Home » ArcaNova - migliori prassi sociali e politiche » Il Trentino che attende di essere creato
Il Trentino che attende di essere creato
Mart - Rovereto, by régine debatty (Flickr, CC BY-SA 2.0)

Il Trentino che attende di essere creato

Se credi veramente di essere tu a scrivere la trama della tua vita, allora il finale dipende da te.

Freya, “Outlander – l’Ultimo Vichingo”

Il Canada al quale dobbiamo devozione è il Canada che non siamo riusciti a creare….l’identità che non siamo riusciti a realizzare. È espressa nella nostra cultura ma non realizzata nella nostra vita, come la nuova Gerusalemme di Blake da costruire nella verde e bella terra inglese non è ideale meno genuino solo perché non è stata edificata laggiù. Ciò che resta della nazione canadese può ben essere distrutto da quella sorta di dispute settarie che per molta gente sono più interessanti della vita vera dell’uomo. Ma, mentre entriamo nel secondo secolo di vita contemplando un mondo in cui il potere e il successo si esprimono così ampiamente in menzogne stentoree, in una leadership ipnotizzata e nell’atterrita repressione della libertà e della critica, l’identità non creata del Canada forse non è, dopotutto, un retaggio così brutto da accollarsi.

Northrop Frye, “Cultura e miti del nostro tempo”

La “rivoluzione esistenziale” non è un qualcosa che un giorno ci cadrà in grembo dal cielo, o che un nuovo Messia ci porterà. E un compito che ogni uomo ha davanti a sé in ogni momento. Possiamo “fare qualcosa in proposito”, e dobbiamo farlo tutti, qui e ora. Nessuno lo farà mai per noi, e quindi non possiamo aspettare nessuno.

Vàclav Havel

Ogni lotta tra gli uomini che ha come posta in gioco la forma della vita comune, cioè il modo d’essere della società, e ogni vicenda politica, cioè ogni lotta per conquistare, mantenere e aumentare la capacità di governo della società, è essenzialmente una lotta simbolica. Se mancano i simboli, vuol dire che non c’è politica, ma semplice amministrazione tecnica dell’esistente o sopraffazione per il bruto potere. [Quando una fazione si appropria di un simbolo, esso] diventa diabolo. Viene meno ai suoi compiti di unificazione, di diffusione di sicurezza e di promozione di speranza…Proprio qui, nella crisi di questo mondo, un mondo che sembra comprendere se stesso solo come “eterno presente” e che, quando cade, cerca di rimettersi in piedi tale e quale e a tutti i costi, semplicemente ricomponendosi, ricominciando da capo, come se null’altro fosse concepibile e possibile, si apre all’intelligenza politica il campo per l’assunzione delle sue responsabilità di fronte al dovere della libertà…incominciando – come è avvenuto e avverrà sempre in tutte le grandi trasformazioni – a lavorare dal basso sulle coscienze, con la potenza del simbolo, nella sua versione liberatrice, per interpretare bisogni ed aspirazioni, attrarre forze, produrre concretamente fiducia in vista di un futuro che non sia semplice ripetizione del presente.

Gustavo Zagrebelsky, “Simboli al potere”

Assistiamo alla convergenza di cinque crisi globali che produrranno una tempesta perfetta:

  1. la crisi del modello di “sviluppo” del capitalismo finanziario angloamericano, fondato sulla progressiva concentrazione delle ricchezze e l’aumento delle sperequazioni, che si è estesa all’intero globo;
  2. la crisi di legittimazione della politica, causata da incompetenza, dilettantismo, immobilismo, partitocrazia e dal sacrificio dei principi di libertà, uguaglianza e fratellanza;
  3. la crisi dell’egemonia geopolitica occidentale e l’implosione del petrodollaro;
  4. la crisi ambientale: le ripercussioni delle terribili catastrofi del Golfo del Messico e di Fukushima devono ancora manifestarsi in tutta la loro gravità;
  5. la crisi climatica, che potrebbe avere risvolti imprevedibili.

In Trentino, a tutto questo, si aggiunge l’effetto di spaesamento del dopo-Dellai.

È un’epoca di discordie, turbolenze, ansie. Ce n’è ben donde. Però è anche vero che le avversità ci costringono a dare il meglio, a maturare. Per questo si dice che le crisi sono opportunità di cambiamento, di miglioramento.

