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Israele: un monito per l’umanità
Pieter Bruegel il Vecchio, "Il trionfo della morte"

Israele: un monito per l’umanità

Due popoli moribondi, ossessionati dalla morte e distruzione dell’altro, fino a quando la morte è l’unica cosa che possono vedere ed è quello che finiscono per meritare. Non importa chi ha cominciato, continuare finché non ci saranno più né gli uni né gli altri è follia. Quando entrambe le parti saranno distrutte a nessuno importerà chi sia il principale colpevole. Non conta più chi ha cominciato ma chi sta soffrendo: questo è l’unico modo di onorare se stessi e l’umanità. Non resterà più nessuna speranza, sogno, futuro, vita, a meno che non ci ritraiamo con orrore dal ciclo della morte, verso qualcosa di più grande. Se siamo un popolo moribondo allora cerchiamo di morire con onore aiutando gli altri come nessuno altro potrebbe fare. Non lasciatevi distrarre, accecare dalla rabbia, o non vedrete la battaglia per quello che è. Combattiamo per salvarci l’un l’altro. Dobbiamo capire che non siamo soli: ci alziamo a cadiamo assieme e alcuni di noi si dovranno sacrificare per salvare tutti gli altri, perché se falliamo nessuno si salverà e di noi resterà solo un vago ricordo. Abbiamo l’opportunità di diventare qualcosa di più grande, più nobile e più arduo di quello che siamo stati finora.

Padre di G’Kan a G’Kar, Babylon 5

Israele ha subito una catastrofica sconfitta in occasione dell’ultimo voto ONU sulla Palestina (risoluzione 67/19, 29 Novembre 2012): 138 voti a 9 (Israele, Canada, USA, Repubblica Ceca, Micronesia, Isole Marshall, Nauru, Palau, Panama).

La Russia se l’è cavata meglio: sulla Crimea è finita 100 a 11.

Questo succedeva prima dell’ennesima invasione di Gaza.

 

Martin Buber voleva un Israele multinazionale, federale, laico, post-etnico. L’attuale establishment israeliano vuole l’esatto opposto.

I bianchi sudafricani hanno avuto il buon senso di capire che, se non avessero cambiato rotta, rischiavano di essere spazzati via da un gigantesco pogrom.

L’elettorato israeliano pare invece ben disposto nei confronti della politica prussiana della destra israeliana, avviata a vincere anche le prossime elezioni, con Netahyahu destinato a governare per la quarta volta.

Ci sono molti tabù da sfidare sulla questione israelo-palestinese. Ogni persona decente dovrebbe essere anti-nazionalista e quindi anti-sionista. Non esistono nazionalismi buoni, perché ogni fede collettiva esclude, divide, conforma e gonfia l’ego del nazionalista/patriota, offuscando la percezione della realtà.

Perciò si può e si deve difendere Israele (Stato laico) e contemporaneamente condannare il sionismo (la Nazione coloniale ed etnocentrica: Eretz Yisrael).

Il muro di tabù va sfidato perché la costante negazione della realtà genera una pressione, una tensione che prima o poi spezzerà la corda e catapulterà milioni di persone sull’altra sponda, quella dell’antisemitismo vero e proprio (non la volgare accusa di chi censura le critiche alle politiche israeliane), del capro espiatorio giudeo, quella del: “i fottuti ebrei se la sono cercata, ben gli sta”.

È quel che succede a molti credenti traumatizzati dalle tragedie dell’esistenza umana, che all’improvviso si trasformano in fondamentalisti dell’ateismo.

Il muro di tabù potrebbe diventare l’innesco di un nuovo pogrom antigiudaico planetario.

Micidiali tabù, dissonanze cognitive che prima o poi chiedono di essere sanate, anche con la violenza. Come gli ebrei sono costretti a venerare un dio chiaramente malvagio, capriccioso, infantile che pretende che i suoi credenti violino la loro integrità e lo considerino buono e giusto a dispetto di tutto, così ci viene chiesto di fare lo stesso con Israele, la “nazione prediletta da Geova”.

Ci risulta difficile accettare l’idea che gli Ebrei possano essere contemporaneamente vittime (del primo Olocausto e della sua lunga ombra) e carnefici (perpetratori e legittimatori della pulizia etnica dei Palestinesi, destabilizzatori del Medio Oriente e non solo).

Le immagini dei giovani israeliani che indossano magliette neonaziste ci mostra invece che il cerchio si è chiuso: i discendenti delle vittime si identificano con gli aguzzini, la vittima di bullismo è diventata un bullo, come troppo spesso accade.

Israele è, oggi, un grande ego in preda a manie di grandezza. L’immagine del Geova sionista è la proiezione di ciò che davvero conta per ego: il potere, l’indipendenza, la purezza. Una megalomania paranoide legata ad un desiderio infantile di onnipotenza. È un ribellismo totalitario: la rivolta contro le ingiustizie patite in passato spinge gli Israeliani a disfarsi di ogni limite ed inibizione rispetto alla volontà di potenza.

Hitler è riuscito a fare lo stesso coi tedeschi. Non è finita bene per nessuno: sono morti molti più tedeschi/”ariani” che ebrei.

Israele, proclamando aggressivamente il suo infinito potere e perfetta bontà si comporta come un ego immaturo che ha bisogno di compensare le sue insicurezze, in un completo divorzio dagli obiettivi umanisti che si era prefissato inizialmente (cf. Martin Buber e il sionismo).

