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Guerra e pace – Il referendum in Crimea: scenari per un’era post-imperiale

Guerra e pace – Il referendum in Crimea: scenari per un’era post-imperiale

Noi, deputati del Consiglio Supremo della Repubblica Autonoma di Crimea e del Consiglio della città di Sebastopoli, adottiamo questa decisione congiunta in conformità con le disposizioni della Carta delle Nazioni Unite e con una serie di altri documenti internazionali che riaffermano il diritto all’autodeterminazione delle nazioni, tenendo anche conto della risoluzione del tribunale internazionale dell’ONU sul Kosovo, in data 22 luglio 2010, che conferma che la dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte di qualsiasi Stato non viola le norme del diritto internazionale.

Dichiarazione di indipendenza crimeana, approvata con 78 voti a favore e 8 astenuti

Quando nel corso di eventi umani, sorge la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto a un altro popolo e assuma tra le potenze della terra lo stato di potenza separata e uguale a cui le Leggi della Natura e del Dio della Natura gli danno diritto, un conveniente riguardo alle opinioni dell’umanità richiede che quel popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione.

Dichiarazione di indipendenza americana, approvata con 55 firme

All’infuori del processo di decolonizzazione, l’opinione prevalente non vede nel diritto all’autodeterminazione un fatto costitutivo del diritto per ogni gruppo minoritario regionale di addivenire alla secessione da uno stato esistente. L’autodeterminazione delle minoranze dovrebbe essere piuttosto realizzata per mezzo della partecipazione al governo dello Stato nel suo complesso, e attraverso la devoluzione del potere con lo sviluppo dell’autonomia regionale, vale a dire l’auto-governo in questioni come l’istruzione, la cultura, ecc., ad esclusione dell’indipendenza.

Risoluzione 1832 (2011) del Consiglio d’Europa

Che cosa succederebbe se improvvisamente il Canada o il Messico dichiarassero di volersi unire all’unione economica eurasiatica di Putin e forse anche allearsi militarmente con la Russia? Se si trattasse di un accordo commerciale che rescinde il rapporto preferenziale con gli Stati Uniti, provocherebbe certamente una crisi e qualunque presidente americano reagirebbe con forza, come ha fatto Putin.

Stephen Cohen, docente di scienze politiche a Princeton, intervistato da Fareed Zakaria, CNN, 2 marzo 2014

La tesi centrale di questo approfondimento è che chi ama la pace deve, almeno per questa volta e turandosi il naso, tifare per Kissinger, Brzezinski e Putin. In questo momento sono uomini di pace (!!!).

Quello a cui stiamo assistendo in Ucraina (e in Siria e in altre parti del mondo) è l’agonia di un impero in declino, quello nordatlantico, e l’ascesa di un nuovo impero euroasiatico.

Da umanista anti-imperialista posso solo augurarmi che l’umanità prenda coscienza del fatto che siamo nel terzo millennio e che meritiamo di essere liberi e affratellati, non subordinati ai capricci di questo o quel polo egemonico. Inoltre l’umanità ha bisogno dell’America, quella repubblicana, pre-imperiale, quella dei buoni esempi, delle buone prassi, del connubio di ideali e pragmatismo.

C’è sempre bisogno di un contrappeso: Oriente e Occidente devono essere bilanciati, come Nord e Sud.

In attesa della sua morte e risurrezione prendiamo atto del fatto che l’Occidente è politicamente, finanziariamente e militarmente fragile, che il dollaro e l’euro non potrebbero reggere l’impatto di una guerra valutaria contro i BRICS, che ogni crisi, dall’Iraq in poi, ha portato all’avvicinamento delle potenze emergenti.

Cina e India si sono schierate con la Russia e perfino la lealtà giapponese non è più scontata.

Anche questa pur ottima iniziativa di Obama non ha alcun futuro. Il clima è ben diverso rispetto ai tempi di Roosevelt.

COME SI È ARRIVATI ALLA SECESSIONE DELLA CRIMEA

La Crimea è stata russa per due secoli, fino al 19 febbraio 1954, quando è stata “donata” all’Ucraina in cambio della lealtà ucraina alla causa sovietica.

