America e Svizzera

America e Svizzera

AMERICA

La via scelta dagli Stati Uniti era contrassegnata a chiare lettere da pochi, trasparenti principi guida della loro condotta nella politica mondiale. Primo: nessun popolo di questa terra, in quanto popolo, può essere giudicato un nemico perché l’umanità tutta condivide un bisogno comune di pace, di fratellanza e di giustizia. Secondo: la sicurezza e il benessere di qualsiasi nazione non possono essere acquisiti permanentemente nell’isolamento, ma solo attraverso una reale cooperazione con le altre nazioni. Terzo: il diritto di ogni nazione ad un governo e ad un sistema economico di sua scelta è inalienabile. Quarto: qualsiasi tentativo di una nazione di imporre ad altre nazioni la sua forma di governo è indifendibile. E quinto: la speranza di una nazione in una pace duratura non può essere solidamente basata sulla corsa agli armamenti ma su rapporti giusti e su intese oneste con tutte le altre nazioni.

Dwight D. Eisenhower, 1953

Io dico che la nostra democrazia del Nuovo Mondo, per quanti successi abbia avuto nel sollevare le masse dalla loro degradazione, nello sviluppo materialistico, nella produzione e in certa molto ingannevole e superficiale intellettualità popolare, è oggi come oggi un fallimento quasi completo nei suoi aspetti sociali e in tutti i risultati più grandi, quelli religiosi, morali, letterari e estetici. Invano marciamo a passi mai visti verso un impero tanto colossale da oscurare quelli dell’antichità, l’impero di Alessandro e le più audaci conquiste di Roma. Invano ci siamo annessi il Texas, la California, l’Alaska, e ci spingiamo a Nord verso il Canada, a Sud verso Cuba. È come se fossimo in qualche modo dotati di un corpo vasto e sempre meglio equipaggiato, ma cui fosse rimasto solo un poco, o niente affatto anima.

Walt Whitman, Prospettive democratiche, 1871

Lincoln riteneva, con ogni fibra del suo essere, che questo luogo, l’America, potesse offrire un sogno a tutta l’umanità, un sogno diverso da ogni altro negli annali della storia. Più generoso, più compassionevole, più inclusivo…L’idea di famiglia, l’idea che, se non ci si aiuta l’un l’altro, alcuni non ce la faranno. È la famosa immagine della persona che ascende lungo la scala sociale, raggiunge il suo sogno e poi si volta per aiutare il prossimo a salire, non per ritrarre la scala. Quale altro popolo ha mai rivendicato una qualità di carattere che non risiede in un modo di parlare, vestire, ballare, pregare, ma in un’idea? Quali altri popoli della terra hanno sempre rifiutato di ancorare le definizioni della loro identità a qualcosa che non fosse quell’idea?

Mario Cuomo, Abraham Lincoln and our “unfinished work”, 1986

 

Il vero punto di forza degli Stati Uniti, almeno fino agli anni Settanta, che hanno segnato l’inizio della risacca controrivoluzionaria neoliberista, è stata la capacità di incarnare una via al progresso ed alla modernità che poteva fungere da modello per il resto del mondo. Si poteva essere in estremo disaccordo sulla politica estera, senza per questo smettere di ammirare le conquiste della società americana e la sua capacità di dare un’opportunità a milioni di diseredati.

La grande speranza dei fondatori della repubblica statunitense risiedeva nella visione di cosa fosse l’umanità e di cosa potesse diventare – individualmente e coralmente. L’America era ed è ancora una grande idea, una di quelle grandi idee che fanno andare avanti il mondo, che dischiudono nuove possibilità e nuovi significati nell’epopea umana. Idee che indirizzano la nostra attenzione verso la grandezza che ci circonda nella natura e nell’universo, aprendoci gli occhi sulle reali esigenze del nostro prossimo, mostrandoci che non siamo qui solo per onorare noi stessi, che non è solo la sicurezza economica e fisica ciò a cui dobbiamo aspirare. L’America era un’espressione nuova e originale, un esperimento sociale e politico, fondato su idee che sono state patrimonio dell’umanità per secoli e forse millenni, senza mai poter trovare una solida attuazione (neppure al tempo dell’Atene classica). L’America, prima di essere corrotta dal materialismo, dal consumismo, dal militarismo, dall’eccezionalismo, dal feticcio per le armi e dall’imperialismo, era la promessa di un nuovo inizio per l’intera umanità e fu questa promessa ad essere fatta propria dai girondini che cercarono di governare la rivoluzione francese prima che questa sfociasse nel Terrore giacobino.

