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La Mitteleuropa si avvicina a Mosca: implicazioni per il Trentino-Alto Adige e l’Italia
Gerhard Schroeder, Vladimir Putin, Jacques Chirac

La Mitteleuropa si avvicina a Mosca: implicazioni per il Trentino-Alto Adige e l’Italia

I colloqui tra Angela Merkel e Vladimir Putin valgono il loro peso in oro.

Dmitry Peskov, portavoce del presidente Putin

Io condivido alla lettera quello che ha scritto Sergio Romano sul Corriere, quello che ha scritto Kissinger sul Washington Post, cioè: l’idea che l’Ucraina possa essere o dell’uno o dell’altro è un’idea assolutamente folle. L’ultimo atto del mio governo, insieme ai francesi e, credo, anche ai tedeschi, fu quello di votare contro l’entrata nella Nato dell’Ucraina con un discorso europeo che era estremamente serio, dicendo qui è cultura russa e cultura europea assieme, o noi dilaniamo il Paese  o dobbiamo avere un assoluto accordo fra Russia e Europa. Cioè: “Ucraina non come campo di battaglia ma come ponte”, sono le parole che io ho utilizzato nell’ultimo colloquio che ho avuto con Putin. Si è inserito qui un altro problema, incredibile, che l’Europa così divisa, così pasticciata, fa sì che adesso i protagonisti siano la Russia e l’America, e l’Europa è solo un protagonista secondario.

Romano Prodi, 15 marzo 2014

Ogni volta che l’Occidente ha percorso la strada del cambiamento di regime …. Lo ha fatto in Iraq: catastrofe. Lo ha fatto in Libia: disastro. Lo ha fatto in Siria; un altro disastro. Bisogna pensare prima di tutto alla gente.

Dominique de Villepin sull’Ucraina, 20 febbraio 2014

Questo articolo esamina il recente riposizionamento della Mitteleuropa lungo l’asse geopolitico Parigi-Berlino-Mosca (PABEMO).

Pur non attraversando l’Italia, l’asse PABEMO è cruciale per il nostro futuro. Il Trentino Alto Adige si trova alla periferia della Mitteleuropa e perciò le decisioni prese a Berlino, Francoforte e Monaco di Baviera in materia di  rapporti internazionali esercitano un importante impatto locale sia in modo diretto (attraverso il gruppo linguistico tedesco) sia indirettamente (le reazioni/aggiustamenti di Roma).

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Il 6° Festival di Geopolitica di Grenoble  si terrà dal 3 al 6 Aprile 2014 e avrà per tema: Eurasia, il futuro dell’Europa?

La zona di libero scambio eurasiatica è, di fatto, alternativa al Patto Atlantico, e prevede un accordo con la Russia che emancipi l’Unione Europea dal protettorato americano e la risollevi dalla sua immeritata condizione di avatar della Casa Bianca. I critici di questo progetto osservano che ha poco senso passare da un padrone all’altro. I sostenitori ribattono che non si tratta di un’integrazione, ma di un partenariato (Sergio Romano) che permetterà alla Russia di evolvere da democrazia in gestazione a democrazia compiuta – man mano che la classe media si espanderà e diventerà più esigente e più critica – e all’Unione Europea di lasciarsi alle spalle il Washington consensus, in favore di un approccio multilaterale e post-imperiale e di un’alleanza transatlantica tra pari, dopo lo scioglimento della NATO (For a New World Order to live well). La parodia dell’intesa tra i tre statisti (stooge = spalla di un comico / tirapiedi) chiarisce il punto di vista americano.

Questo era ed è ancora il piano delle élite franco-tedesche (e non solo: cf. Bruno Kreisky, Olof Palme e Willy Brandt; ma anche Putin e Medvedev), di sinistra e di destra, per il dopoguerra. Gli sbandamenti degli ultimi anni sono considerati una parentesi, per una serie di validissime ragioni:

a) Innanzitutto, l’interdipendenza tra l’economia russa e quelle dell’Unione Europea è fortissima. Berlino non l’ha mai nascosto; Parigi ha cercato di farlo, ma le politiche di François Hollande, che ha letteralmente distrutto l’economia della Francia, rendendo questa potente e orgogliosa nazione finanziariamente ricattabile dagli oligopoli bancari quasi quanto l’Italia (cf. Barbara Spinelli, “Il giudizio universale di JPMorgan“) e gli Stati Uniti, sono state punite con una severità quasi senza precedenti alle elezioni municipali. Alle Europee andrà anche peggio. Intanto al potere è arrivato Manuel Valls, un “socialista” che piace molto di più alla destra che al suo stesso elettorato. Non finirà bene.