Nel 1992, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, aveva tentato la via dell’autodeterminazione (5 maggio), con una maggioranza (54%) a favore, ma il  parlamento ucraino aveva considerato illegittima quella prima dichiarazione di indipendenza.

Nel 1995 il parlamento di Kiev ha abolito la costituzione della Crimea e l’incarico di presidente della Crimea. La nuova costituzione è entrata in vigore nel 1999.

Il 6 marzo 2014 il parlamento di Crimea, in ossequio alla propria costituzione, ha votato per la secessione dall’Ucraina e l’ingresso nell’area del rublo dopo il referendum del 16 marzo che, stando ai sondaggi, dovrebbe effettivamente concludersi con la vittoria dei separatisti (oltre il 70%).

Il parlamento ucraino ha avvertito che se il referendum non sarà revocato considererà dissolto il parlamento crimeano.

Il presidente ad interim Turchynov non manderà l’esercito in Crimea perché “altrimenti il fianco orientale resterebbe esposto a un’invasione russa”.

La verità è che, a detta dello stesso ministro della difesa l’esercito ucraino conta su non più di 6mila effettivi in grado di combattere e non è detto che tutti siano determinati a combattere contro i russi. Il richiamo dei militari riservisti si è risolto in un fiasco e questo può indicare che il nuovo governo non gode di vaste simpatie, o comunque non sufficienti da rischiare la pelle, anche se si è disoccupati. Diversi alti ufficiali sono stati rimossi per essersi rifiutati di obbedire al nuovo governo e la flotta ucraina sarà nazionalizzata dalla Crimea.

Il Consiglio di sicurezza ucraino sta istituendo una Guardia Nazionale per poter intervenire in Crimea (ma con che soldi e in che tempi?). È assai probabile che sia un espediente per inquadrare i miliziani di Svoboda e di Settore Destro.

Tutto questo poteva essere evitato.

Bastava attendere 9 mesi per le elezioni che potevano mandare a casa Yanukovych (che non piaceva nemmeno ai russi). Bastava installare un governo di larghe intese che avviasse una riforma compiutamente federale dell’Ucraina e che spiegasse all’UE che pretendere che l’Ucraina – un paese sull’orlo del precipizio – rescindesse gli accordi commerciali con la Russia senza ottenere nulla in cambio se non l’austerità dell’FMI era insensato. Mosca ha lasciato intendere di essere disposta a “comprare” la Crimea dall’Ucraina – mi lasci la penisola abitata da russi e russofoni e io ti saldo i debiti –, il che risolverebbe una buona parte dei gravi problemi legati al dissesto finanziario e eviterebbe a Kiev di dover ricorrere al temibile FMI.

L’accordo si potrebbe trovare, se ci fosse la volontà di farlo. Hanno già affittato per 50 anni ai cinesi terreni coltivabili per una superficie pari a quella del Belgio.

Invece l’avvicinamento alla NATO; la nomina di proconsoli tecnocratici di inossidabile fede neoliberista; il disconoscimento delle autonomie e diritti delle minoranze; l’oscuramento di 5 canali televisivi russi; l’arresto del candidato russofilo alle presidenziali; la nomina di 5 ministri di estrema destra anti-russi; il rifiuto di far votare gli ucraini sull’integrazione europea, l’ingresso nella NATO e una soluzione federale della crisi; la rimozione dei governatori dell’est e l’imposizione di due oligarchi al loro posto: sono tutte iniziative che possono solo incitare alla secessione e al caos di una possibile guerra civile continentale.

E non deve sorprendere, tenuto conto dell’atroce passato della Galizia e della sua capitale Lvov-Leopoli e del fatto che gli eredi di quel passato sono arrivati al potere a Kiev.

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RAGIONI PER LA SECESSIONE DELLA CRIMEA

L’Occidente non aveva alcun problema quando le nazioni votavano nei referendum per staccarsi dalla Russia post-sovietica, nonostante le proteste di Gorbaciov. Invece si oppone a un referendum in cui una nazione vorrebbe tornare con la Russia. Il ministro degli esteri polacco Radek Sikorski, possibile candidato a guidare la NATO, era favorevole alla secessione del Kosovo ma è contrario a quella della Crimea.

