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La via del dialogo, per la salvezza dell’Ucraina e dell’Europa

La via del dialogo, per la salvezza dell’Ucraina e dell’Europa

Occorre proporre prima che sia troppo tardi la “finlandizzazione” dell’Ucraina, vale a dire la garanzia della sua indipendenza nei confronti di tutti in cambio della sua neutralità, come la scelta che fu fatta per la Finlandia nel 1945. Ciò permetterebbe di ricostruire quel rapporto di fiducia tra Russia ed Unione Europea che è più essenziale che mai.

Dominique de Villepin, « Naissance d’un nouvel ordre mondial », Paris Match 30 aprile 2014

Dobbiamo anche esplorare la possibilità di una soluzione negoziata con la Russia per quanto riguarda l’Ucraina. Si potrebbe ancora progettarla sull’esempio della relazione tra Russia e Finlandia, che non è un membro della NATO, ma è membro a pieno titolo dell’Unione Europea, anche se gode anche di rapporti normali con la Russia. Obama dovrebbe informare il presidente russo Vladimir Putin che gli Stati Uniti sono pronti a usare la loro influenza per assicurarsi che un’Ucraina veramente indipendente e territorialmente indivisa persegua con la Russia delle simili a quelle così efficacemente messe in pratica con la Finlandia: vicini che si rispettano reciprocamente, relazioni economiche di ampio respiro sia con la Russia sia con l’Unione Europea, senza alcuna partecipazione a qualsiasi alleanza militare vista da Mosca come ostile – intensificando nel contempo le relazioni europee. Il modello finlandese potrebbe essere l’esempio ideale per l’Ucraina, l’UE e la Russia.

Zbigniew Brzezinski, 2 maggio 2014

Troppo spesso la que­stione Ucraina viene vista come una resa dei conti, la scelta tra Est e Ovest. Ma se l’Ucraina vuole soprav­vi­vere e pro­spe­rare non deve diven­tare l’avamposto di una parte con­tro l’altra, ma fare da ponte tra le due. La Rus­sia deve ammet­tere che il ten­ta­tivo di costrin­gere l’Ucraina a diven­tare uno stato satel­lite, spo­stando nuo­va­mente i con­fini russi, con­dan­ne­rebbe Mosca a rivi­vere cicli fini a se stessi di pres­sioni reci­pro­che nei rap­porti con l’Europa e gli Usa. L’Occidente deve capire che per la Rus­sia l’Ucraina non potrà mai essere un Paese stra­niero. La sto­ria della Rus­sia ini­ziò nella cosid­detta Rus’ di Kiev (…) Per­sino dis­si­denti famosi come Alek­sandr Sol­z­he­ni­tsyn e Joseph Brod­sky dichia­ra­rono l’Ucraina parte inte­grante della sto­ria russa (…) La poli­tica dell’Ucraina dopo l’indipendenza dimo­stra chia­ra­mente che la radice dei pro­blemi sta nei ten­ta­tivi da parte dei poli­tici ucraini di imporre il pro­prio volere su con­tro­parti restie, a fazioni alterne.

Henry Kissinger, la Repubblica, 7 marzo 2014

Per salvare l’Ucraina, e schivare al contempo il ritorno dei blocchi (uno monolitico a ovest, uno dispoticamente monolitico a est) non rimane che il modello federale europeo. Le frontiere non si toccano, e le etnie sono tutelate ma non gli irredentismi. Puntare su un’Ucraina occidentalizzata o avamposto Nato (o forzatamente orientalizzata) significa spaccarla, spartirsela. Sia Russia che America tendono alla spartizione, fedeli ai loro «destini manifesti ». L’Europa no, e altra dovrebbe essere la sua via: la difesa dello stato di diritto e delle minoranze, ma in un’ottica cosmopolita, che rassicuri gli autoctoni e i tatari di Crimea e i russi che vivono in Ucraina.

Barbara Spinelli, La Repubblica, 12 marzo 2014

 

Le opposizioni democratiche filo-europeiste hanno forse già perso il controllo della protesta, che è ora in mano a bande paramilitari ultranazionaliste e razziste, di provenienza non esclusivamente ucraina. Le ragionevoli rivendicazioni di chi chiedeva meno corruzione e meno dipendenza dalla Russia sono passate in secondo piano. Gli estremisti (dei veri e propri fondamentalisti di fede etno-nazionalista – natsiokratiia) non si fermeranno finché non avranno ottenuto il “cambio di regime”, secondo una falsariga ormai consolidata. Questi agitatori, costantemente sul piede di guerra, spingono per un’escalation che finirà per screditare i leader dell’opposizione, già non particolarmente ammirati, che saranno percepiti come deboli, impotenti, incapaci di mettere ordine nel paese e garantire la stabilità. Perderanno ogni legittimità e credibilità come interlocutori e candidati a succedere Yanukovich.
Già il fatto che non siano riusciti ad organizzare uno straccio di sciopero nazionale in tutti questi mesi è prova del fatto che “il popolo” non è con loro e resta a guardare come si mettono le cose.

