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La democratizzazione del futuro – intervista a Roberto Poli, cattedra Unesco a Trento

La democratizzazione del futuro – intervista a Roberto Poli, cattedra Unesco a Trento

Il futuro, un po’ come l’ignoto, spaventa, eccita, sprona, illude, raggira, incoraggia. Abbiamo un rapporto ambivalente con il futuro, come con tutto ciò che sfugge al nostro pieno controllo (cf. Rocco Scolozzi, “Se guardi abbastanza lontano … ti vedrai di spalle – attento a dove spari!”).

Lo teme chi pensa di essere nato troppo tardi, lo anela chi pensa di essere nato troppo presto. Ciascuno proietta se stesso nel suo futuro ideale.

Meglio sarebbe se pensassimo il futuro disimparando almeno una parte di quel che crediamo di sapere, se lo guardassimo come se fosse la prima volta che lo vediamo, senza farne una caricatura o uno stereotipo, per non vivere in uno stato di costante impotenza, tra una realtà che non c’è più e una che potrebbe non esserci.

È prigioniero del futuro chi non riesce a vederne uno diverso, chi reagisce invece di riflettere, fugge invece di accettare la sfida. Altrettanto prigioniero è chi pensa di controllarlo e possederlo e perciò lo osserva in modo soggettivo, vedendo solo quel che vuole vedere: sarà la sua rovina.

Gli irochesi osservavano la norma delle sette generazioni: ogni iniziativa su vasta scala della loro federazione di nazioni doveva tener conto, per quanto possibile, dell’impatto che avrebbe avuto sulle successive sette generazioni.

Una saggezza che va recuperata, perché se è vero che è necessario determinare il proprio futuro o qualcun altro lo determinerà per noi, è pur vero che bisogna farlo con serietà, metodo, cura, attenzione (cf. Rocco Scolozzi, “Perché immaginare e anticipare il futuro?”)

hqdefaultQuesta è l’ambizione del professor Roberto Poli, titolare della prima cattedra Unesco sui Sistemi anticipanti, il quale offre una visione particolarmente seducente e responsabilizzante del nostro rapporto col futuro. Esistono numerosi futuri possibili, come i rami di un albero. La maggior parte di noi vede solo il cammino su cui ci troviamo, ma alcuni, i più dotati, vedono quei rami. Perché questo dovrebbe essere un privilegio riservato a pochi? Non tutti possono essere campioni olimpici, ma molti possono allenarsi e diventare atletici, cioè più forti, più consapevoli, più capaci di affrontare quel che ci si parerà di fronte e, quindi, più sovrani, capitani del nostro destino.

Abbiamo intervistato Poli a pochi giorni dalla sua partecipazione al convegno internazionale sul futuro dei beni comuni delle Alpi, con un intervento intitolato “Quale futuro? Il tema dell’anticipazione” (sabato 31 maggio, a partire dalle 9, alle Gallerie di Piedicastello, Trento)

Perché una cattedra Unesco sui Sistemi anticipanti e perché proprio a Trento?

Negli ultimi 10 anni il panorama delle scienze sociali è cambiato. Si è capito che per prendere delle decisioni efficaci, ossia per individuare i futuri possibili, il passato (i precedenti, ma anche i metodi classici) non era più sufficiente. Si è perciò fatta strada una prospettiva orientata al futuro.

È un fenomeno globale?

È così e lo dimostra il fatto che recentemente, in maniera del tutto indipendente, sono stati pubblicati tre contributi di celebri studiosi che non si conoscono, appartengono a discipline diverse e che hanno raggiunto sostanzialmente le medesime conclusioni. Uno è lo psicologo Martin Seligman (“Navigating Into the Future or Driven by the Past, Perspectives on Psychological Science”); l’altro è il sociologo Jens Beckert, direttore del Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung di Colonia (“Imagined Futures Fictionality in Economic Action”); il terzo è l’antropologo Arjun Appadurai, autore di “The Future as Cultural Fact: Essays on the Global Condition”.

Su che cosa convergono?

Sulla necessità di conferire piena legittimità scientifica alla disciplina dell’anticipazione, perché lo studio del futuro fatto con il dovuto rigore non può più essere caratterizzato come una categoria residuale. Tanti ambiti umani non possono essere spiegati esaustivamente senza un richiamo al futuro e alla sua percezione, alle attese degli attori sociali.

E l’UNESCO?

Ha deciso di esplorare questo ambito pionieristico, perché solo investendo sul futuro riuscirà forse a realizzare le sue finalità.

Quindi in Italia siamo all’avanguardia in questo campo?

Sì, anche grazie alla giurista e sociologa Eleonora Barbieri Masini, dell’università gregoriana di Roma, che è un po’ l’antesignana dei “futures studies”.

Ho visto che, tra ottobre 2014 ad aprile 2015, offrite anche un Master di previsione sociale.

Sì, perché è importante che nella società si diffonda la capacità di visualizzare diversi futuri possibili. Troppo spesso tendiamo a concepire il futuro in modo deterministico. Perfino il successo può fuorviare: pensiamo che seguendo le stesse procedure adottate in passato tutto andrà a buon fine, ma le circostanze cambiano. Per questo non sappiamo cogliere le opportunità che si presentano e facciamo fatica a prepararci ai rischi che stanno prendendo corpo: raramente è malafede da parte dei decisori, più spesso è semplice impreparazione, o mancanza di strumenti. Dobbiamo imparare a decidere meglio, più consapevolmente, e questo lo possiamo fare solo se identifichiamo molteplici futuri e adeguate strategie, ossia se sfuggiamo alla trappola del pensiero unico, anche cambiando i nostri quadri mentali (reframing), laddove serva.

Non sono cose che si imparano vivendo?

Alcuni hanno un talento naturale nel fiutare che aria tira e cosa potrebbe succedere. Tanti altri non ce l’hanno, ma ora possono dotarsi degli strumenti analitici giusti.

Il problema non è di poco conto. Un esperimento che ha coinvolto 19mila soggetti di ogni età ha mostrato come quasi tutti, pur essendo perfettamente consci che le altre persone cambiano e continuano a farlo, credono di essere cambiati negli ultimi 10 anni più di quanto cambieranno nei prossimi 10 anni. Tale credenza, che nasce da una proiezione di noi stessi nel futuro, è ingannevole.

Come il passato è radicalmente diverso dal presente, è intuitivo che il futuro possa anche essere radicalmente diverso dal presente. È curioso questo nostro essere conservatori riguardo a noi stessi e al nostro futuro.

È un modo per sentirci più sicuri, più stabili, ma proprio per questo serve una strategia: c’è molta resistenza e una scarsa capacità di essere obiettivi. Dobbiamo invece concederci la possibilità di parlare sensatamente e serenamente del futuro, costruire le premesse per farlo come facciamo con qualunque altro argomento di conversazione quotidiana.

Ciò è possibile se saremo tutti alfabetizzati riguardo al futuro, partendo dall’ABC, in modo da imparare a usare il futuro, senza fissarci unicamente sulla programmazione. Non dobbiamo infatti restringere il campo delle prospettive, bensì capire come maturare il presente e astenerci dal sovraimporre il presente al futuro.

Sembra un progetto propedeutico alla spinta per una maggiore partecipazione democratica e responsabilizzazione di tutti i cittadini.

Il fine di questa nuova grande alfabetizzazione dovrebbe essere una capacità socialmente diffusa di capire e usare il futuro, di guardarlo diversamente, criticamente, consapevolmente e, così facendo, generarlo, ampliarlo, farlo interagire con il nostro presente, anche per attutire l’impatto dei costi sociali delle trasformazioni in corso.

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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