RAGIONE NUMERO 1

La pretesa dell’Unione Europea che l’Ucraina rinunci ai partenariati con la sfera economica russa è invisa alla stragrande maggioranza degli ucraini, che invece preferisce un accordo di libera circolazione con la Russia che renda più porosi i confini tra le due nazioni (ci sono pur sempre 3 milioni di ucraini che vivono in Russia).

RAGIONE NUMERO 2

La nazione è sull’orlo della bancarotta e le misure preannunciate non potranno far altro che accelerare il disfacimento dell’economia e della società ucraina. Mi riferisco all’aumento dell’età pensionabile, il taglio (dimezzamento?) delle pensioni, l’aumento delle bollette e delle tasse sull’energia, l’aumento delle tariffe per i trasporti, il congelamento dei salari, un programma di ampie privatizzazioni, l’abolizione dei sussidi di maternità e per l’agricoltura.

Questi propositi scateneranno la rabbiosa reazione della popolazione ucraina, non solo russofona.

Quando le cose andranno di male in peggio, alle province russofone non basterà una riforma confederale, cercheranno di abbandonare la Concordia ucraina, radiocomandata dal FMI, con la sua “Dottrina dello Shock” (cf. N. Klein).

Man mano che, una dopo l’altra, attueranno scioperi fiscali o se ne andranno, il debito diventerà sempre più oneroso per le restanti parti del paese, che sono più povere.

RAGIONE NUMERO 3

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Come ci spiega molto bene questo servizio della BBC, per la prima volta dalla caduta di Hitler, dei neonazisti sono tornati al potere in Europa, con il pieno appoggio di Bruxelles e Washington, che non sembrano preoccupati né delle conseguenze per l’Ucraina né del danno di immagine che subiscono, dopo la loro assistenza a jihadisti e alqaedisti in Siria e in Libia.

Sembra un incubo, ma è la tragica realtà. Ed è oltremodo grottesco che i media ci mettano in guardia dall’ascesa delle destre alle elezioni europee mentre le sdoganano in Ucraina.

Tra il 1991 e il 2004, Svoboda, che ha 5 ministri nel nuovo esecutivo – uno dei quali, Andriy Moknyk, è in stretti rapporti con Forza Nuova –, si chiamava partito nazional-socialista ucraino e il suo simbolo era il Wolfsangel usato dalle SS. Negli anni successivi non ha sostanzialmente modificato il suo profilo ed è stato citato in una risoluzione dell’europarlamento.

Fin dai primi giorni del nuovo corso sono state prese decisioni che, lungi dal cercare di placare gli animi e cercare un riavvicinamento con la metà russa e russofona degli ucraini, hanno ulteriormente aggravato la frattura, rendendola forse insanabile. La più recente è l’arresto di Mikhail Dobkin, che si era dimesso da governatore di Kharkov per candidarsi alle presidenziali in rappresentanza dell’opposizione all’attuale governo. L’accusa che gli impedirà di farlo è grottesca: “attività finalizzata alla decentralizzazione del potere statale in Ucraina attraverso la sua trasformazione in una federazione”. Carlo Cattaneo e il sottoscritto sarebbero dei nemici pubblici, in Ucraina.

Non posso evitare di pensare che si voglia la divisione, il contrasto etnico, lo scontro, non l’unità del paese, non il bene della popolazione, non un destino migliore per l’intero genere umano, che ora rischia un conflitto continentale e forse globale:

http://www.futurables.com/2014/02/19/lucraina-e-lumanita-alla-prova-del-fuoco/

RAGIONE NUMERO 4

La leadership della Crimea sospetta che il vero trofeo per l’Occidente sia la grande base navale di Sebastopoli, che permette una proiezione russa fino al Golfo Persico e al Mediterraneo orientale. Hanno presumibilmente stimato che avrebbero meno probabilità di fare la fine del vaso di coccio tra i vasi di ferro (la sorte dell’Ucraina) unendosi direttamente alla Russia e trasmutandosi in vaso di ferro.

CHE NE SARÀ DELLE MINORANZE IN CRIMEA?