È un precedente molto pericoloso per l’Europa. Molti gruppi estremisti in altre parti d’Europa stanno apprendendo la lezione: ogni volta che il risultato elettorale non li soddisferà sapranno di poter usare la violenza per destabilizzare un governo eletto e chiedere di tornare alle urne.

Nel contempo, se Yanukovich non interverrà con decisione, spazientirà altre forze e gruppi di interesse che sognano la resa dei conti definitiva con quelli che considerano in blocco come dei neonazisti.

Per questo la situazione è realmente esplosiva: la polarizzazione dà spazio a chi non lo merita, alle personalità dispotiche, sociopatiche, manichee, a chi accetta di buon grado la parte di pedina sullo scacchiere geopolitico ed è disposto a sacrificare migliaia di innocenti per il proprio tornaconto.

Malauguratamente l’Occidente si sta comportando come se la Guerra Fredda fosse di nuovo in auge. L’ha fatto in Iraq, in Libia (violando le regole d’ingaggio ONU), in Siria (dove si è trovato dalla parte di Al Qaeda). In Ucraina denuncia un governo democraticamente eletto che affronta contestatori equipaggiati paramilitarmente, mentre in Egitto chiude entrambi gli occhi quando una giunta militare golpista fa uccidere centinaia di manifestanti disarmati (anche con i cecchini e i carri armati) e arresta giornalisti e politici critici nei confronti del regime.

Il colpevole ritardo con cui si sono mosse le cancellerie europee – che peraltro in varie occasioni sono sembrate più interessate ad aizzare la folla contro il governo che a svolgere responsabilmente un ruolo di mediatori in vista delle prossime elezioni – hanno di fatto indebolito quei settori della società ucraina che erano a favore del dialogo. Solo una soluzione politica può scongiurare un bagno di sangue, se è ancora possibile.

Molti commentatori occidentali non sembrano rendersi conto che si rischia di trasformare l’Ucraina in un’altra Bielorussia, oppure in una Jugoslavia, con l’inevitabile intervento armato russo in Crimea, a difesa delle sue basi, e in altre regioni dell’Ucraina, a tutela degli interessi nazionali e della minoranza russa. Senza un canale aperto con Mosca e la volontà di arrivare a un compromesso che non costringa l’Ucraina a dover scegliere tra Russia e Unione Europea in forma virtualmente esclusiva – una pretesa insensata –, la crisi può degenerare in un conflitto europeo e mondiale, a cento anni esatti dal primo, che sarebbe dovuto essere l’ultimo.

I compromessi sono sempre parzialmente insoddisfacenti, ma sono sempre meglio delle proposte di boicottare i giochi olimpici, o istituire dei corridoi umanitari, o fare pressioni sul governo affinché si dimetta, esternazioni che possono solo far deteriorare la situazione e farci perdere il controllo degli eventi.

Ogni volta che l’Occidente ha preteso un “cambio di regime” è seguita una catastrofe: Iraq, Libia, Siria.

Il ruolo dell’Unione Europea – svincolata dagli obiettivi della NATO, che schiaccerebbero l’Ucraina nel braccio di ferro tra Washington e Mosca –, dovrebbe essere quello di facilitare il confronto tra Russia e Stati Uniti e tra governo e opposizione (cf. Romano Prodi sul New York Times), non ultimo per evitare che la Russia si ponga sempre più sulla difensiva, con ulteriori irrigidimenti autoritari, sospettosa verso ogni apertura occidentale, proiettata verso l’Asia (Cina, India e, in prospettiva, Corea e Giappone) e non verso l’Europa. Questa sarebbe una sconfitta per l’intero pianeta, perché la Russia è un ponte naturale e storico tra Oriente e Occidente e quindi, assieme a un’Europa contemporaneamente più rispettosa delle autonomie e più unita nell’affrontare le sfide future, uno dei pilastri del futuro mondo multipolare.

Dunque, in conclusione, rivolgendomi a chi stabilisce la nostra politica estera, domando: perché buttare via i progressi fatti con la Siria sulle armi chimiche e con l’Iran sul programma nucleare, progressi che sarebbero stati impensabili senza lo spirito d’iniziativa e la tenacia degli interlocutori russi, in forza di un automatismo infantile che ci porta a demonizzare chiunque non sia d’accordo con noi su tutta la linea?

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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