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Contro i profeti di sventura che azzoppano l’umanità
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Contro i profeti di sventura che azzoppano l’umanità

La risposta di Phil Jones, direttore della Climatic Research Unit all’Università di East Anglia, a Warwick Hughes, che gli chiedeva di condividere i suoi dati per poterli verificare, è illustrativa di ciò che impedisce alla specie umana di prevedere in modo ragionevolmente preciso il suo futuro: “Perché dovrei fornirvi i dati, quando il vostro scopo è quello di cercare di trovare qualcosa che non va?”.

Uno scienziato che nega uno dei due capisaldi della scienza: la trasparenza (l’altro è la neutralità e il rigore nella raccolta dei dati empirici).

Questo non è un problema da poco, se pensiamo che il mutamento climatico, in un verso o nell’altro, sarà decisivo per il futuro della civiltà umana e già ora comporta dei costi: assicurativi, fiscalie di bollette.

Chi ha ragione? Quelli che sostengono che le conseguenze del cambiamento climatico saranno terribili, oppure quelli che ridimensionano l’allarme, notando come le stime dei danni siano scese dal 5-20% allo 0,2-2% del PIL mondiale in soli sette anni: nei nostri sforzi per combattere il riscaldamento ci siamo forse sottoposti all’equivalente economico di una chemioterapia per curare un raffreddore?” (Matt Ridley, WSJ, 27 marzo 2014)

Dunque esaminiamo i fatti:

– Sappiamo che l’anidride carbonica (CO2) è un gas serra.

– Sappiamo che l’aumento della CO2 (da 275 parti per milione a circa 400 ppm) negli ultimi decenni è dovuto essenzialmente alle attività umane.

– Sappiamo che dalla seconda metà del diciannovesimo secolo in poi le temperature sono aumentate di poco meno di un grado.

– Sappiamo che, in assenza di meccanismi di compensazione/contrasto (per la verità onnipresenti su questo pianeta), livelli di anidride carbonica di 550 ppm dovrebbero produrre un aumento complessivo della temperature compreso tra 1 e 1,2ºC.

Esiste un ampio e solido consenso intorno a questi enunciati.

È però da questo punto in avanti che sorgono i problemi.

Percentualmente, qual è l’impatto umano? Per l’IPCC, l’agenzia dell’ONU deputata allo studio del cambiamento climatico, è quasi certo (al 95%) che la responsabilità umana sia superiore al 50%.

Però, per esempio, non sappiamo come agisca la CO2.

All’inizio di questo interglaciale l’anidride carbonica rimase sostanzialmente stabile (240-260 ppm) mentre le temperature salivano di 12ºC nel giro di pochi decenni.

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Il pianeta si è riscaldato di 0,57ºC tra il 1911 e il 1940 (29 anni) quando l’incremento di CO2 è stato di 10ppm. Dal 1940 in poi l’aumento di CO2 è stato nove volte maggiore ma le temperature sono cresciute di 0,42ºC in 75 anni. Tra il 1945 e il 1976 le emissioni umane hanno aggiunto 30ppm di CO2 all’atmosfera, ma le temperature sono scese di 0,2ºC (HadCRUT3, GISS e NCDC), per poi tornare a crescere di 0,6ºC tra il 1975 e il 2000, stabilizzandosi dopo il 1998, con una crescita statisticamente insignificante – in quanto inferiore ai margini di errore nelle misurazioni – di 0,05 ºC (Fonte: NASA, marzo 2014), per delle ragioni che non sono ancora state chiarite, nonostante in questo lasso di tempo sia concentrato tra il 25% e il 30% dell’anidride carbonica che abbiamo prodotto complessivamente dal 1750 in poi.

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Tra i “colpevoli” più gettonati: vulcanismo, dinamiche oceaniche, alisei, aerosol prodotto dal crescente consumo cinese di carbone, scarsa attività solare, errori di misurazione, coincidenza (!), ecc.). Curioso che nessuna delle cause naturali sia considerata decisiva nell’innesco del processo di riscaldamento, ma sia sufficiente a interromperlo. Altrettanto curioso che si affermi che “la scienza si è pronunciata una volta per tutte” (a questo proposito, ci si prenda il tempo di leggere le considerazioni dei climatologi intervistati da Doran/Zimmerman per lo studio che ha dato origine al mito del 97% di consensi: il consenso bulgaro è una finzione – sono quasi tutti d’accordo sul contributo umano, ma nessuno sa dire quanto sia significativo), quando i modelli sono completamente fuori bersaglio e le interpretazioni di queste incongruenze sono così numerose e contraddittorie.

