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Dall’amaro ricordo di Minamata al dolce pompelmo di Kibaru

Dall’amaro ricordo di Minamata al dolce pompelmo di Kibaru

È arrivata la stagione degli agrumi, come il mandarino giapponese Unshiu e l’arancia rossa di Sicilia. Frutti deliziosi, ricchi di acido citrico e vitamina C.

Anche il pompelmo dolce giapponese chiamato Amanatsu-mikan, nome che in giapponese significa “mandarino dolce d’estate”, è un frutto di stagione, a dispetto del nome. È proprio questo il periodo della raccolta.

Si tratta di una mutazione del pompelmo giapponese “Natsudaidai” che si raccoglie tra aprile e maggio e si mangia a inizio estate. Per via della sua origine gli è rimasto attaccato questo nome estivo, anche se il periodo di raccolta dell’Amanatsu-mikan è l’inverno.

L’Amanatsu-mikan è particolarmente succoso, l’albedo contiene pectina – che regolarizza l’intestino – ed è ricca di vitamina C. Questo lo rende particolarmente indicato per fare marmellate.

Vorrei però parlarvi degli Amanatsu-mikan che, da oltre 20 anni, una mia amica si fa spedire a Tokyo da Kyushu, la Sicilia del Giappone, usandoli per le sue marmellate fatte in casa.

Questi Amanatsu-mikan provengono da una terra che è stata afflitta da una disastrosa malattia causata dall’inquinamento: la Malattia di Minamata.

“Kibaru” è invece il nome di un’organizzazione di malati, familiari e simpatizzanti che si occupa della produzione e vendita di questi agrumi coltivati con limitatissimo uso di pesticidi.

La Malattia di Minamata è una delle quattro più gravi sindromi prodotte dall’inquinamento in Giappone. Pesci, molluschi e crostacei di mare e di fiume contaminati dalle acque reflue industriali accumulano nel loro corpo il mercurio metilico, fortemente tossico, che così fa il suo ingresso nella catena alimentare.

A sessant’anni dalla sua identificazione non è ancora stata rinvenuta alcuna cura e ci si potrebbe domandare quale sarebbe la situazione se ci si fosse impegnati nella ricerca quanto lo si è fatto per minimizzare la portata del disastro ambientale.

Ancora oggi i malati si devono affidare principalmente alla riabilitazione e al trattamento dei sintomi. Per di più hanno dovuto affrontare lo stigma del pregiudizio e della discriminazione, che sfortunatamente non si è ancora dileguato (come se avessero una qualche colpa per la loro disgrazia e fossero unicamente interessati ai risarcimenti, peraltro indecentemente minuscoli). È probabile che molti, inclusi alcuni giovani medici, siano convinti che questa sia una malattia di passato…ma è ancora qui.

Molte delle persone colpite da questa sindrome a Kumamoto, nel 1940, erano impiegati nell’industria ittica e mangiavano essenzialmente pesce. Fino a quel momento il mare di Minamata era stata la loro fonte di sostentamento. Dopo la tragica scoperta gli abitanti di questa cittadina furono perciò costretti a migrare nell’entroterra.

Proprio in quel periodo gli agronomi avevano introdotto in quella prefettura l’Amanatsu-mikan, una mutazione del Natsudaidai che era rimasta sconosciuta fino al 1932.

È una specie di pompelmo che fruttifica ed è vendibile entro quattro anni, è vigoroso, facile da coltivare ed è interamente commestibile, compresa la buccia. Anche dei pescatori potevano cavarsela egregiamente con questo frutto virtuoso.

Non fu comunque facile, perché la sindrome comprometteva i sensi e la funzionalità muscolare, causando una varietà di impedimenti e patimenti. Inoltre avevano perso la loro fonte di reddito ed erano piombati nella povertà, senza che lo Stato si curasse di sostenerli in questa fase di “riconversione”.

Dovevano comprare fertilizzanti, piantine, attrezzi agricoli ecc. e dovevano ricavare dalla montagna i terreni da coltivare.

A quel tempo, sotto la guida di consorzi agricoli, impiegavano molti pesticidi per evitare di perdere il frutto dei propri sforzi. Poi, quando cominciarono i decessi legati al morbo, si interrogarono: delle vittime dell’inquinamento che inquinano se stessi e gli acquirenti dei loro prodotti? Che senso ha tutto questo?

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Fu questa drammatica contraddizione a spingerli a rivedere le loro pratiche. Nel 1977, nonostante lo scetticismo degli altri contadini, fondarono un’associazione di coltivatori responsabili chiamata kibaru (l’equivalente di gambaru nel dialetto locale, che significa “forza!”, “coraggio!”). Il loro slogan è ancora lo stesso di allora: “la vittima non deve diventare un carnefice”.

Per i loro Amanatsu-mikan utilizzano un fertilizzante organico che hanno sviluppato autonomamente e hanno ridotto al minimo l’uso di pesticidi.

Recentemente si sono dedicati alla coltivazione della varietà “Shiranui”, generalmente nota come Dekopon, l’agrume più popolare del Giappone, ma disponibile sul mercato solo a febbraio.

Acquistando la loro frutta potete sostenere la loro lotta contro la Malattia di Minamata.

http://kibaru-mikan.net/

About Yayoi Nakanishi

Laurea in disegno tessile. In Giappone ha lavorato come stilista, ha studiato web design e si è occupata di e-commerce. Nel 2008 si è trasferita in Italia. dove applica le sue competenze nei settori del commercio, della grafica e delle traduzioni. 東京造形大学 造形学部 テキスタイルデザイン専攻卒。 某シューズメーカーにてメンズ、レディースの企画デザイン全般を担当後、ウェブデザインを学びEコマースに携わる。2008年渡伊。アパレル、シューズ販売に携わる傍ら、ロゴ、フライヤー製作等のグラフィックデザイン、翻訳などを行っている。FuturAbles.comのイタリア語から日本語への翻訳、モード&デザインに関する記事の執筆、グラフィックデザイン全般を担当。

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