Come si cambia? Come si migliora? Come si realizza il Trentino dei nostri sogni?

Una vera rivoluzione spirituale e mentale – ossia un futuro che non sia un semplice restyling del presente – non può avere luogo senza l’attivazione delle forze inconsce e il ricorso a miti umanizzanti ed emancipatori che ci assistano nell’immaginare futuri diversi e migliori, in cui si rispetti la dignità del prossimo nei fatti e non solo a parole e in cui le persone facciano il proprio dovere per ragioni diverse dall’avidità – per il senso di appagamento che si ricava dal fare qualcosa di utile o interessante, dal fare la propria parte.

I miti – quelli giusti, quelli buoni – servono perché, da almeno 30mila anni a questa parte, ci nutriamo di simboli, ci muoviamo in una ragnatela di simboli, siamo rivestiti di simboli fin da prima di nascere (es. Royal Baby) e cerchiamo di essere simbolici anche al momento del trapasso e nel ricordo che lasciamo di noi.

Come le api sono nate per fare il miele ed i castori per costruire dighe, gli esseri umani sono nati per trasmutare simbolicamente tutto ciò che li circonda, dalla carità spontanea del Buon Samaritano ai raduni di massa dei totalitarismi. Sono fatti per attingere al sublime, ma anche per cadere nella trappola dei miti politicizzati

La modernità iper-razionalista non ha saputo cambiarci: es. Miyazaki, Calvino, William Blake, Cloud Atlas, Matrix, Lost, Once upon a Time, Star Trek, Guerre Stellari, Harry Potter, Beowulf, Superman, il Signore degli Anelli, ecc.

Sono i simboli (archetipi) e i miti che ci permettono di uscire dal nostro ristretto universo linguistico-culturale e dalle nostre costrizioni biologiche, per capire gli altri, per investire di significato e concretezza i principi di libertà, uguaglianza, fraternità. Sono loro a unificare il genere umano.

Più persone si legano a un’idea, più quest’idea si fortifica. Le idee potenti si fanno mito. Le nostre vite sono plasmate dalle storie che ci raccontiamo su noi stessi.

“Italiani brava gente” e “trentini schivi, ma di buon cuore”: miti che ci sollecitano ad essere migliori di quello che siamo.

La storiografia serve anche a riflettere criticamente sulle narrazioni, a frenare il nostro impulso a rifugiarci, pavidi e smarriti, nelle storie altrui, in ideologie sintetiche e manipolative, in sistemi di credenze dottrinali, in miti deteriori.

Ci sono due tipi di mito.

Quelli che imprigionano, che cristallizzano le identità, fossilizzano le menti, inchiodano le coscienze a strutture rigide. Sono i miti della tradizione, della razza, della patria, della famiglia, della civiltà, del sangue, della terra. Io e Mauro Fattor li abbiamo attaccati in “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010).

Quelli che aiutano a maturare, che parlano simbolicamente di quelle grandi idee che toccano il cuore e la mente di quasi tutti, ci uniscono e ci fanno fare un salto di qualità.

L’Idea di Trentino è ancora un mito buono, o lo può tornare ad essere.

Il mito del Trentino e della sua autonomia ha preso forma a partire dalle presunte e reali virtù delle genti alpine, dall’idea che la democrazia è un patto sociale e non una tecnica di governo e dal contrasto con un modello di sviluppo delle pianure che non era e non è sostenibile.

È il precipitato di molte idee interconnesse di natura etica, sociale, ecologista e metafisica. Essere trentini – una miscela equilibrata di Mitteleuropa e latinità – è un modo diverso di stare al mondo, più lento, più profondo, più dolce, direbbe Alex Langer.

Comprende le nozioni di autonomia, comunità, duro lavoro, giustizia, rispetto, sobrietà, solidarietà, senso di responsabilità, coscienza dei limiti, ma anche globalizzazione, grazie ai legami coltivati con gli emigranti (fenomeno virtualmente inesistente in Alto Adige, per esempio).

Una morale austera, d’altri tempi, che condanna nepotismi, clientelismi, cortigianerie, avidità, conflitti di interesse, furbizie, malizie, ecc. Insomma, l’umanità come dovrebbe essere e come aspira ad essere, ma come non è quasi mai stata capace di essere, neppure in Trentino.

Sono assai pochi i trentini che si sono dimostrati all’altezza dell’anelata “trentinità”.

