufficienza. Ci sono gli anziani, ci sono i poveri, ci sono gli immigrati, ma c’è anche un crescente numero di persone che sta cercando di staccarsi dalla rete o quantomeno ridurre drasticamente il tempo trascorso sugli schermi (es. Hayao Miyazaki). Non è forse un diritto non essere smart? Che ne sarà di loro, diventeranno cittadini di seconda classe? Come ci si porrà nei confronti di chi è in disaccordo senza imporre uno schema di progressiva uniformazione dei gusti e delle sensibilità (vedi punto 3)?
  8. Come si porrà rimedio alla condizione di asimmetria che sussisterà tra città smart e valli non-smart? E se le valli fossero sostanzialmente soddisfatte di come sono (“olistiche”/“organiche”) e rifiutassero l’automatizzazione/meccanizzazione? Dovranno essere energeticamente disciplinati (tirannia delle buone intenzioni di chi si sente al servizio del bene)? Si assisterà ad una colonizzazione del loro inconscio?
  9. L’opinione pubblica internazionale ha reagito con sdegno alle rivelazioni sulla sorveglianza capillare delle loro vita da parte dell’intelligence americana. Come si possono placare i timori che la città smart un giorno sia sottoposta ad un sistema di sorveglianza centralizzata senza precedenti, ufficialmente “per il loro bene”?
  10. Questa notevole enfasi dedicata alla tecnologia non rischia di trasformarsi in una sorta di feticismo hi-tech, sacrificando tutte le altre ragioni – sociali e culturali – per cui uno potrebbe desiderare di vivere in un centro urbano piuttosto che altrove?
  11. Quali sono i consumi di una città smart? Le auto elettriche, per il momento, sono anti-economiche e producono inquinamento indiretto; per renderle appetibili bisognerebbe tassare l’uso delle auto tradizionali. Analogamente, quali saranno i costi (anche di manutenzione) per chi risiede in una città smart?
  12. Come si concilia la campagna per il disinquinamento luminoso (per vedere le stelle ma anche per dormire meglio e svegliarsi più riposati) con una campagna per la moltiplicazione delle fonti di luminosità?
  13. Se i centri urbani sono i luoghi ideali per vivere e lo diventeranno ancora di più quando saranno smart, perché gli ultraricchi risiedono quanto più lontano possibile dai centri urbani?
  14. Non è detto che tutto ciò che è smart serva a semplificare la vita. A volte la complica, comporta costi aggiuntivi, tende ad infantilizzare gli utenti (pensiamo a chi non sa più orientarsi o chiedere indicazioni; o a chi crede più allo schermo che ai propri occhi e finisce in un fossato con l’auto): siamo disposti ad anestetizzare le facoltà critiche dei cittadini in nome di una presunta efficienza?
  15. Cosa vuol dire “città intelligente rispetto alla qualità della vita”? Come si quantifica una variabile estremamente soggettiva come la qualità della vita (per alcuni una riduzione dell’inquinamento elettromagnetico aumenta la qualità della vita)?
  16. Se tutto è interconnesso e interdipendente – come dimostrato da epigenetica, fisica quantistica e teoria dei sistemi – e lo è ancora di più in una città intelligente, come si gestisce l’eterogenesi dei fini (un intervento inteso come migliorativo produce ampie conseguenze negative: operatori della videosorveglianza della metropolitana di Seoul che usavano le telecamere per soddisfare le loro bramosie di guardoni – proliferazione di videocamere che convince i residenti che il loro quartiere è insicuro e necessita di ancora maggiore sorveglianza)?
  17. Come possiamo essere certi che, data l’impostazione competitiva nella riconfigurazione smart di una città, non avranno luogo le classiche manipolazioni statistiche per raggiungere certi traguardi di efficienza o per dare ragione a certi decisori o gruppi di interesse?
  18. Dobbiamo credere che i dati siano neutrali, nonostante decine di anni di studi sociali dimostrino il contrario? Una città smart non tende per definizione a diventare una tecnocrazia in cui i problemi vengono depoliticizzati e quindi esclusi dalla sfera del dibattibile e del compromesso?
  19. Come si gestiscono quei numerosi comportamenti umani legali che uno desidera per qualunque motivo nascondere o dissimulare alle altre persone e tanto più ai sensori dei sistemi di monitoraggio?
  20. Quali saranno gli obiettivi di Trento Città Intelligente? Un’entità così eterogenea, contraddittoria e tendenzialmente non-gerarchica come una città può realisticamente porsi degli specifici obiettivi, come se fosse un’impresa?
  21. I legami comunitari e l’umanità spontanea ed informale non saranno compromessi dalla presenza di quest’onnipresente interfaccia elettronica che dovrebbe occuparsi di più o meno tutto?
  22. Invece di rendere più smart le città, non sarebbe più utile e intelligente rendere più informate, indipendenti, consapevoli e perciò responsabili le persone, sviluppando forme di democrazia partecipata sempre più avanzate? Ricorrere alle macchine non è una dichiarazione di sfiducia nei confronti degli elettori?
  23. Il Trentino promuove l’autonomia, ossia l’assunzione di responsabilità. Le città smart sono centralizzate e rendono i cittadini più passivi. Di norma non è prevista alcuna fase in cui i dati vengono condivisi e discussi coi cittadini. Nelle città smart si aggravano le asimmetrie nell’ambito della privacy, della sorveglianza e della trasparenza, ossia si produce un terreno fecondo per leader autoritari, pur non malintenzionati (se posso controllare una città, perché non controllare direttamente i cittadini, tagliando così la testa al toro?). Non c’è una flagrante contraddizione in tutto questo? In che modo il Trentino pensa di agire diversamente, al di là delle promesse e assicurazioni?
  24. L’epoca modernista della pianificazione urbana, tra il 1880 e il 1960, ha creato molte degenerazioni e fallimenti ed è stata ripudiata. Perché questa dovrebbe essere la volta buona? Grazie all’ausilio tecnologico? Non restano comunque gli esseri umani a far funzionare il sistema?

