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Le eurovisioni di Michele Nardelli

Le eurovisioni di Michele Nardelli

Michele Nardelli, il suo sito è una miniera di spunti sul presente e sul futuro. Ci vuole parlare della natura del suo impegno?

Mi interessa la dimensione dello sguardo sul reale, far incrociare gli sguardi delle persone, per capire cosa succede, per comprendere le dinamiche sociali e di potere. Si può fare chiarezza solo mettendo a confronto prospettive e informazioni diverse.

Oggi, grazie alla Rete, è più facile farlo.

Proprio così. C’è un abisso di informazione. Una vita intera di apprendimento di persone che vivevano un secolo fa potrebbe equivalere a meno di quel che si può mettere insieme in una giornata di navigazione su internet. Altra cosa è il sapere e, sotto questo profilo, il paradosso è che non siamo mai stati così ignoranti.

Ci ritroviamo con problemi inediti.

Sono scomparsi i corpi intermedi tradizionali tra individui e stato: i luoghi tradizionali del confronto e, perché no?, della mediazione, penso alle famiglie, alle organizzazioni sindacali, ai partiti, ecc. si sono indeboliti. C’è maggiore isolamento, solitudine. Che non è il portato della vicinanza con altre persone, ma l’assenza di visioni (un tempo si diceva weltanschauung) che aiutino il singolo a sentirsi parte di una comunità sociale o del mondo. È diventato più difficile inquadrare i problemi e individuare delle possibili soluzioni.

Un problema generalizzato?

E qui ritorna il problema del limite, che mi sta molto a cuore e che trovo sia strettamente legato al vizio della presunzione. Pensiamo a come positivismo e scientismo hanno la pretesa di risolvere ogni problema fino al punto di far credere alla gente che sia legittimo selezionare eugeneticamente il tipo di figlio che uno vuole per sé. Un mondo in cui tutto è permissibile perché tutto è tecnicamente possibile è un mondo di folli, un mondo di cui non voglio far parte.

E il suo?

Non sono uno di quelli che vuole riprodurre un nuovo marxismo. Preferisco elaborare criticamente e in maniera il più possibile informata il passato e il presente. La “fede” consumistica non ci dà le risposte che davvero contano: Il “da dove veniamo?” e il “dove andiamo?” sono interrogativi incomprimibili. Purtroppo, al momento, la politica non sembra in grado di trovare delle risposte convincenti.

Ci si affida alla religione o alla scienza.

E qui ritorna il problema del limite, che mi sta molto a cuore e che trovo sia strettamente legato al vizio della presunzione. Pensiamo a come positivismo e scientismo hanno la pretesa di risolvere ogni problema fino al punto di far credere alla gente che sia legittimo selezionare eugeneticamente il tipo di figlio che uno vuole per sé. Un mondo in cui tutto è permissibile perché tutto è tecnicamente possibile è un mondo di folli, un mondo di cui non voglio far parte.

Dobbiamo porre dei limiti anche alla ricerca scientifica?

Naturalmente no. È giusto e importante che la scienza esplori liberamente il campo dello scibile. Siamo noi che dobbiamo porci dei limiti, comportarci da adulti responsabili che non si lasciano sedurre dai desideri di onnipotenza. Altrimenti sarà il “progresso scorsoio di Andrea Zanzotto: continueremo ad essere vittime e carnefici, tutti quanti. E per questo tutti quanti dobbiamo interrogarci a questo proposito.

Lei è pessimista?

Se lo fossi non farei quel che faccio. Cerco di abitare la zona intermedia tra utopia e disincanto. In questi anni mi sono occupato del tema della banalità del male, di quel “tragico amore per la guerra” di cui ci parlava James Hillman in uno dei suoi ultimi testi prima di lasciarci. Indagare  sul bene e sul male che albergano dentro di noi, nell’infinito conflitto fra Afrodite e Ares, non per trovare risposte risolutive ma per mettere le briglie ai nostri impulsi più oscuri.

A Trento, tra il 30 aprile e il 3 maggio, si terrà la scuola di formazione politica “Territoriali ed europei”. Il tema di quest’anno è Eurovisioni. L’indignazione, il rebetiko e una nuova idea di contratto sociale”. È un’iniziativa da lei fortemente voluta. Lei non ha mai smesso di credere al sogno europeo. Ce ne vuole parlare?

Ho spesso la sensazione che di Europa se ne parli poco e male. Sono invece convinto che l’Europa sia realmente la chiave per affrontare i problemi e le opportunità della contemporaneità. Ritengo che l’Europa si possa costruire solo se ne facciamo un luogo politico di sperimentazione di una nuova solidarietà fra i territori e i soggetti sociali fondata sull’utilizzo intelligente, sobrio e sostenibile delle risorse disponibili, un nuovo modello di sviluppo all’insegna del limite, della riduzione delle sovranità nazionali a favore di quelle europee e territoriali (ragionando in termini di comunità, non di collettivismi), di federalismo ovvero di autogoverno responsabile e solidale, di pace, immaginando almeno il dimezzamento delle spese militari che potrebbero venire dall’abolizione degli eserciti nazionali a favore di un esercito europeo, passaggio per nulla insignificante verso una diversa concezione della difesa. Per questo occorre costruire una visione europea, condizione per una cittadinanza. E’ un salto di paradigma, occorre lavorarci e studiare.

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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