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Del temperamento di Gaia – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare il mutamento climatico
ghiacci artici il 5 settembre 2012 e 2014

Del temperamento di Gaia – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare il mutamento climatico

Il riscaldamento globale prosegue.

Met Office, 2008

La recente pausa del riscaldamento globale: quali possono essere le cause?

Met Office, 2013

Prima tiriamo ad indovinare…non ridete, è proprio così che facciamo!…Poi calcoliamo le conseguenze dell’ipotesi, se fosse vera. Dopodiché mettiamo a confronto questi risultati con i dati osservati. Se non sono in accordo con gli esiti dell’esperimento, allora sono sbagliati. Questa è l’essenza del fare scienza. Non importa quanto sia bella la tua ipotesi, quanto sei sveglio, chi ha concepito l’ipotesi, quale sia il suo nome – se l’ipotesi non è in accordo con gli esperimenti, allora è sbagliata. E questo è quanto.

Richard Feynman, Nobel per la Fisica

identico riscaldamento con tassi di emissione radicalmente differenti

identico riscaldamento con tassi di emissione radicalmente differenti

Il campo del cambiamento climatico è affascinante proprio per le razioni illustrate dal grande Feynman. Si sono fatte delle ipotesi, si sono costruiti dei modelli e ora si constata se le temperature e gli eventi climatici in genere sono in linea con le attese.

Stando ai sondaggi, una maggioranza di europei e di americani non considera la lotta al cambiamento climatico come una priorità.

Ciò dovrebbe sorprenderci, se pensiamo all’immenso investimento globale in campagne di sensibilizzazione e di educazione. I sondaggisti osservano che ormai le opinioni si sono politicizzate. Chi è di destra tende ad essere scettico, chi è di sinistra tende a sostenere AGW (Anthropogenic Global Warming: riscaldamento globale causato dall’uomo).

È un peccato perché, grazie a Internet, chiunque può visionare i dati, la loro qualità e coerenza, e farsi un’idea à la Feynman (scienza è credere nell’ignoranza degli esperti).

Ecco un po’ di dati.

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In questo diagramma degli andamenti delle temperature globali, le linee grigie sono quelle ricavate partendo dai dati storici. Quelle colorate sono proiezioni al computer basate su 4 scenari di emissione (nelle analisi predittive 4 scenari sono spesso più che sufficienti). La linea nera è la resa grafica di 4 set di dati rilevati indipendentemente gli uni dagli altri. Sono i dati ufficiali presi in considerazione dall’IPCC.

Come si vede, su 138 modelli adottati dall’IPCC, la quasi totalità delle proiezioni giace sopra la linea nera. Hanno previsto aumenti di temperatura che non si sono verificati.

La realtà è che il clima è un fenomeno estremamente complesso, con un nugolo di meccanismi di feedback e compensazione che i climatologi non sono ancora riusciti a capire. La climatologia è una scienza ancora in fasce.

Il catastrofismo climatico ha avuto origine dalla previsione che le temperature sarebbero aumentate di 2°C entro il 2100.

Nonostante le formule rituali, solo UE e Australia si sono impegnate a rispettare il Protocollo di Kyoto nato (1997-2005) come risposta a questo allarme climatico.

Il resto del mondo sembra aver preso atto del fatto che lo sviluppo è una cosa buona, che la crescita del livello degli oceani è in rallentamento del 30%, i ghiacci polari sono in espansionee che comunque il riscaldamento si è assestato sui 0,0046°C di crescita annua dal 1850 in poi (c. 0,75°C complessivamente), con le temperature globali che si si sono stabilizzate o sono in leggerissimo calo dal 1996 (RSS) o dal 2001 (HADCRUT4), anche se le emissioni umane di anidride carbonica crescono del 3% l’anno.

L’IPCC considera questo incidente un evento episodico.

Va detto però che, come si può notare, non c’è alcuna sostanziale differenza tra gli andamenti delle temperature globali compresi tra l’uscita dalla Piccola Era Glaciale e la seconda guerra mondiale, e quelli del dopoguerra, quando le emissioni umane sono drammaticamente aumentate.

