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Geoingegneria: adamica o demonica?
Un razzo, una meteora, la Via Lattea

Geoingegneria: adamica o demonica?

Quella della geoingegneria è una questione estremamente affascinante.

A tutta prima sarei recisamente contrario. Come si può non essere perplessi all’idea di contaminare la natura per le nostre convenienze (es. solventi nel Golfo del Messico, aerosol nell’atmosfera e vulcani artificiali per combattere la Guerra al Clima, ecc.)? Chi sporcherebbe un motore per ottenere migliori prestazioni? La Terra ha davvero bisogno della nostra assistenza per poter svolgere soddisfacentemente le proprie mansioni planetarie? E poi l’eterna questione: a che titolo qualcuno si sente autorizzato ad assumere il ruolo di demiurgo e decidere le sorti del mondo intero, nella ingiustificata convinzione di saperne abbastanza da poter governare un sistema ultracomplesso e apparentemente caotico? E non è proprio questa pretesa hybristica che dovrebbe indurci a scartare una tale candidatura? Un tale potere nelle mani di ego ipertrofici?

Ciò nonostante se, come credo, in conseguenza del riscaldamento globale (qualunque sia la sua origine), il mondo è sull’orlo di una piccola o grande glaciazione (come sostengono molti astrofisici, diversamente dai climatologi che, salvo una lodevole e coraggiosa minoranza, passeranno alla storia come i nuovi frenologi), non avrebbe senso provare ad arginarla agendo sull’albedo – dissolvendo le nubi in eccesso, annerendo (ecologicamente) le superfici nevose, rinverdendo quelle desertiche?
Una glaciazione è una condanna a morte non solo per milioni di esseri umani ma per l’ecosfera di immense regioni del pianeta. Incomparabili patrimoni di cultura e di natura persi: Edimburgo, Mosca, Stoccolma, Amsterdam, Montreal, le coste del Mare del Nord, i fiordi, l’Islanda, i Grandi Laghi, ecc. tutto perso.
Dovremo restare a guardare mentre i ghiacci divorano tutto sul loro cammino? Non rimboschiamo forse lande desolate, non bonifichiamo paludi, non irrighiamo terre riarse, non imbrigliamo corsi d’acqua, non creiamo bacini lacustri, non tuteliamo il territorio dai rischi idrogeologici?

Non penso che la natura ci abbia inventati come nemici bensì, evolutivamente, forse non come un coronamento ma certamente come un salto di qualità – la coscienza autoriflessiva chiamata a co-creare (non a consumare parassitariamente e inquinare): assistenti di Gaia, se vogliamo.

Adamo il Giardiniere dovrebbe agire responsabilmente.

Mi torna utile una citazione: “Un buon giardiniere conosce e rispetta le potenzialità della natura. Non considera (a meno che non sia francese) alberi e cespugli come mera materia da plasmare a proprio piacimento. Non per questo, tuttavia, i suoi interventi sono del tutto disinteressati. Annaffia alcune piante, ne sradica altre. Pota gli alberi quando crescono troppo. Sparge il veleno per chiocciole e lumache. In breve: incanala le tendenze insite nella natura rifacendosi a un ideale umano di benessere e bellezza. Il suo rapporto con la natura non è né di rozza strumentalità né di spietato sacrificio. È un rapporto di armonia”
Robert e Edward Skidelsky,Quanto è abbastanza: di quanto denaro abbiamo davvero bisogno per essere felici? (Meno di quello che pensi)”, Milano: Mondadori, 2013.

E qui sorge il problema della geoingegneria. È “adamica” o è “demonica”?

La mia opinione, al momento (soggetta naturalmente a revisione), è che gli unici risultati che si potrebbero ottenere sarebbero a livello locale, perché l’effetto globale sarebbe completamente imprevedibile (la Terra è un sistema complesso).

I modelli matematici disponibili hanno dimostrato di essere largamente fallaci (es. demografia, crescita economica, produzione alimentare, picco del petrolio, riscaldamento dell’atmosfera, ecc.), il che ci fa intuire che ci sono moltissime zone d’ombra.

Come sosteneva lo sgradevolissimo Donald Rumsfeld: “There are things we know that we know. There are known unknowns. That is to say there are things that we now know we don’t know. But there are also unknown unknowns. There are things we do not know we don’t know”.

Dato che non si può controllare ciò che si è compreso solo parzialmente, la mia impressione è che chi si cimenta con la geoingegneria, al momento attuale, rischia di rendere ancora più variabile il meteo, acuendo gli estremi climatici, che sono già abbastanza irruenti.

La mia paura è che, per via del nostro intrinseco antropocentrismo, come gli apprendisti stregoni, sopravvalutiamo le nostre capacità e sottovalutiamo le forze naturali e le dinamiche omeostatiche (il nuovo equilibrio potrebbe essere disastroso per la nostra civiltà).

E poi, se dovessimo creare dei danni irreparabili, chi pagherà e chi vi porrà rimedio e come?

La mia posizione è contraddittoria. Da un lato credo che il migliore ruolo per l’umanità sia quello di far evolvere la vita su questo pianeta, dall’altro sospetto che, per il momento, rischiamo di arrecare più danni che benefici. Non abbiamo raggiunto una sufficiente maturità morale e intellettuale.
Tuttavia la minaccia glaciale ci costringerà a meditare e maturare repentinamente: il mondo cambia e non aspetta i nostri comodi. Il trauma ci farà crescere o ci schianterà.

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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