b) La soluzione “finlandese” alla crisi ucraina, nel segno del federalismo – 4 cantoni: Lviv (Occidente), Kyiv (Centro) Kharkov (Est), Odessa (Sud) – e della neutralità, riscuote i favori di Mosca, di Berlino e perfino di due vecchie volpi atlantiste come Kissinger e Brzezinski, che vogliono evitare a tutti i costi uno scontro armato tra l’aquila americana e l’orso russo.

c) La Russia non sarebbe migliore senza Putin; potrebbe anzi essere addirittura peggiore.

d) È arrivato il momento di porre fine alle rivalità tra la Russia e l’Occidente che si protraggono ormai da due secoli: prima tra Londra e Mosca, al tempo degli imperi; poi tra Washington e Mosca, dopo la rivoluzione del 1917 e fino ad oggi, con l’intermezzo pangermanista tra 1917 e 1945. Il fatalismo di Samuel Huntington può attagliarsi a nazioni e culture immature, tendenzialmente autarchiche, xenofobiche e superbe ma è un atteggiamento puerile in un mondo di interdipendenze, scambi e circolazione istantanea e capillare dell’informazione.

e) È anche arrivato il momento di sanare il vulnus del tradimento della parola data a Shevardnadze e Gorbaciov (che è favorevole all’annessione della Crimea, che per lui corregge l’errore compiuto al tempo della donazione sovietica all’Ucraina) da James Baker (e da Helmut Kohl), il quale aveva assicurato che la NATO non avrebbe mai incorporato l’Europa orientale. Berlino sa che è stato fatto un enorme torto a Mosca e che la proposta di far entrare la Georgia e l’Ucraina nella NATO viene vista dai russi come una beffa e come una minaccia. Per questo, nel 2006, Parigi e Berlino si erano opposte a questa possibilità.

f) La mediazione e la riconciliazione debbono essere le parole d’ordine di un’organizzazione che ha vinto il Nobel per la Pace nel 2012 e che può cogliere quest’occasione storica per ripensare il mondo che verrà, dopo l’implosione del sistema corrente – dollaro-centrico e City-centrico.

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Berlino ha imboccato questa strada, al di là di quelle che possono sembrare le apparenze e le distorsioni dei media, come nel caso dell’attribuzione ad Angela Merkel di una frase mai pronunciata: “non sono sicura che Putin sia ancora in contatto con la realtà” quando invece la cancelliera intendeva: “Putin vede la situazione in maniera radicalmente diversa [e per questo stiamo pensando di organizzare una missione OCSE di verifica sul terreno]”.

Che il vento sia cambiato in Mitteleuropa ce lo dimostrano una serie di decisioni e prese di posizione:

* La scelta di affidare le relazioni con la Russia alla coppia Steinmeier-Erler indica un gradito ritorno alla Ostpolitik di Willy Brandt;

* Il buon accordo del 21 febbraio, voluto fortemente da Steinmeier, poteva evitare il caos conseguente ad un impeachment e cambio di governo entrambi chiaramente incostituzionali, che hanno permesso a due movimenti antidemocratici di giungere al potere a Kiev;

* Il rifiuto tedesco di comminare sanzioni alla Russia, la contrarietà all’esclusione russa dal G8 e l’insistenza con la quale Angela Merkel cita la necessità di privilegiare ogni strumento diplomatico;

* Il riavvicinamento tra Praga e Mosca, con il presidente ceco che vedrebbe con favore l’ingresso russo nell’UE entro 30 annie un ministro che difende la riunificazione della Crimea alla Russia;

* L’Ungheria non ha condannato la Russia;

* Le dichiarazioni favorevoli alle iniziative russe e critiche di quelle occidentali da parte di 3 ex cancellieri tedeschi: Helmut Schmidt (1974-1982), Helmut Kohl (1982-1998) , Gerhard Schröder (1998-2005);

* la difesa d’ufficio di Putin da parte dell’organo di stampa della “Confindustria tedesca”;

* la propensione austriaca a proseguire con la costruzione dell’oleodotto South Stream indipendentemente dagli umori americani;

* la potentissima CSU bavarese che si schiera con Putin;

* e infine la Svizzera, che non ha aderito alle sanzioni e il cui ambasciatore in Ucraina è stato accusato di essere filo-putiniano.

Difficile credere seriamente che la Russia sia isolata. Tanto più che CinaIndia e Afghanistanhanno preso le parti della Russia.

Il voto sul referendum della Crimea all’assemblea generale dell’ONU (risoluzione 68/39) mostra un’assemblea spaccata a metà. 100 nazioni hanno votato contro l’annessione russa della Crimea, ma 93 (+Israele) non hanno approvato la risoluzione di condanna. Tra queste: Afghanistan, Argentina, Bolivia, Brasile, Cina, Egitto, India, Iran, Iraq, Kenya, Libano, Marocco, Pachistan, RD del Congo, Sud Africa, Uruguay, Vietnam, ossia oltre metà della popolazione mondiale.