Eppure, questo non è un problema: trentini non si nasce, si diventa. E lo possono diventare tutti.  

Frye ci invita ad amare il Trentino che verrà (se sarà degno del nostro amore): il fiore che non è ancora sbocciato, il frutto non ancora maturo.

È il Trentino come Grande Idea, come Mito che guida le nostre azioni e le nostre politiche.
Ciò vale per qualunque altra comunità

Un po’ come l’idea di America che accoglie e offre opportunità per eccellere, l’idea di Francia post-rivoluzionaria modello di riscatto per gli altri popoli, o l’idea di un Giappone che sa coniugare oriente e occidente, tradizione e modernità.

Sono dei miti, dei miti che elevano milioni di persone, perché invocano “i migliori angeli della nostra indole” (cf. Lincoln). Sono dei miti buoni, dei miti costruttivi, dei miti che ci spingono a tralasciare gli interessi egoistici e gli appetiti personali e a prenderci cura del prossimo e del bene comune.

Spesso patiscono le sferzate del lato oscuro, dei miti degradanti (sciovinismo, imperialismo, xenofobia), ma si piegano senza spezzarsi e restano ancora lì ad ispirare.

L’autonomia trentina è stata, e può tornare a essere, una nuova ed originale espressione, nella forma di un esperimento socio-politico, di principi eterni che stanno tornando in auge con l’aggravarsi della crisi sistemica del nostro tempo. Principi perfettamente accessibili e condivisibili anche da parte dei trentini di origine straniera.

Se vogliamo uscire dal labirinto e realizzare un’autentica comunità responsabile e quindi una genuina democrazia partecipata, che oltrepassi le lealtà istintive di carattere familista e tribale, così prevalenti nelle fasi di crisi profonda e di incertezza esistenziale, questo filo mitologico va recuperato.

Occorre, perciò, rimitologizzare il Trentino, per generare quell’effervescenza creativa che ci farà arrivare dall’altra parte del guado, senza indulgere in fantasie etnocentriche e senza abbandonarsi alla retorica del fare senza una prospettiva di lungo termine, globale e morale.

Si tratta di riscoprire il profondo “significato mitico” della nostra “repubblica alpina”, riscoprire le grandi idee che hanno guidato i momenti più alti del nostro passato e che acquistano una dimensione sacra al cospetto della magnifica natura che ci circonda (non del nostro ego collettivo). Come l’accordo De Gasperi-Gruber, malvisto da alcuni, letto in chiave utilitaristica da altri, sprofondato nell’oblio tra i giovani, e che pure rappresenta un evento storico non solo per le popolazioni coinvolte, ma per la civiltà umana (per la volontà di pace e cooperazione, per l’innovativa e avveduta ingegneria istituzionale e sociale implicata).

Nuovi miti emergono comunque, lentamente, dalle esperienza di una comunità.

In questi anni il Trentino, come il vicino Alto Adige, si è costruito una reputazione internazionale di micro-potenza umanitaria. La migliore evoluzione di questo percorso sarebbe la trasformazione della regione Trentino-Alto Adige in una mini-potenza umanitaria sul modello ginevrino e nordico, una forza di pace, diplomazia, concordia, fratellanza, tra i popoli e tra l’umanità e la natura. Un mito al servizio del genere umano, come lo dovrebbero essere tutti i miti di questo millennio:

L’unico mito su cui vale la pena di ragionare nell’immediato futuro è un mito che parli del pianeta, non di una città o di un popolo, ma del pianeta e di tutti quelli che ci vivono… Avrà a che fare con la maturazione dell’individuo, dalla dipendenza fino all’età adulta, alla maturità e poi al trapasso; e poi il modo in cui ci relazioniamo con questa società e come essa si relaziona con la natura e il cosmo. Questo è ciò di cui hanno sempre parlato i miti ed è anche quello di cui dovrà parlare questo mito. La società al centro della sua narrazione sarà la società planetaria. Fino ad allora, non avremo niente in mano (Joseph Campbell, “The Power of Myth”, con Bill Moyers)

Questo è un futuro altamente desiderabile, un mito nobilitante, un progetto mobilitante.

Aggiornamenti

https://plus.google.com/+StefanoFaitFuturAbles/posts

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

Leave a Reply - Cosa ne pensa?

%d bloggers like this: