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Maroni (Lombardia), Kompatscher (Sudtirolo), Rossi (Trentino) e il Risorgimento 2.0

Maroni (Lombardia), Kompatscher (Sudtirolo), Rossi (Trentino) e il Risorgimento 2.0

Se prevarrà il modello metropolitano verticalista-centralista, le aree rurali e montane saranno messe ai margini.

Lorenzo Dellai, 5 aprile 2014, Trentino.live

Ho il sospetto di aver assistito a un piccolo evento storico, lanciato senza troppe fanfare.

Un leader sudtirolese e un leader leghista che s’impegnano a cambiare l’Italia invece di abbandonarla al suo destino, senza indulgere in prevedibili e non sempre adeguatamente informate invettive contro il Sud: fantastico!

Ospiti di «Trentino.live», i tre presidenti di Lombardia, Trentino e Alto Adige hanno annunciato pubblicamente a Trento la loro inedita alleanza federalista che ha trovato espressione in un’elaborazione congiunta (con la Valle d’Aosta) sul regionalismo a geometria variabile per far fronte comune contro l’ulteriore spinta accentratrice e autoritaria impressa dal nuovo governo anche grazie al sostegno di Silvio Berlusconi.

Ecco, in sintesi, i momenti secondo me più salienti delle riflessioni dei tre protagonisti sul tema autonomismo-federalismo.

Ugo Rossi

Il governo non deve credere di poter usare la crisi e certi episodi di malcostume della politica locale per accentrare poteri e risorse. Il giusto modo di agire da parte di un potere centrale è quello di premiare chi ha gestito bene la cosa pubblica a beneficio della collettività locale e nazionale, assegnando maggiori prerogative ai virtuosi, invece di punire tutti indiscriminatamente.

Serve un’alleanza autonomista per le riforme costituzionali ma anche per una macroregione alpina europea.

Il ritorno ai nazionalismi sarebbe una sciagura.

Roberto Maroni

La Lombardia ha dimostrato di essere in grado di autogovernarsi e per questo si merita lo stesso statuto di autonomia riconosciuto alla Sicilia.

Al termine di questo mandato non mi ricandiderò, perché è un impegno davvero snervante e perché, una volta che un buon lavoro è stato avviato, non c’è ragione di pretendere di essere quello che lo porta a termine. Se chi verrà dopo crede nella politica come servizio alla comunità, ha cervello e buona volontà, allora mi potrò dedicare ad altre occupazioni a cuor leggero.

Arno Kompatscher

La cattiva gestione locale è dovuta anche al mancato completamento della riforma federale. Le nazioni federali in genere funzionano meglio in tutto il mondo: favoriscono chi fa bene e mettono sotto esame chi sgarra. Trentino, Alto Adige e, in prospettiva, la Lombardia possono diventare un laboratorio per altre aree.

Maroni ha anche denunciato lo strapotere dei poteri finanziari che ormai, con il fiscal compact, hanno fatto strame del principio del “no taxation without representation” (l’imposizione fiscale è legittima solo se l’elettorato può vigilare e decidere su come i suoi soldi vengono spesi).

Questo punto merita un approfondimento. Ho notato che molti non hanno colto il nesso tra centralismo e globalismo in tutti i suoi risvolti.

I grandi agglomerati finanziari sono, di fatto, delle entità statuali iper-verticistiche e trans-nazionali, dei veri e propri feudi con tentacoli planetari. Gli azionisti sono i loro cittadini. Questo è il modello prediletto da chi non vuole impicci mentre si arricchisce a spese altrui.

Stati-nazione e organizzazioni transnazionali come l’Unione Europea sono costretti a conformarsi a questo modello.

I separatismi sono ben visti se portano alla creazione di mini-stati centralisti e nazionalisti o se comunque dividono e contrappongono le popolazioni, una città-stato contro l’altra, una signoria contro l’altra, un’etnia contro l’altra.

Il federalismo è invece anatema, perché è l’attuazione istituzionale del principio dell’unità nella diversità.

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Questa concezione neofeudale o neo-sumerica è perfettamente compatibile con la creazione di città metropolitane che governano sui dintorni (il “contado”) senza che, per esempio, gli abitanti di Scandicci, Sesto San Giovanni, Fiumicino e San Lazzaro di Savena possano eleggere il “loro” presidente.

È una visione espropriativa del diritto di rappresentanza.

I criteri guida di questo millennio dovrebbe essere ben altri; anti-paternalisti e incentrati sul concetto di cittadino-sovrano (una vera e propria rivoluzione antropologica e politica che deve guidare le nostre azioni in questi anni):

– non lasciare che chi ti governa tenga in mano tutto le carte;

– cerca di sviluppare le capacità e il cuore (la coscienza) per essere padrone del tuo destino, capitano della tua anima, sindaco/presidente di te stesso, un cittadino sovrano che stringe rapporti di cordiale cooperazione con altri cittadini sovrani, in nome del bene comune;

– diventa il cambiamento che vuoi vedere nel mondo partecipando attivamente al mutamento come si sviluppa nel mondo, senza attendere una figura paterna, veterotestamentaria, che ti dica cosa sia nel tuo interesse (Gesù il Cristo non ha mai controllato, manipolato, ricattato, comprato, comandato);

– partecipa alla creazione di comunità di cittadini sovrani che formino una rete planetaria e scoprano che l’armonia è possibile anche in comunità più grandi, se c’è il rispetto della diversità e se l’altruismo vince sull’egoismo;

– partecipa alla costruzione di un villaggio globale in cui il naturale desiderio di unirsi per prosperare non sia dirottato verso forme di integralismo religioso, politico ed economico che conquistano con la forza e con il ricatto, invece di persuadere con il buon esempio.

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Kompatscher, Rossi e Maroni hanno ragione: è giunto il momento di dar vita a coordinamenti più ampi di comunità.

Non basta agire localmente e pensare globalmente. Occorre pensare e agire su entrambi i piani. È giusto difendere e valorizzare ciò che è locale, restando però consci del fatto che non possiamo farcela senza fare rete, una rete che trascenda la logica social-darwinista dei mercati.

La missione di una futura macroregione alpina dovrebbe essere quella di portare a compimento una rivoluzione federalista: l’obiettivo è quello di riconoscere l’autonomia a tutti, ossia condividerla, per renderla efficace ed effettiva a livello planetario.

La via più sapiente è quella dell’autonomismo (devolution) e del dialogo, del confronto ragionato, dell’unità nella diversità, del rifiuto del muro contro muro.

Nell’autonomia vissuta io conto, le mie decisioni possono fare la differenza, perché sono mie; non sono trascurabile, la mia volontà ha un peso. Mi si devono delle spiegazioni, posso esprimere il mio parere, posso contestare quello altrui, ho diritto di poter ascoltare il parere altrui, di prendere parte alla vita della comunità.

In questo risiede la mia dignità, nel fatto che sono imprevedibile perfino a me stesso, sono solo parzialmente determinato dal mio corredo genetico e dal mio ambiente socio-culturale, c’è qualcosa in me che è unico e che è in larga misura inespresso. Sono un progetto, un lavoro in corso, posso e debbo riflettere su chi sono, da dove vengo e dove voglio andare. Posso scegliere, mi creo e ricreo ogni giorno e non sono un prodotto, un manufatto, una merce, un burattino, un automa. Non sono la proprietà di nessun altro, neppure della mia comunità, di una casta, della società o dello Stato.

Nessuno mi può trattare come un bambino o un animale domestico se sono un adulto e mi comporto come tale, facendo emergere il meglio di me a beneficio della comunità e, indirettamente, del villaggio globale e della civiltà umana.

 

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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