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Anche l’aumento delle temperature oceaniche è stato minuscolo: 0.09°C tra il 1955 e il 2010 (fino a 2000 metri di profondità) e 0,18°C (fino a 700 metri di profondità)

Nel 1989 (Associated Press, 15 maggio 1989) i modelli climatici prevedevano che le temperature globali sarebbero salite di 2ºC entro il 2010. Nel 2012 l’aumento era stato di circa 0,80ºC, rispetto al 1880 (Fonte: NASA).

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I carotaggi groenlandesi (GISP, GRIP) e antartici ci dicono che, nel passato, i livelli di CO2 crebbero con un ritardo di diverse centinaia di anni rispetto all’aumento delle temperature.

È lecito domandarsi come sia potuto imporsi un “consenso” su basi così precarie.

Esistono diversi esempi di paradigmi scientifici che sono sopravvissuti in assenza di dati che li supportassero.

Nel 1913 Alfred Wegener propose la teoria della deriva dei continenti, ma poiché nessuno sapeva per quale meccanismo fisico i continenti potessero muoversi, si dovette attendere fino agli anni Sessanta (tettonica delle placche) per distruggere un erroneo consenso.

Nel 2005 Barry Marshall e Robin Warren vinsero il Nobel per la medicina per aver dimostrato sperimentalmente che le ulcere gastriche possono essere causate da batteri, anche se fino a quel momento il consenso era che i batteri non potevano sopravvivere all’azione degli acidi gastrici.

È questo il bello della scienza. Prima o poi la realtà ha la meglio sui preconcetti e le idee fisse e fa piazza pulita di sensazionalismi e allarmismi infondati.

Eccone una breve lista.

Nelle sue proiezioni, il famoso “Rapporto sui limiti dello sviluppo” (Donella Meadows et al., The Limits to Growth: A Report for the Club of Rome’s Project on the Predicament of Mankind. New York: New American Library, 1972, pp. 64-67), poi in parte ripudiato dal Club di Roma che l’aveva commissionato perché non teneva conto dell’inventiva umana, prevedeva che il mondo avrebbe esaurito le sue scorte di oro nel 1981, mercurio e argento nel 1985, stagno nel 1987, zinco nel 1990, petrolio nel 1992 (nel 2014 l’aumento di produzione è addirittura doppio rispetto alla crescita della domanda, nonostante l’embargo all’Iran!), rame, piombo e gas naturale nel 1993.

Il celebre biologo Paul Ehrlich, in “The Population Bomb” (New York, Ballantine Books, 1968), scriveva: “La battaglia per sfamare l’umanità è persa. Negli anni Settanta e Ottanta il mondo subirà una carestia globale; centinaia di milioni di persone periranno a dispetto di qualsiasi programma accelerato intrapreso sin da ora”.

Un paio di anni dopo, in occasione del discorso inaugurale per la prima Giornata della Terra, Ehrlich annunciava che “nel giro di dieci anni gli animali marini più importanti si saranno estinti e vaste porzioni delle linee costiere dovranno essere evacuate per il fetore delle carcasse”.

Nel settembre 1971 il suo catastrofismo non si era attenuato: “Entro l’anno 2000 la Gran Bretagna non sarà nulla di più che un gruppetto di isole impoverite, abitate da 70 milioni di persone affamate … Se fossi uno scommettitore, punterei sul fatto che nell’anno 2000 l’Inghilterra non esisterà neanche”.

Ehrlich non ha mai stimato l’umanità. Nel 1978 dichiarava, perentorio: “Dare alla società energia abbondante e a buon mercato… sarebbe l’equivalente di dare una mitragliatrice a un figlio demente” (Paul Ehrlich, “An Ecologist’s Perspective on Nuclear Power”, May/June 1978 issue of Federation of American Scientists Public Issue Report).

Ancora nel 2013 ha dichiarato che il pianeta non può sostenere più di 1 miliardo e mezzo di abitanti e perciò sarebbe necessario fare in modo che nessuno abbia più di 1-2 figli.

L’aumento della popolazione mondiale è dell’1,1% annuo, un tasso dimezzato rispetto al 1960. L’aumento della produzione di cibo è di circa il 2% all’anno (Fonte: OECD-FAO). Il tasso di fecondità è sceso da 4.95 figli per donna nel 1950 a 2.36 e l’indice di sostituzione (soglia di rimpiazzo) globale è di 2,2 (per via della maggiore mortalità nel Terzo Mondo). Il che significa che già nel 2020 i due tassi coincideranno e che entro il 2050 i consumi alimentari cominceranno a diminuire sempre più rapidamente, per via del progressivo invecchiamento della popolazione e del calo demografico.

