Propaganda e trasparenza

Propaganda e trasparenza

In un certo senso il tipo di propaganda a cui siamo sottoposti è tonificante per lo spirito. Esprime un potenziale dissacratorio che evidenzia l’assurdità della propaganda in generale.

Pensiamo alla credibilità del rappresentante di una nazione coinvolta in media in una guerra ogni 3-4 anni, che tiene aperta Guantánamo sul territorio di una nazione sovrana che ha già tentato di invadere (Baia dei Porci e Operazione Northwoods) e che tiene sotto embargo da decenni, nonostante la condanna di tutte le nazioni del mondo – salvo Israele (e 3 astenuti: Palau, Micronesia e Isole Marshall). Questo personaggio dichiara candidamente: “Non si può agire con i metodi del XIX secolo nel XXI secolo, invadendo un altro Paese con motivi costruiti e pretestuosi”. Non è surreale?

O pensiamo all’accusa di voto delegittimato dalla presenza di soldati stranieri (e l’Afghanistan, l’Iraq, il Kosovo?); alla condanna della secessione della Crimea (e il Kosovo?); alla condanna delle manifestazioni di protesta nelle maggiori città ucraine del sud e dell’est contro un governo giunto al potere grazie a proteste che hanno fatto uso di molotov, catene, sbarre e armi da fuoco (e a una procedura di impeachment incostituzionale in almeno tre passaggi chiave).

Cosa possono pensare i cittadini europei e statunitensi di rappresentanti politici che approvano l’uso della forza per abbattere dei governi democraticamente eletti con scrutini ritenuti validi dagli osservatori internazionali (Kiev, Cairo), ma reprimono duramente le manifestazioni nonviolente nelle capitali delle democrazie occidentali?

Russi e cinesi sanno bene di essere immersi in un ambiente pregno di propaganda: esiste un solo russo che non abbia riconosciuto le uniformi delle forze speciali del suo paese in Crimea, bevendosi le smentite di Putin?

È però solo dall’11 settembre in poi che lo stanno scoprendo anche gli abitanti del cosiddetto Occidente (che a ben guardare è l’Oriente dell’Estremo Oriente).

Armi di distruzione di massa, tecniche di interrogatorio avanzato, cambio di regime, guerra al terrore, danni collaterali, responsabilità di proteggere, governi di transizione destinati a restare al potere per anni (es. Kiev), ecc.

Ci stiamo rendendo conto che molti hanno bisogno di tutto questo, probabilmente per sentirsi bene con loro stessi e con gli altri. Cercano capri espiatori e si sforzano di ignorare quella vocina che insinua il sospetto che non ci sia una parte giusta, in questa e tante altre storie, e che per ogni Anna Politkovskaya, esistono un Michael Hastings o un Gary Webb (non succede solo in Italia).

La dissonanza cognitiva si fa insostenibile per greci, italiani, ciprioti, spagnoli, irlandesi e portoghesi, quando sentono dire che il miglior futuro dell’Ucraina è con Bruxelles, descritta come “modello di governance da prendere a esempio”, con buona pace delle decine di milioni di europei che lottano contro il precariato, la disoccupazione, l’indebitamento, perfino nella stessa virtuosa Germania, o nei paesi nordici.

Assistiamo attoniti alle denunce della corruzione dei precedenti governanti ucraini mentre la Commissione Europea ammette che ogni anno l’Unione perde 120 miliardi di euro a causa della corruzione (quasi certamente una stima fin troppo generosa), ma si rifiuta di pubblicare il rapporto sulla corruzione all’interno delle sue stesse istituzioni, in contrasto con quelli che erano i propositi iniziali e a detrimento della sua già traballante reputazione.

È la trasparenza asimmetrica: si pretende che sia praticata in basso ma si reclama una necessaria privacy in alto, nonostante una reazione popolare di sdegno che si esprime in crescenti consensi per la destra radicale anti-Bruxelles.

Quando Putin viola le norme internazionali lo fa senza usare eufemismi, senza appellarsi a nobili cause, senza cercare pretesti. I militanti della destra ucraina vogliono marciare sulla Crimea? Lui organizza delle manovre militari che gli permettono di far affluire nottetempo le forze speciali in Crimea, fa indire un referendum che sa già di vincere anche senza i brogli (tenuto conto dei risultati elettorali degli ultimi 20 anni) e si annette una penisola che era russa dal 1774. Il tutto in un paio di settimane e senza spargimento di sangue.

L’Occidente, quando compie azioni dello stesso tenore, oppure quando si astiene dall’intervenire laddove dovrebbe farlo (es. Palestina, Bahrein, Congo), s’impegola in una ragnatela di ipocrisie, mezze verità, menzogne spudorate, propaganda asfissiante (editoriali, tweet delle ambasciate, campagne virali come “Kony 2012” o “Io sono ucraina”, ispirate e finanziate dal Council on Foreign Relations e dal National Endowment for Democracy, produzioni di Hollywood, ecc.), traduzioni studiatamente alterate delle dichiarazioni dei nemici di turno (Iran, Libia), hitlerizzazione di ogni oppositore. Così facendo s’intossica di visioni distorte della realtà, finisce per credere alle proprie fantasie, al proprio marketing e questa illusorietà può indurre a fare il passo più lungo della gamba.

Putin sta vincendo tutte le partite internazionali unicamente perché non ha mai avuto la pretesa di incarnare il bene e non ha mai nascosto di voler fare prima di tutto gli interessi russi e delle elite eurasiatiche che lo hanno portato al potere.

Forse è una scelta di lucidità.

Le campagne di propaganda virale occidentali sono state ben presto smascherate. Nel giro di poche ore, grazie al Web, circolavano analisi dettagliate dei finanziatori, del background dei produttori e degli attivisti, del contesto in cui si sviluppava un certo appello alla mobilitazione. Game over.

Chi è meno deprecabile? Chi non crede che le sue azioni siano corrette, giuste, legittime a prescindere (Russia, Cina), o chi si considera buono per diritto acquisito (UE), oppure per un destino manifesto (USA, Israele), e chiama “bene” le iniquità che compie?

L’Occidente deve tornare a dare il buon esempio – l’esempio della diplomazia, del progresso comune, della ricerca del vero – e lo potrà fare solo quando si svestirà di questi panni inquisitoriali e lascerà che i principi della trasparenza e dell’informazione obiettiva, tornino a guidare le sue azioni.

Russi! Ucraini! Fate l’amore, non la guerra

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Romeo russo, Giulietta ucraina

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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