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Il nuovo abolizionismo: ricetta per un’economia forte e una finanza sana
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Il nuovo abolizionismo: ricetta per un’economia forte e una finanza sana

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Padre Nostro, preghiera cristiana

Padre di Tilda, fidanzata di Adam: “Adam, stammi a sentire, per il bene di mio nipote se non per il tuo. C’è un ordine naturale a questo mondo e coloro che tentano di capovolgerlo non finiscono bene. Questo movimento non sopravvivrà, se ti unisci a loro tu e l’intera tua famiglia verrete schivati, al meglio esisterete come paria, oggetto di sputi e bastonate, al peggio sarete linciati o crocifissi. E per cosa, per cosa, qualunque azione vogliate non ammonterà più che a una singola goccia in un oceano sconfinato”

Adam Ewing: “Ma cos’è l’oceano, se non una moltitudine di gocce?”

Da “Cloud Atlas

Navi affollate di esseri umani alla deriva, immense tendopoli circondate da filo spinato, come moderni campi di concentramento. Ogni avanzo di dignità perduta, i popoli che ci guardano allibiti, mentre discettiamo se siano clandestini, profughi o migranti, se la colpa sia della Tunisia, della Francia, dell’Europa o delle Regioni. L’assenza di pietà per esseri umani privi di tutto, corpi nelle mani di chi non li riconosce come propri simili. L’assuefazione all’orrore dei tanti morti annegati e dei bambini abbandonati a se stessi. Si può essere razzisti passivi, per indifferenza e omissione di soccorso.

Gustavo Zagrebelsky, appello del 4 aprile 2011 (Libertà e Giustizia)

Il mondo non è mai stato così ricco: circolano beni per un valore di 241mila miliardi di dollari, equivalenti a 47000 euro per ciascun adulto. Questa ricchezza crescerà del 39% entro il 2018. La popolazione mondiale aumenta dell’1,1% annuo, ma la produzione di cibo aumenta molto di più (1,5% annuo).

Eppure il numero di esseri umani condannati alla fame è stabile da trent’anni circa, a quota 850 milioni di persone.

La prova del fatto che il modello economico-finanziario dominante è parassitario e iniquo è data dal fatto che lo 0,7% più ricco possiede il 41% delle ricchezze globali (e solo una minima percentuale è costituita da imprenditori che contribuiscono all’economia reale), il 10% più ricco ne controlla l’86%, la metà più povera della popolazione mondiale possiede l’1% delle risorse. 85 persone posseggono una quantità di ricchezza paragonabile a quella della metà più povera del genere umano.
Il paradiso delle rendite di posizione.

120 milioni di europei e 150 milioni di statunitensi vivono sotto o appena sopra la soglia di povertà.

Il debito privato della “virtuosa” Danimarca è pari al 321% del reddito delle famiglie, ed è il più alto del mondo.

Due quinti della popolazione britannica non saprebbe come far fronte ad una spesa inattesa di 300 sterline senza chiedere un prestito. Ogni 5 minuti un cittadino del Regno Unito viene dichiarato insolvente

L’1% che risiede in cima alla scala sociale americana si è accaparrato il 95% della ricchezza prodotta nei quattro anni compresi tra il 2009 e il 2013.

110 persone controllano il 35% delle ricchezze russe. 432 famiglie possiedono metà delle terre scozzesi non demaniali.

3 esseri umani su 1000 sono schiavi. Sono poco meno di un milione solo in Europa (60% sono cittadini europei). A questi vanno aggiunte le centinaia di milioni di servi di fatto. Se un’azienda fosse autorizzata a detenere degli schiavi dovrebbe fornire un tetto, vestiti, cibo, cure mediche e sorveglianza/sicurezza, per un costo che supererebbe tranquillamente i 100 euro al giorno, molto più del “salario” di un lavoratore immigrato sotto ricatto o di un precario disperato. I servi contemporanei sono decisamente più convenienti degli schiavi del passato: sono loro che si trasferiscono a spese proprie, a costo della vita, si devono procurare per conto loro vitto e alloggio, accettano una condizione di servaggio volontario, giacché l’alternativa è miseria, caos, pericolo, arbitrio e assenza di prospettive del paese di provenienza:

Non ci sarebbe il racket sulla vita di tante persone che muoiono nei cassoni di autotreni, nelle stive di navi, sui gommoni alla deriva e in fondo al mare; non ci sarebbe un mercato nero del lavoro né lo sfruttamento, talora al limite della schiavitù, di lavoratori irregolari, che non possono far valere i loro diritti; non ci sarebbe la facile possibilità di costringere persone, venute da noi con la prospettiva di una vita onesta, a trasformarsi in criminali, prostituti e prostitute, né di sfruttare i minori, per attività lecite e illecite; non ci sarebbe tutto questo, o tutto questo sarebbe meno facile, se non esistesse la figura dello straniero irregolare, inerme esposto alla minaccia, e quindi al ricatto, di un “rimpatrio” coatto, in una patria che non ha più. La prepotenza dei privati si accompagna per lui all’assenza dello Stato. Per la stessa ragione, per non essere “scoperto” nella sua posizione, l’irregolare che subisce minacce, violenze, taglieggiamenti non si rivolgerà al giudice; se vittima di un incidente cercherà di dileguarsi, piuttosto che essere accompagnato in ospedale; se ammalato, preferirà i rischi della malattia al ricovero, nel timore di una segnalazione all’ Autorità; se ha figli, preferirà nasconderne l’esistenza e non inviarli a scuola; se resta incinta, preferirà abortire (presumibilmente in modo clandestino). In breve, lo straniero irregolare dei nostri giorni soggiace totalmente al potere di chi è più forte di lui. I diritti valgono a difendere dalle prepotenze dei più forti, ma non ha la possibilità di farli valere: il diritto alla vita, alla sicurezza, alla salute, all’integrazione sociale, al lavoro, all’istruzione, alla maternità. Davvero, allora, la parola straniero, nel mondo di oggi, è priva di significato discriminatorio?… Quella sacca di violenza che è il mondo degli irregolari è una minaccia non solo per loro, ma per tutta la società. La condizione dello straniero irregolare, su cui incombe la spada di Damocle dell’espulsione, sembra essere studiata apposta per generare insicurezza, violenza e criminalità che contagiano tutta la società.

Gustavo Zagrebelsky, “Lo straniero che bussa alle porte dell’Occidente”, la Repubblica, 13 novembre 2007

Milioni di giovani precari vivono infinitamente meglio di queste persone, ma sono forse liberi? Sono cittadini sovrani? La loro dignità è rispettata? I loro diritti civili sono effettivi?

La decisione di deprimere il mercato interno attraverso la contrazione dei salari e il precariato puntando tutto sulle esportazioni – in assenza di un’ipotetica civiltà extraterrestre che assorba il surplus di produzione esportata di questo pianeta – è, nel medio e lungo termine, suicida, perfino per la Germania.

Viviamo in una società gerarchica, razzista, esclusivista. Abbiamo tentato in ogni modo di riformarla rendendola più egalitaria ed inclusiva ma, ogni volta, le conquiste sono state erose dalla reazione di chi crede che gli esseri umani non abbiano pari dignità, perché non hanno pari valore e quindi ciascuno deve guadagnarsi il diritto a stare al mondo e, in seconda battuta, a farlo dignitosamente.

Al di là dell’intrinseca irrazionalità autolesionistica di un’economia fondata sui consumi che impoverisce i consumatori e quindi taglia il ramo su cui è seduta, quella stessa logica ha portato allo sfruttamento di Auschwitz da parte della I.G. Farben, la più grande multinazionale chimica del mondo del suo tempo.

Auschwitz non è un’aberrazione ma il culmine di una tradizione schiavista. Il paradigma della società di dominio totale resta una tentazione permanente di ogni sistema in cui il potere si accentri e si espanda senza limiti. Una volta che un sistema di dominio totale ha dimostrato in modo così eclatante la sua efficacia, rimarrà, per alcuni, un modello da imitare, o “perfezionare”.

Prima dell’abolizionismo lo schiavo era parzialmente considerato un essere umano. Nel turbocapitalismo social-darwinista la logica della massimizzazione dei profitti fa sì che l’essere umano divenga un utensile e una merce o, nel migliore dei casi, un consumatore (come sua massima aspirazione).

La distopia cinematografica di Nea So Copros (Cloud Atlas) rappresenta un nostro possibile futuro. Tutto è posseduto e controllato da poche multinazionali, compreso lo stato, i cittadini sono prima di tutto dei consumatori obbligati per legge a spendere ogni mese una certa somma di denaro che varia a seconda della propria posizione sociale. Tutti devono indossare un impianto di microchip, chiamato “anima” (“Il valore di un’Anima è dato dai dollari che essa contiene!” è il motto ufficiale di questa civiltà), che serve ad essere rintracciabili in qualunque momento e a pagare gli acquisti.

Una nuova teologia e la sua liturgia di marchi e loghi sacri, catechismi e reliquie consumistiche condiziona e degrada gli esseri umani che vengono mantenuti permanentemente scontenti, con un inestinguibile senso di inappagamento e di vuotezza interiore che li spinge allo shopping compulsivo e puntella uno status quo che imprigiona nelle sue logiche e dinamiche quegli stessi che in teoria dovrebbero trarne vantaggio.

Chi è felice consuma l’indispensabile, chi è infelice compra per cercare una via di fuga dall’insoddisfazione. Per questo una società consumista non può che promuovere l’infelicità.

Già ora la nostra è una società che si fonda sull’ossessione feticista per il valore intrinseco delle essenze. Tutto ha un prezzo e più pura è l’essenza di una cosa, maggiore la sua autenticità, più elevato sarà il suo valore. Essere maschi eterosessuali significa essere meglio quotati in una società patriarcale: è più facile fare carriera. Essere belli è un valore aggiunto. I mercati esistano per assegnare un valore alla differenza, ogni differenza. Nel farlo, separano, disgregano, frammentano, contrappongono, a spese di uguaglianza e fratellanza.

Ogni diversità diventa preziosa non perché ci aiuta a comprendere meglio la realtà, guardandola da diversi punti di vista, ma perché genera un profitto.

Sottolineare ed accentuare differenze, peculiarità, specificità, idiosincrasie ed incongruenze accresce il profitto.

Viviamo in una società che insegna ad amare le cose e a usare le persone: una società che i posteri definiranno, a buon diritto, schiavista.

Con buona pace dell’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che recita: “Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti”.

L’aveva intuito il Karl Marx della “Miseria della Filosofia”:

Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio. È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore.

Gustavo Zagrebelsky, in dialogo con Ezio Mauro (Mauro/Zagrebelsky 2011), ha colto nel segno quando ha rilevato la drammatica involuzione che sta subendo la democrazia, un’istituzione, come ci ricorda il costituzionalista, che, finora è sempre stata rivendicata dagli inermi, dagli esclusi, dagli ultimi, da

quelli che contano poco o nulla e vogliono contare di più, vogliono farsi valere in società che li tengono ai margini…La democrazia dovrebbe stare dalla parte, dovrebbe essere la parola d’ordine dei senza-potere, contro coloro che dispongono di troppo-potere. Dovrebbero essere i primi, non i secondi ad esserle amici. […]. Mi pare si debba constatare il contrario. Sono i detentori del potere (i dynàstai) a fare della democrazia – della parola democrazia – il proprio orpello, a invocarla per rendere indiscutibile il proprio potere sugli inermi. Quanti abusi di potere si giustificano “democraticamente”! La democrazia, intesa come ideologia dei governanti, è una sorta di assoluzione preventiva dell’arbitrio sui deboli, sugli esclusi, sui senza speranza, in nome della forza del numero (p. 11).

La democrazia, continua Zagrebelsky, sta mostrando il suo volto minaccioso proprio nei confronti di chi avrebbe il compito di proteggere e, in nome suo e del consenso popolare, si legittimano e razionalizzano prepotenze, pregiudizi, discriminazioni, soprusi, prevaricazioni, “indecenze di ogni tipo”.

Che fare?

Per ristabilire la democrazia su tutto il pianeta bisogna prima di tutto rimuovere il meccanismo infernale della schiavitù per debiti. Il giubileo del debito era una prassi consuetudinaria nell’antichità, in Europa come in Asia e in Africa, almeno dal terzo millennio avanti Cristo, e serviva a ristabilire la pace sociale. In Mesopotamia se ne contano circa 30 nel corso di mille anni. La stele di Rosetta testimonia il fatto che gli annullamenti del debito si effettuavano anche in Egitto.

Nella Grecia di Solone si chiamava seisachtheia (lo scrollarsi di dosso degli oneri del debito) e coincise con la nascita della democrazia greca. Nella Bibbia si narra che il popolo di Israele, ogni 50 o 70 anni, faceva il punto della situazione, si interrogava sulle sue mancanza, sui suoi peccati, rifletteva sulla strada da percorrere e ripudiava il debito azzerando tutto per poter ripartire su basi più egalitarie.

Il Corano insiste sulla necessità di non tormentare il debitore quando è evidente che non sarà in grado di ripagare.

Non c’è ragione di credere che, per evitare il peggio, non si possa arrivare ad un accordo anche ai nostri giorni.

Le iniziative per il ripudio della schiavitù per debiti si manifestano come ondate globali. Con alterne fortune, la prima ebbe luogo nella Grecia (Sparta), India (Ashoka) e Cina (dinastia Qin) del terzo secolo a.C. e nella Roma del II secolo a.C. (i Gracchi). Di nuovo, con maggior successo, nel tredicesimo secolo: a Bologna (1256), in Inghilterra (1215) e in Giappone.

Grecia, Italia, Giappone, Cina, Islanda (al tempo dei vichinghi) e Inghilterra possono essere considerate le nazioni e culture pioniere dell’abolizionismo.

Il modello attuale è insensato perché garantisce che la crescita economica e la crescita del benessere saranno sempre inferiori all’aumento del debito.

L’unica soluzione è tassare le rendite che impigriscono, ripudiare almeno una parte del debito, frantumare banche e multinazionali così grandi da determinare le politiche delle nazioni e restituire il sistema bancario alla sua vocazione naturale, quella di porsi al servizio dello sviluppo dell’economia reale e dell’interesse generale.

L’alternativa sarà una permanente condizione di instabilità sociale, con scioperi di massa, caos, rivolte, secessioni della plebe (secessione delle masse dalla società) e fascismi “sicuritari” di destra e di sinistra.

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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