Mackinder- Pivot Area (Knox, p.391)

Queste sono le avvisaglie di un sisma geopolitico forse senza precedenti nella storia.

L’obiettivo di Washington (e Londra) sembra essere quello di creare una cintura di “contenimento” della Russia che si estenda dai Paesi Baltici all’Azerbaijan, speculare a quella, in funzione anti-cinese, che dal Giappone raggiunge le Filippine, passando per la Corea del Sud e Taiwan.

Pare che non si riesca a uscire dalla mentalità del “o con noi o contro di noi”, sebbene il collasso di una qualunque di queste potenze porterebbe alla rovina tutte le altre e l’economia mondiale. Si dovrebbero cercare compromessi che evitino una frattura della comunità internazionale (e dell’Unione Europea) tra pro-Washington e anti-Washington,

Eppure gli eventi hanno ormai acquistato una loro inerzia: le sanzioni hanno indotto la Russia a svincolare il suo sistema bancario da quello statunitense, come hanno già fatto Giappone e Cina (che non dipendono da VISA e Mastercard: la JCB giapponese è accettata anche in Italia, specialmente nelle grandi città e dalle grandi catene). Diverse nazioni, tra le quali la Cina e la Germania, stanno accumulando riserve d’oro o richiamando in patria le loro, questo perché tutti gli analisti più accorti si aspettano che il dollaro termini molto presto la sua carriera di valuta di riserva legata al petrolio, con conseguenze certamente catastrofiche, almeno nel breve periodo (Myret Zaki, “La fine del dollaro”, 2011).

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Due esempi possono servire a far capire come sta andando il mondo: * La NASA, ormai impoverita, deve ricorrere al programma spaziale russo, in piena crisi ucraina, per poter mandare nello spazio i suoi astronauti, al costo di 70 milioni di dollari a passaggio; * La visita di Michelle Obama in Cina: l’economia statunitense è alle corde e non può permettersi una rottura con la Cina sull’Ucraina o il Medio Oriente. La “diplomazia gentile” di Michelle è un segnale di debolezza, ma anche di apertura e fiducia negli strumenti nonviolenti del dialogo

Se questa guerra è soprattutto una guerra di persuasione e ha come obiettivo la conquista dei cuori e delle menti dell’opinione pubblica internazionale, allora le quattro intercettazioni delle ultime settimane stanno segnando le sorti dell’Occidente e persuadendo Berlino a rompere gli indugi:

(1) L’insulto della Nuland all’Unione Europea (e alla Germania) – “si fottano!”;

(2) la Ashton che minimizza l’importanza delle dichiarazioni del ministro degli esteri dell’Estonia sul possibile coinvolgimento dell’opposizione ora al governo nelle operazioni dei cecchini di Maidan;

(3) la sconvolgente conversazione telefonica della Timoshenko, che si presumeva fosse la candidata più moderata (si valutino le reazioni dei lettori di Repubblica);

(4) infine quella tra alti ufficiali turchi che pianificavano un falso attentato terroristico ad un cenotafio turco da imputare ai siriani per poter occupare militarmente una parte della Siria.

Ricordiamoci del monito di Dominique de Villepin: se accettiamo che il vero e il giusto siano stabiliti da chi è più forte, prima o poi arriverà qualcuno più forte di noi a spiegarci che non è tenuto a trattarci diversamente da come noi abbiamo trattato gli altri, e ci imporrà il suo arbitrio.

L’eccezionalismo americano si manifesta nella credenza che: “noi siamo la realtà in quanto la creiamo. Noi siamo la storia che si dipana, il domani ci appartiene. Voi siete solo degli spettatori e chi non è con noi è contro di noi”. Questo tipo di internazionalismo “progressista”, a dispetto di slogan e sedicenti valori democratici, ha un carattere fondamentalmente totalitario, perché presuppone il monopolio sulla definizione di ciò che è giusto e sbagliato, di cosa sia superato e cosa sia moderno. È un fervore messianico – “noi salveremo il mondo, a costo di distruggerne una parte” –, tipico dei neocon, che pare aver contaminato l’amministrazione Obama, oramai post-democratica (“non ci sono alternative”: la sostanza della democrazia, il pluralismo, si è dileguata).

Intanto la classe media si sta estinguendo, come prima di lei la classe operaia, e con essa la speranza di vivere in una società post-feudale, non neofascista.

I socialdemocratici tedeschi, i neogollisti francesi, i socialisti latinoamericani e una parte importante della cristianità stanno reagendo a questa deriva, per restituire un necessario equilibrio all’evoluzione della civiltà umana. Anche il Trentino Alto Adige dovrebbe fare la sua parte in questa battaglia contro la hybris, la dismisura.

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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