Il parlamento della Crimea ha approvato un disegno di legge che introduce quote per i tatari in parlamento, ha offerto a questi ultimi 2 ministeri e la vice-presidenza, si è impegnato a riconoscere i loro diritti linguistici e la loro autonomia, a consentire a chi lo desidera di conservare il passaporto ucraino e a raddoppiare i risarcimenti per le deportazioni staliniane. L’attuale vice primo ministro della Crimea, Rustam Termigalievon, è un tataro.

Va anche detto che con una così cospicua presenza della destra radicale anti-islamica nei corridoi del potere a Kiev, essere tataro in Ucraina potrebbe diventare un problema.

COSA SUCCEDERÀ AL RESTO DELL’UCRAINA?

Se la Crimea ce la dovesse fare anche le altre regioni russofone cercheranno di emularla, per sfuggire all’austerità e perché senza i voti crimeani gli elettori filo-russi si troveranno sempre in netta minoranza, pur essendo i maggiori contribuenti fiscali. Non è solo una questione etnica; molti ucraini temono che il loro paese sia spacciato e temo non abbiano torto.

SCENARI MILITARI E GEOPOLITICI

Non si fanno queste cose nel XXI secolo. Invadere un altro Paese con pretesti completamente inventati è un comportamento da XIX secolo.

John Kerry

La storia raccontata dall’amministrazione Obama [sul presunto attacco chimico di Assad a Ghouta] non si avvicina neanche lontanamente alla realtà. Gli Stati Uniti potevano attaccare un paese basandosi su un errato lavoro di intelligence.

Richard Lloyd, ex ispettore Onu, e Theodore Postol, docente al Mit.

Yanukovych è stato il primo presidente ucraino ad essere eletto con un programma in cui si prendeva una netta posizione sfavorevole all’adesione alla NATO. D’altronde la popolazione ucraina è stata coerentemente e recisamente avversa all’ingresso nell’Alleanza Atlantica fin dalla conquista della sua indipendenza e ciò vale anche per gli abitanti di etnica ucraina, con l’unica eccezione della Galizia (59% contro 15%), la culla dell’ultranazionalismo che ha portato al potere Svoboda.

Ciò nonostante il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha reiterato l’intenzione di farvi aderire l’Ucraina, come aveva già annunciato a dicembre 2013, poco prima dell’iniziativa della Crimea di indire un referendum per l’autodeterminazione, il partito della Tymoshenko aveva presentato un disegno di legge che sopprimerà lo status di nazione neutrale dell’Ucraina e farà dell’integrazione euro atlantica e dell’ingresso nella NATO una priorità della politica estera ucraina.

Sappiamo qual è la posizione russa sull’ingresso di Kiev nell’Alleanza Atlantica: La possibile entrata dell’Ucraina nella NATO equivale a un’esplosione nucleare tra Mosca e i paesi occidentali. I tentativi di tirare Kiev dentro l’Alleanza Atlantica porteranno a una crisi di enormi proporzioni in Europa, in campo sia militare sia politico. E la stessa Ucraina assisterà a una profonda crisi interna visti i diversi orientamenti culturali della sua popolazione. L’Occidente sottovaluta l’importanza della questione ucraina per la Russia e non percepisce a dovere come Kiev possa rappresentare un grave fattore di destabilizzazione nelle sue relazioni con Mosca. Credere che la Russia sarà prima o poi costretta a mandar già l’entrata dell’Ucraina nell’Alleanza Atlantica è pratica pericolosa che può portare a un’evoluzione catastrofica degli eventi. Del resto molti in Occidente non credevano, fino ad agosto 2008, che la Russia osasse condurre un intervento militare in Georgia (Ruslan Pukhov, consulente del ministero della Difesa russa, Limes, dicembre, 2013, pp. 87-88).

Tutto sta nel capire se il nuovo governo ucraino si comporterà dissennatamente come quello georgiano, che prese in parola McCain e Cameron, oggi nuovamente protagonisti in Ucraina, e dopo poche ore dopo la sua aggressione si trovò il paese invaso e occupato.

LA SOLUZIONE BRZEZINSKI-KISSINGER-LAVROV

L’unica soluzione fattibile e sapiente è quella proposta da Zbigniew Brzezinski e dal bavarese-americano Henry Kissinger (in sintonia con il suo potente Land di origine), che non possono certo essere accusati di simpatie filo-russe.