Tra le altre catastrofi annunciate e mai concretizzatesi: il dimezzamento della luce solare per via dello smog entro il 1985 (Life Magazine, gennaio 1970), l’estinzione degli orsi polari, SARS, mucca pazza, suina, aviaria, Y2K, lo scioglimento completo dei ghiacci marini artici entro il 2008, 2013 e 2020.

Potete seguire l’andamento dei ghiacci artici qui e qui.

Gli allarmismi si sono quasi sempre dimostrati infondati o esagerati, sia per la tendenza narcisistica di ciascun esperto (in quanto umano) a sentirsi protagonista di un’epopea o di una trasformazione epocale, sia per l’ingegno della nostra specie, che è specializzata in adattamento (riciclaggio, riduzione consumi, coibentazione) e innovazione (nanotecnologie, grafene, fusione).

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Un uomo che nasce in un mondo già occupato, se non può ottenere di che sussistere dai suoi genitori, verso cui è portatore di una giusta domanda, e se la società non vuole il suo lavoro, non ha il diritto di pretendere la più piccola porzione di cibo, e, di fatto, è di troppo in questo mondo. Nel grande banchetto della natura, non c’è alcun coperto vacante per lui.

Thomas R. Malthus, “Saggio sul principio della popolazione”, ed. 1803

Ironia vuole che Thomas Malthus abbia pubblicato il suo pamphlet apocalittico nel 1798, quando la produzione agricola stava subendo una rivoluzione tecnologica che lo avrebbe smentito nel giro di una generazione. Analogamente Ehrlich ha annunciato la fine della civiltà umana negli anni in cui si cominciavano a vedere i frutti dell’impegno del Nobel Norman E. Borlaug per la Rivoluzione Verde.

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È lecito immaginare che anche gli uccelli del malaugurio dei nostri giorni saranno smentiti dalla volontà di migliorarsi e di eccellere di qualche inventore e del genere umano nel suo complesso.

Le uniche catastrofi che si sono effettivamente verificate, pur essendo “impreviste”, sono state quelle finanziarie. Fino all’ultimo momento, mentre diversi analisti cercavano di mettere in guardia gli investitori, i media difendevano la linea “business as usual”.

Solo un sensibile raffreddamento globale(perdita di aree coltivabili, riduzione della CO2 – l’alimento delle piante – e inaridimento del pianeta) potrebbe creare dei seri problemi di sostentamento all’umanità (aggiuntivi rispetto a quelli causati da ben precise scelte politiche ed economiche).

Questo specialmente se le multinazionali continueranno a far credere alla gente che la produzione di biocombustibili (principali responsabili della deforestazione) è ecologicamente e moralmente più importante dell’alimentazione degli esseri umani.

il futuro si estende oltre le mentalità statiche di coloro che, auto-limitandosi, proclamano che esistono limiti prefissati e futuri inevitabili per gli esseri umani. È una loro scelta, preferiscono essere meno che umani, precludendosi la capacità di ragionare in merito alla natura, alla natura umana, alla volontà di cambiamento, alla progettualità che fiorisce nel libero scambio di idee e dei frutti di tali idee.

Evoluzione: questo è stato, è e sarà, oggettivamente parlando, il destino di chi vuole essere pienamente un membro di questa specie. Evoluzione primariamente spirituale (nel senso della libertà dalla miseria, dall’ingiustizia, dall’oppressione, dalla discriminazione), che si riflette poi a livello di capacità di trasformare la materia, perché la natura umana non è meno naturale di quella di qualunque altro essere vivente più o meno intelligente che popoli il cosmo e l’umanità non potrà essere appagata compiendo azioni contrarie alla sua natura.

Allo stesso modo in cui miliardi di anni fa dei microbi distruggevano la biosfera anaerobica pre-esistente (Catastrofe dell’Ossigeno) attraverso le loro secrezioni di ossigeno e preparavano la biosfera in cui viviamo; allo stesso modo in cui i mammiferi soppiantarono aggressivamente i dinosauri; così chi ci paragona a una pestilenza per il pianetadimostra solamente la sua ignoranza e parzialità.

In tutto il mondo la prosperità e l’alfabetizzazione femminile sono il miglior strumento di controllo delle nascite e, con buona pace dei profeti di sventura – che sembrano morbosamente aggrappati a visioni di paura, di morte, di stasi, di regresso –, siamo in procinto di entrare in una fase di calo demografico planetario, dato che oltre la metà della popolazione mondiale si sta già riproducendo a un tasso inferiore a quello di sostituzione.

Questo ci dicono i dati empirici ed è su questa base che si dovrebbe ragionare sul nostro futuro.

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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