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2020: FUGA DALLA CITTÀ SMART

Nell’America degli anni Cinquanta la borghesia bianca scelse di abbandonare i grandi centri urbani e ritagliarsi spazi di comunità a distanza di sicurezza dai malanni delle conurbazioni (violenza, crimine, traffico, inquinamento, stress e tensioni assortite). Ci si aspettava che i figli e nipoti più brillanti di quella generazione avrebbero scelto di seguire il percorso inverso (dal white flight al bright flight), abbandonando la provincia per inondare di creatività i distretti metropolitani. Non solo questo non è successo, ma l’analisi dei flussi demografici rivela che l’emorragia continua, con un’accelerazione dei trasferimenti verso i distretti extra-urbani (-22,7% di presenze in città per chi ha un’età compresa tra 35 e i 44 anni, rispetto al 2000).

Questa tendenza non riguarda solamente città in declino come Cleveland and Detroit (-30%), ma anche metropoli “trendy” e “smart” come San Francisco e Oakland (-20%), New York (-15%) e Boston (-40%).

Si sta verificando un processo diametralmente opposto rispetto a quello atteso e auspicato dagli urbanisti (maggiore addensamento/integrazione/accentramento, abbandono dell’auto, sviluppo di centri commerciali più piacevoli): la popolazione statunitense migra laddove può continuare a usare l’auto, godersi una villetta unifamiliare, fare shopping in ambienti comunitari, quasi di paese, pagare tasse inferiori e godere dei benefici di un’amministrazione più decentrata e “leggera”: solo una catastrofe economica o i diktat di un governo autoritario potrebbero far accettare un qualunque programma di intensa “densificazione” urbana.

In pratica i giovani di venti e trent’anni si spostano verso i maggiori campus universitari delle metropoli, ma una volta terminati gli studi in gran parte scelgono di abbandonare il luogo di studi. Così i fortissimi investimenti (speculazioni) edilizi pensati per ospitare il rientro dei figlioli prodighi sono terminati in un disastro finanziario.

Le tendenze future sembrano accentuare questo fenomeno: le persone, quando decidono come allocare il tempo a loro disposizione, riservano sempre maggiore spazio ed enfasi a vicinato, natura, aria pulita, giardino/orto, animali domestici. Solo una piccola porzione è destinata a locali notturni, centri commerciali, ristoranti chic, ecc.

Quando si pianifica una città smart occorre tener conto anche di questo.

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FONTI

Jane Jacobs, The Death and Life of Great American Cities

James C Scott, Seeing Like a State

Adam Greenfield, Against the smart city

Douglass B Lee, Requiem for Large Scale Models

Anthony Townsend, Smart Cities: Big Data, Civic Hackers, and the Quest for a New Utopia

Evgeny Morozov, La città intelligente è un po’ scema

Xavier de La Porte, Pour une ville intelligente qui soit aussi ignorante, affective et idiote 

Gérard Magnin, Qu’y-a-t-il derrière les “Smart Cities’’?

David Sasaki, The Quantified City

Richard Sennet, No one likes a city that’s too smart

Courtney Humphries, The too-smart city

Rem Koolhaas, Singapore Songlines. Ritratto di una metropoli Potemkin

Giuseppe Berta, Oligarchie. Il mondo nella mani di pochi

Michele Vianello, Costruire una città intelligente

Mara Balestrini, Empathic Cities

Mar Abad, ¿Cómo será la ciudad del futuro?

http://w3.siemens.com/topics/global/en/sustainable-cities/Pages/home.aspx

http://www.pcmag.com/article2/0,2817,2421635,00.asp

http://www.songdo.com/songdo-international-business-district/the-city/master-plan.aspx

http://www.fastcompany.com/1712443/building-smarter-favela-ibm-signs-rio

http://infoscience.epfl.ch/record/84786

https://itunews.itu.int/En/1678-Living-in-a-world-of-7-billion-people.note.aspx

http://www-03.ibm.com/press/us/en/pressrelease/33303.wss

http://www.hitachi.com/products/smartcity/smart-infrastructure/cooperation/index.html

http://www.governing.com/topics/economic-dev/gov-singapore-smartest-city.html

http://www.siemens.com/entry/cc/features/greencityindex_international/all/en/pdf/report_asia.pdf

http://www.fastcoexist.com/1679819/singapore-is-on-its-way-to-becoming-an-iconic-smart-city

http://newsroom.cisco.com/press-release-content?articleId=1096309

 

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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