Come Geova, Israele si nutre sadomasochisticamente della manipolazione altrui per mezzo della pietà, del disprezzo, dell’invidia, del vittimismo, del senso di colpa, del richiamo alla “giustizia”. Sguazza nelle metafore connesse al rapporto padrone e servo, comando e sottomissione, alla devozione alla causa. Proietta le sue ombre sui Palestinesi e in particolare su Hamas, che è una sua creazione (Geova ha bisogno di Satana per essere credibile nelle sue pretese).

Notate come la descrizione israeliana del militante di Hamas corrisponde a quella del nazionalista sionista. Sono due facce della stessa medaglia e si alimentano a vicenda.

I malvagi si rifiutano di riconoscere il peccato in loro stessi, celano i loro crimini con proiezioni e capri espiatori, motivati dall’incertezza della loro posizione, nello sforzo di negare la realtà della loro corruzione morale. Professano di essere alla ricerca della bontà perfetta, quando invece bramano solo il potere fine a se stesso. Fanatici del controllo, non tollerano di essere messi in discussione.

LA RESA DEI CONTI (LA NOSTRA MENTALITÀ APOCALITTICA)

Questo atteggiamento fa di Israele (e degli Stati Uniti) un perfetto capro espiatorio agli occhi di chi, per esempio, non si volesse accontentare del potere che già esercita. Pedine sacrificabili in vista di un obiettivo più vasto.

Se l’offensiva si protrarrà è difficile immaginare che non si arrivi a una nuova rivolta in Cisgiordania, che si ripercuoterà sul Libano e sulla Giordania, sull’Egitto e il resto del Medio Oriente.

La reazione dell’opinione pubblica internazionale potrebbe essere incontrollabile.

La pressione di AIPAC sul Congresso americano è considerata intollerabile da un numero crescente di cittadini statunitensi e la sua influenza è declinante.

La Cina ha condannato senza mezzi termini l’aggressione israeliana

La Russia non è certo lieta che Israele intralci l’accordo russo-palestinese per lo sfruttamento del metano nelle acque territoriali della Striscia di Gaza

In India è in corso un dibattito parlamentare per una risoluzione di condanna.

Non è detto che per Israele (e la Palestina) ci possa essere un lieto fine.

L’INSEGNAMENTO

La parabola di Israele ha molto da insegnarci in merito alle nostre ossessioni per la purezza e la perfezione. Il suo percorso autodistruttivo indica che non è più possibile determinare se siamo alienati perché superbi o vice versa.

Il nostro ego si è gonfiato e si è allontanato ed alienato dalla coscienza, dal nostro giroscopio morale, e dagli altri.

Neghiamo la nostra essenziale interdipendenza, sottraiamo al prossimo l’amore che preferiamo dirigere verso noi stessi laddove, in mancanza di un equilibrio tra esterno e interno, tra amore che esce e amore che entra, tra egoismo e altruismo, si inacidisce e si perverte, tramutandosi in iniquità. Per questo siamo autodistruttivi, come Israele.

Se il problema fosse semplicemente Hamas, la questione sarebbe facilmente risolta.

Ma così non è e Israele, per cambiare rotta e salvarsi, dovrebbe (ma non lo farà):

  1. interrompere la costruzione di insediamenti illegali a Gerusalemme Est;
  2. porre fine al blocco economico di Gaza (un carcere, più ancora che un ghetto);
  3. abolire la “detenzione amministrativa”;
  4. rispettare il diritto internazionale;
  5. smettere di “far scomparire” le persone;
  6. rispettare i dissidenti israeliani invece di perseguitarli/demonizzarli;
  7. accettare l’esistenza di uno stato palestinese ai suoi confini;
  8. non estirpare sistematicamente le infrastrutture e i mezzi di sussistenza palestinesi;

Questo è invece quel che dovrebbe fare la comunità internazionale (ma non lo farà):

  1. istituire un’amministrazione provvisoria nel territorio di Gaza, con il dispiegamento dei caschi blu dell’ONU;
  2. istituire un’area umanitaria protetta in cui i palestinesi possano condurre una vita dignitosa;
  3. incoraggiare un dialogo politico inter-palestinese che conduca alle elezioni;
  4. rilanciare il processo di pace con una conferenza internazionale che sigli la nascita ufficiale del nuovo stato palestinese e si assuma la responsabilità di garantire la sicurezza di Israele;
  5. far aderire il nuovo stato alla Corte penale internazionale che punisce i crimini contro l’umanità;
  6. fornire assistenza allo sviluppo economico che produca un circolo virtuoso (non di dipendenza debitoria rispetto ai finanziatori esterni): non sono i soldi da investire che mancano alle petromonarchie arabe;

Questo dovrebbe essere il compito delle Nazioni Unite, se fossero guidare da un leader e non da un burattino  (For a New World Order to live well).

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About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

One comment

  1. Capisco i tuoi timori, però non vedo come si possa facilmente scindere lo stato laico di Israele dal sionismo che ne è la matrice. E’ vero che in Israele ci sono tante persone di buona volontà, però lo stato a mio avviso rimane sionista, come è sempre stato. Ci sarebbe anche da interrogarsi sulla lucidità di riesumare per un uso moderno una lingua primitiva che non è mai stata viva e che è sempre stata solo religiosa. A me non sembra un’idea brillante. E infatti si vede

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