L’Ucraina diventerebbe un’altra Finlandia (o Svezia, o Austria, o Svizzera), ossia uno stato-cuscinetto tra Patto Atlantico e Russia, libero di stringere accordi con Russia e Unione Europea senza che gli uni pregiudichino gli altri e non allineato con la NATO o qualunque alleanza militare che Mosca percepisca come avversa. Lo status di Sebastopoli come base russa dovrebbe essere fuori questione.

Questa proposta piace molto ai russi.

La questione è: quanto pesa il giudizio di questi grandi vecchi laddove conta?

TENTATIVO DI ANALISI PREDITTIVA DEL PERIODO POST-REFERENDARIO

L’economia ucraina è, se possibile, messa ancor peggio di quella greca. La situazione è destinata a deteriorarsi molto rapidamente, prima della fine di maggio, quando si dovrebbero tenere le prossime elezioni presidenziali.

Salari e pensioni che non arrivano, le violenze della destra radicale, il referendum della Crimea, il senso di instabilità cronica, il precedente della rivoluzione arancione che si è dimostrata un fallimento nel giro di pochi mesi. Tutto questo congiura contro il governo provvisorio e contro la legittimità del voto del 25 maggio.

Ma è assai probabile che non si arriverà a quel voto.

Domenica si voterà in Crimea ed è quello il voto che conta.

I secessionisti prenderanno oltre il 70% dei voti e chiederanno di entrare a far parte della federazione russa come repubblica parlamentare autonoma.

Il risultato del referendum non sarà ritenuto valido da Kiev, Londra, Parigi, Bruxelles e Washington, ma sarà rispettato da Pechino e Nuova Delhi.

Le altre nazioni non si pronunceranno né in un senso né nell’altro o saranno molto morbide nel condannare Mosca.

Putin, sulla scia del voto crimeano, rilancerà la sua proposta che prevede la concessione del diritto all’autodeterminazione della Crimea, la federalizzazione dell’Ucraina, la sua trasformazione in uno stato cuscinetto neutrale tra Russia e Occidente. In cambio della Crimea offrirà un cospicuo pacchetto di aiuti economici all’Ucraina, però destinato al governo che sarà eletto dagli ucraini in elezioni anticipate all’inizio di aprile (poiché non considera legittimo questo governo, nato da un impeachment privo di vaglio della corte costituzionale e della corte suprema e senza il quorum parlamentare).

Questa proposta, che potrebbe andar bene a Berlino, sarà rifiutata seccamente dalla Casa Bianca e dalle altre capitali interventiste, che interromperanno le relazioni diplomatiche con la Russia in segno di protesta (forse non lo faranno Roma e Berlino).

Il governo provvisorio ucraino chiederà (e otterrà?) l’immediata adesione della NATO con la motivazione che le sue forze armate non possono difendere il paese dall’aggressione russa.

Scoppieranno sommosse nel sud e nell’est del paese in tutte quelle città in cui gli ucraini restano contrari all’ingresso nella NATO e che gradivano la proposta di Putin.

Le truppe russe NON interverranno (almeno non ufficialmente). La comunità internazionale si dividerà. Saranno varate nuove sanzioni contro Mosca e contro-sanzioni di Mosca.

A questo punto occorrerà capire chi davvero tiene in mano il volante a Washington.

Se è la fazione razionale e accorta, che dovrebbe godere dei favori del Congresso, della Camera di Commercio statunitense e degli alti comandi delle forze armate (specialmente della marina), allora Obama si fermerà un passo prima dell’intervento, come in Siria; si faranno le elezioni, si manderanno a casa i politici russofobi che controllano Kiev e il nuovo governo realizzerà il piano Kissinger-Brzezinski-Lavrov, decidendo che status conferire alla Crimea.

Altrimenti tutto è possibile.

Se la guerra valutaria-finanziaria dovesse degenerare in un’escalation militare, sono da prevedere oceaniche proteste pacifiste in Europa e Nord America, diserzioni, insubordinazioni, scioperi ad oltranza, sabotaggio di qualunque sforzo bellico, attivismo anti-militarista in rete, pressioni su parlamentari occidentali.

In ogni caso la partita è persa per l’Occidente, come in Siria.

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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