Le due rivoluzioni si nutrirono della fede in una natura umana decaduta ma perfettibile. Fu questa la linfa del migliorismo sociale, della democrazia, dei diritti umani, del costituzionalismo. Una visione che ci chiama ad agire responsabilmente, a onorare qualcosa di più elevato dei nostri desideri di profitto e gratificazione materiale: la libertà di chi si sente veramente libero solo se sono tutti liberi, la giustizia, l’uguaglianza, l’indipendenza di giudizio, la coscienziosità, la sollecitudine verso il prossimo, il senso di responsabilità, l’auto-determinazione. L’uomo visto come un bocciolo, un frutto non ancora maturo, un potenziale inespresso, un divenire che si compie coralmente, in una comunità, non nel supponente isolamento dagli altri, che all’opposto ci rende più vulnerabili all’autoinganno, all’egoismo, alla superbia, alla paura, alla violenza aggressiva propria di chi separa ciò che è interconnesso.

L’America non doveva essere una sacra Heimat ma, più propriamente, una comunanza di coscienze e di sodali nello spirito più esoterico del motto “E pluribus unum”: “Da molti, uno”. Lo si evince dagli scritti di Washington, Madison, Jefferson, Paine e, più tardi, di Lincoln, Frederick Douglass, Emerson, Thoreau, Whitman, Martin Luther King e dei fratelli Kennedy, che sapevano conciliare considerazioni di natura sinceramente spirituale e finalità puramente pragmatiche.

La loro America doveva essere un paese prospero ma anche un luogo dell’anima – intesa come un potere della coscienza di cui siamo ancora scarsamente consapevoli –, una regione del pianeta privilegiata, in cui le persone dovevano avere la possibilità, i mezzi ed il diritto di cercare la verità, ascoltare le proprie coscienze, coltivare la vita interiore e lavorare assieme per il bene comune. Questa dimensione spirituale era centrale ed è innegabile (Needleman 2002).

L’America si è dotata di una specifica forma di governo che doveva permettere ai suoi cittadini di migliorarsi e di migliorare la vita umana sulla Terra, nella convinzione che, senza una rivoluzione dello spirito, se non cambia l’interiorità, se non si trasformano le teste delle persone, ogni cambiamento esterno non farà altro che perpetuare l’ingiustizia e l’autoritarismo in forme diverse. Questo perché l’ingiustizia proviene dall’uomo – dalle menti e dai cuori delle persone –, non dalle circostanze.

L’America non si è ancora dimostrata all’altezza delle sue aspirazioni. Nel dopoguerra le forze anticostituzionali hanno cominciato a prendere il sopravvento. Hanno ucciso, hanno cospirato. Ma lo spirito della Costituzione e della Dichiarazione di Indipendenza è indomito, perché fa parte della natura umana e perché rappresentano il preludio alla trasformazione planetaria delle coscienze che sta avendo luogo grazie a Internet e alla globalizzazione.

SVIZZERA

La sensazione di essere impegnati in un percorso storico distinto (Sonderfall Schweiz), la fierezza dell’aver adottato stili di vita corretti e creato istituzioni degne del più alto ideale sociale. Questo orgoglio, a sua volta, spiega il tono facilmente moralizzatore delle analisi sugli affari del mondo, la convinzione di essere nel giusto, la severità esemplare riservata ai trasgressori dell’ordine costituito ed un atteggiamento accondiscendente nei confronti degli stranieri e dell’estero.

André Reszler

La libertà non è una semplice idea, è una dimensione dello spirito, un sentimento che si può avvertire fisicamente e che richiede disciplina, coralità, volontà comune. La Svizzera è stata giustamente lodata per i suoi progressi nel campo della libertà fin dalle sue origini, che risalgono al suo reciso rifiuto del progetto imperiale asburgico.

Ci sono anche stati dei grossi passi indietro nella sua storia, come l’eugenetica, l’infame trattamento riservato a jenisch ed ebrei, l’esasperante lentezza con cui è stata riconosciuta la parità tra uomo e donna (più che compensata dal semi-monopolio femminile degli ultimi anni sulla presidenza confederale), la gravissima ritrosia a combattere l’iniquità del sistema bancario elvetico e una perdurante riluttanza ad assumere un ruolo guida nel mondo che non si limitasse all’ambito finanziario.

Come l’America, anche la Svizzera, concentrandosi sulla mondializzazione materialista, ha tradito la sua vocazione e la sua missione nel mondo, ha sprecato un capitale di autorevolezza.

In un mondo che aveva e ha un estremo bisogno di serenità e generosità, ha aperto le porte ai rifugiati ed immigrati, ma non si è attivata diplomaticamente per curare alla radice i mali che causano le migrazioni di massa.

La Svizzera è il solo stato nella storia ad aver aderito alle Nazioni Unite a seguito di un referendum popolare. È la nazione che ha sperimentato la democrazia diretta, mostrandone le virtù ed i limiti, a vantaggio di tutti.

Di speciale rilievo è il suo successo nel tenere assieme nazioni, lingue, confessioni diverse. Se la Svizzera ce l’ha fatta, ce la potrà fare anche l’umanità.

Il carattere multiculturale, multilingue e cosmopolita della società elvetica – è il quarto paese più globalizzato al mondo – ha fornito e continuerà a fornire un contributo essenziale al dialogo tra le civiltà, che oggi è indispensabile per una riforma democratica delle istituzioni internazionali.

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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