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 ANIDRIDE CARBONICA (CO2)

La domanda che molti si pongono è: perché i governi dovrebbero impostare le loro politiche fiscali, economiche ed energetiche in funzione di modelli al computer che hanno chiaramente dimostrato di essere inaffidabili?

Una risposta è che, indipendentemente dalle tendenze, è sempre una buona cosa ridurre il proprio inquinamento.

Il problema, però, è che, a parte il fatto che gli interventi umani non hanno influito neppure infinitesimalmente sulla progressione della CO2,  e che la Germania, per rinunciare al nucleare è stata costretta a inaugurare nuove centrali a lignite ad altissimi tassi di emissione perché le rinnovabili da sole non bastano minimamente, l’anidride carbonica non solo non è un gas inquinante, ma è indispensabile alla sopravvivenza della vita su questo pianeta (fotosintesi clorofilliana).

Durante le glaciazioni il livello di concentrazione di anidride carbonica crolla e la flora si estingue, lasciando il posto a tundra e deserti freddi. Poiché dipende dall’agricoltura la civiltà umana, per fiorire, ha bisogno di livelli di CO2 relativamente alti, ossia di un clima mite o caldo. Le foreste amano il caldo, non il freddo.

Tra parentesi, se proprio vogliamo essere pignoli, i dati paleo-climatici indicano che la CO2 segue l’andamento delle temperature, invece di precederlo (il suo incremento è un effetto, non una causa).

GHIACCI POLARI

Un’altra replica è che lo scioglimento dei ghiacci polari ridurrà il coefficiente di rifrazione dei raggi solari, o albedo: la neve fresca ha un’albedo di 0,80, mentre una lavagna nera ce l’ha di 0,15 (avere una casa scura nel Nord Europa è utile perché assorbe i raggi solari e si scalda, mentre nei climi torridi è meglio una casa bianca, che li riflette). Il nostro pianeta oscilla tra 0,37 e 0,39, ma lo scioglimento o l’espansione delle calotte glaciali può alterarla drasticamente e fare la differenza per la nostra civiltà.

Per il momento lo scioglimento dei ghiacci non ci deve preoccupare. Quelli antartici stanno crescendo a livelli record e quelli artici sono in buona salute.

Semmai il problema è che un’albedo in crescita potrebbe innescare una glaciazione.

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GLACIAZIONI

Il 70% della superficie terrestre è fatto di acqua. Per far bollire l’acqua non devo continuare ad alzare il fuoco sotto la pentola. Quando spengo l’acqua non torna subito a temperatura ambiente. Se abbasso la fiamma l’acqua continua a bollire, forse non altrettanto vigorosamente, ma continua a farlo comunque. È per questo motivo – l’acqua – che non esiste una correlazione immediata tra attività solare e temperature sulla Terra.

Se l’aumento di 0,7-0,8°C dal 1860 fosse dovuto unicamente alla rivoluzione industriale, allora se la annullassimo con la decrescita e la deindustrializzazione (ossia con uno specicidio dell’umanità) in teoria dovremmo ritrovarci in una Piccola Era Glaciale, un evento davvero spiacevole e letale.

È invece probabile che il principale responsabile del riscaldamento globale e della PEG sia stato il Sole, che sta andando in ibernazione (BBC, NASA) con conseguenze potenzialmente nefaste per l’Europa e il Nord America, specialmente se la Corrente del Golfo dovesse continuare il suo rallentamento.

La questione cruciale diventa allora un’altra.

Se il mutamento climatico dovesse volgere al freddo, quanto tempo ci vorrebbe prima di subirne gli effetti?

Non molto. Le transizioni tra interglaciali e glaciazioni e vice versa si verificano bruscamente.

Le stime variano, ma si parla di variazioni di molti gradi centigradi (da 3 a 15) nel giro di un intervallo che può durare da pochi mesi a poche decenni: Quanto tempo ci vuole per passare ad una fase glaciale?

 

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)
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