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Viaggiare leggeri – nomadismo sociale in Sudafrica
Sleepover by Tim (and Julie) Wilson - CC BY-NC-SA 2.0

Viaggiare leggeri – nomadismo sociale in Sudafrica

Appare sempre più chiaro che il tema vero è come smettere di essere ciò che si fa e cominciare a fare ciò che si è. Da questo non si scappa. E se si scappa, non si arriva da nessuna parte

Erano altre le idee per questo primo articolo. Ma stamattina, dopo aver letto su facebook l’ennesimo sfogo di un genitore italiano, stanco per le difficoltà di crescere i suoi bambini senza l’aiuto di una famiglia (nel senso ampio del termine: nonni, zii, cugini) o di una rete sociale efficace (vicini, colleghi, conoscenti, ecc.), ho deciso di scrivere qualcosa di diverso. Qualcosa che possa in qualche modo far venire la voglia di cambiare, anche se solo una piccola abitudine apparentemente insignificante.

Da quando siamo arrivati a Johannesburg, una cosa ci ha alleggerito di molto la vita. E, si sa, se una singola persona è felice e leggera, ci sono molte più probabilità che anche la sua famiglia lo sia. Ed i suoi amici. E la sua città. Mi fermo perché sapete come va avanti. Una sorta di “meno stress ad effetto cascata”.
Lo chiamano “sleepover”, ed altro non è che l’abitudine consolidata di lasciare che i bambini rimangano a dormire a casa dei loro amichetti. Una notte, di solito il venerdì o il sabato. Per poi ricambiare il favore la volta successiva.

Per noi, nuovi emigrati senza parenti in loco, è stata senza ombra di dubbio una delle migliori abitudini di vita locali da imitare. Fa bene ai genitori, che finalmente possono vivere momenti in coppia, da soli, e tirare il fiato.
E fa ancora meglio ai bambini, che hanno la possibilità di vivere una realtà diversa, anche se solo per un giorno (e una notte).
Non c’entra il fatto di potersi permettere o meno una babysitter. Qui la maggior parte della popolazione (bianca o ricca) ha una signora, in casa, 24 ore al giorno. Quindi il significato deve per forza essere un altro e più importante.
Allontanandosi dalle mamme-elicottero (Hubschrauber-mutter, perché stanno sopra alla testa dei loro bambini come degli elicotteri, e volano solo e sempre in tondo: mia figlia crea delle definizioni che rendono l’idea, vero? 😉 ) e vivendo una specie di mini-vacanza.

Perché non a Trento? Perché non a Parma, come il papà che ha dato spunto a questo articolo? Scrive: “No, qui non si può fare una cosa del genere, han tutti la puzza sotto il naso, son chiusi”. Beh, in quanto a chiusura non è che Trento sia seconda a nessuno, penso istantaneamente. “In Italia non si usa”.

Insomma, volendo, le scuse ci sono. Anche, qui, eh, a cercarle. E, mi chiedo, perché non iniziare? Perché non essere i primi ad invitare a casa l’amica del cuore della figlia? Qui si vanno a prendere (o si accolgono) il venerdì pomeriggio, certe volte direttamente dalla scuola (al sabato è chiusa) e si riportano a casa prima o dopo il pranzo del giorno successivo. Dipende, non ci sono regole fisse, ci si mette d’accordo di volta in volta. Si fa anche di pomeriggio, spesso. Una mamma, quando va a prendere i figli a scuola, si porta a casa anche un amica/o. Fanno i compiti assieme (anche se sono in due classi diverse), poi giocano e ritornano a casa. Un girotondo di bambini.

I vantaggi sono moltissimi, a partire dal maggior tempo a disposizione dei genitori, chiaramente.
Ma, a mio parere, chi ne beneficia maggiormente sono i figli e, a lungo termine, la società intera. Bambini un po’ più nomadi, che da grandi avranno meno paura dei cambiamenti. Bambini che si adattano più facilmente, che imparano a stare assieme, condividere, conoscere e amare le diversità. Famiglie che si aiutano tra loro, cambiando lentamente ma inesorabilmente le nostre città, e rendendole più umane.

La costruzione di una rete sociale di aiuto reciproco (in caso di malattia, o anche solo di un nuovo nato in casa, con tutto ciò che ne consegue).

Viviamo in una megalopoli di 8 milioni di abitanti, una delle città più pericolose del mondo.

Potremmo scegliere di chiuderci a guscio nelle nostre case, trincerati dietro filo spinato e corrente elettrica (ehm, già lo siamo). Oppure di aprirci, di riprenderci le strade, di smettere di avere paura.
Sentirsi meno soli, più umani.
Ecco, il mio primo articolo da quaggiù, all’inizio dell’autunno e del freddo delle notti africane, vuole essere un esempio concreto per alleggerirsi la vita, per viaggiare leggeri.
Ringrazio Sabine Eck per avermi regalato il suo titolo, per la sua concreta saggezza e per aver riassunto alla perfezione ciò che cerchiamo di vivere tutti i giorni. Queste le sue regole per bambini (e genitori, zii, amici) nomadi. Anche se vivono per tutta la vita nello stesso luogo. Nomadi dentro.

About Claudia Dallabona

Corrispondente da Johannesburg, Sudafrica

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