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Il futuro delle Alpi e delle loro risorse – intervista ad Alessandro Gretter
Alps, by Cha già José (CC BY-SA 2.0)

Il futuro delle Alpi e delle loro risorse – intervista ad Alessandro Gretter

Cosa diventerà, in futuro, la montagna; quali approcci è possibile sperimentare, quali preziosità riscoprire e gestire con spirito nuovo?

L’incontro previsto il 30 e 31 maggio presso le Gallerie di Piedicastello, a Trento, prova a suggerire alcune risposte. Organizzato da istituzioni diverse per prospettiva e struttura (musei, università e parchi tra di esse), indirizzato alla cittadinanza tutta, l’evento vuole essere anzitutto un’occasione di dialogo con chi la montagna la vive, da inquilino, turista, cittadino del mondo.

Alessandro_Gretter_little“L’incontro è aperto alla cittadinanza”, spiega Alessandro Gretter, coordinatore dell’evento, “perché siamo interessati a conoscere il parere di tutti sul modo migliore per valorizzare le risorse dell’arco alpino, soprattutto alcune di esse, quelle collettive. Per secoli in Trentino sono stati condivisi i pascoli, le foreste e tante altre risorse. Una gestione comune, per il bene della comunità intera. Dai tempi della sussistenza a quelli delle nuove dinamiche del mondo globalizzato sono cambiate parecchie cose: ora, a maggior ragione, è importante ragionare assieme e comprendere quali sono le nuove sfide e le nuove necessità”.

D: Le ricchezze del passato sono le stesse di oggi? Parliamo sempre delle stesse cose?

R: Più o meno gli elementi sono gli stessi, anche se a volte ne è mutato il valore. Una volta le risorse servivano per vivere; adesso queste stesse ci danno di più: riusciamo a sfruttarle per attirare fruitori esterni, come i turisti, e ci permettono di dare una dimensione culturale ed etica al paesaggio in cui viviamo – un paesaggio da mantenere per i nostri successori.

D: Possiamo dire quindi che gli elementi di sussistenza sono ora diventati elementi di ricchezza e unicità del territorio?

R: Certo. In una crisi che è globale, che vive cambiamenti climatici e sociali, tornare a utilizzare forme collettive e condivise di utilizzo delle risorse – mezzi che una volta servivano per non scomparire – è utile per apprezzarne il valore, e per creare nuove modalità di vivere e di fare economia. Esempi virtuosi, che possano servire non solo in ambiti rurali e montani ma anche negli ambienti urbanizzati.

D: Sussistenza prima, ricchezza ora. Oltre al valore reale e percepito, questi elementi sono oggi diversi anche per la loro gestione. Quale ruolo può avere il cittadino in questo processo? Come può orientarsi per capire cosa fare e come gestire le attuali fonti di ricchezza?

R: Ciò che il cittadino odierno dovrebbe capire è la ricchezza a sua disposizione e la necessità di avere un ruolo propositivo e attivo. Un ruolo attivo di condivisione può portare a nuove idee e, nel caso delle risorse naturali, porta anche al loro mantenimento e alla loro conservazione. La parola chiave è essere attivi e partecipativi, perché ognuno ha da guadagnarci.

D: Può farci un esempio di ciò che in passato è stato gestito e sviluppato in maniera positiva?

R: Certamente: basta pensare alla gestione forestale delle valli di Fiemme e Fassa, con la Magnifica Comunità di Fiemme. Una gestione scrupolosa, che qualche volta nei secoli ha causato anche qualche malumore, ha permesso di arrivare oggi a una realtà che ha il massimo delle certificazioni forestali e di selvicoltura naturalistica senza doversi inventare niente di nuovo. Pensando a tempi più recenti è possibile invece menzionare il territorio delle Regole di Spinale e Manez, dove l’amministrazione locale ha deciso di valorizzare alcune delle strutture in suo possesso. Lì si è reso possibile ottenere rendite economiche dagli affitti di alcune strutture a destinazione turistica, arricchendo l’operazione di una finalità sociale, coinvolgendo direttamente la popolazione locale e permettendo la costruzione di abitazioni a un prezzo agevolato, in un territorio poco accessibile come Campiglio. Si è creata la possibilità di risiedere in un’area che altrimenti sarebbe rimasta fuori mercato.

D: Un esempio invece da non seguire?

R: Ce ne sono tanti, in tutta Italia. Di solito sono legati all’abbandono della pratica di coltura del bosco e alla perdita di territori da pascolo, con la conseguente avanzata di specie invasive, ma possono riguardare anche l’eccessivo sfruttamento dei pascoli.

D: Torniamo di nuovo alla pratica. Quando si pensa all’abbandono della montagna si lega il fenomeno soprattutto a un fatto di guadagno: se un lavoro non rende più lo si lascia. Com’è possibile, ore, proporre alla cittadinanza di affrontare nuovamente questi rischi?

R: Spesso la gestione inopportuna di certe risorse è legata alla carenza di persone che vogliano occuparsene. Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato: c’è un ritorno verso le “terre alte”, perché ci si rende conto che esempi innovativi di economia sono possibili. Se l’allevamento non basta, ci si lega piccole forme di artigianato, l’agriturismo, alcune attività educative. “Nuovi montanari”, anche nei territori marginali delle Alpi, stanno strutturando tentativi vincenti. Uno stimolo viene dalla gestione in forma collettiva di questi territori, o dalla loro proprietà indivisa. Con le proprietà condivise è possibile arrivare a interessanti formule di affitto o a canoni moderati, o accedere a fondi più ampi.

D: L’intervento quindi deve essere anzitutto quello dell’amministrazione?

R: Diciamo che è possibile ragionare su una scala multipla di governo. A titolo di esempio: l’affitto della malga col pascolo molto spesso è demandato al gestore della proprietà collettiva. In altri casi questo può essere collegato a incentivi a livello locale. Spesso il vero stimolo si trova proprio ai livelli di governo più vicini al cittadino: il gestore delle proprietà collettive, le amministrazioni comunitarie, l’amministrazione comunale, la comunità di valle o il comprensorio montano, che provano a legiferare o a dare contributi.

D: Sul lato pratico il cittadino come può partecipare a questo processo?

R: Chi risiede in un territorio dove esiste una proprietà collettiva può aderire alle iniziative, anche di divulgazione e formazione. Poi il cittadino esteso, quello che fruisce di queste ricchezza, può valorizzare e privilegiare i prodotti che provengono da distanze più prossime all’abitato, o quelli che hanno un riconoscimento legato all’origine in territorio montano. In alcuni Paesi anglosassoni o in Estremo Oriente esistono campagne in cui si riesce a sostenere anche in forma economica, o con donazioni, il governo del paesaggio. In Italia siamo ancora un po’ lontani da questo tipo di modello, ma creare la mentalità che sta alla base potrebbe essere un’operazione su cui investire.

About Elisabetta Curzel

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giornalista e divulgatrice per Corriere della Sera, Sole24Ore e Raitre

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