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Perché immaginare e anticipare il futuro?
Author: Tim Daniel, http://lapseoftheshutter.wordpress.com/ - licenza: CC by 2.0

Perché immaginare e anticipare il futuro?

Più veloce va l’automobile e più lontano devono illuminare i fari, per riconoscere gli ostacoli, i bivi, la direzione.

In un periodo di grandi e sempre più veloci cambiamenti, l’esplorazione di futuri possibili diventa sempre più importante, questa è la giustificazione della stessa rubrica “Facta e Futura“.

Eppure le decisioni, i progetti e i piani sono basati spesso su un “eterno presente”, ai diversi livelli e ambiti.

Quante volte sentiamo o riconosciamo atteggiamenti del tipo “faccio così perché oggi mi conviene così”. Soprattutto nell’economia è costante il riferimento al breve periodo (es. alla chiusura del bilancio annuale) per il quale le conseguenze nel medio e lungo periodo sono trattate come riflessi di una vaga intuizione quindi non considerate nei calcoli. Anche nel parlato quotidiano siamo immersi in un eterno presente, diciamo “domani faccio”, “fra un mese vado”, il tempo futuro del verbo è quasi scomparso nella pratica e se il linguaggio rispecchia il nostro modo di pensare, questa scomparsa è emblematica.

Pensare il futuro è un bisogno, che si fa sentire soprattutto nei periodi di grande cambiamenti.

Un esempio: in questi ultimi mesi in Portogallo, in cui un’intera generazione non sembra avere futuro, con quasi il 40% di disoccupazione giovanile e forte emigrazione, la parola futuro sta permeando innumerevoli iniziative, seminari e convegni. In Italia il tema del futuro è diffuso soprattutto nell’ambito delle grandi industrie (come previsione tecnologica, a cui sarà dedicato un prossimo articolo) e delle iniziative partecipative (es. Agenda 21) in cui si cerca di definire scenari di un futuro desiderabile (anche agli scenari sarà dedicato un prossimo articolo).

Pensare al futuro è una scelta, non solo una risposta a un bisogno, che dovrebbe essere frutto di una riflessione sulle nostre azioni e sulle loro conseguenze nel futuro.

Pensare al futuro è un modo di pensare, come congiunzione tra conoscenze del passato e presente, immaginazione e volontà.

Al futuro si può pensare in modo sistematico e rigoroso, con una storia di almeno 50 anni di studi e ricerche oggi si può distinguere una vera e propria disciplina: future studies (in italiano: studi sul futuro, o studi di previsione sociale). L’intento e il contributo di questi studi non consiste nella previsione di eventi specifici, piuttosto nell’indicare percorsi alternativi verso il futuro.

D’altra parte non è possibile una scienza sul futuro. De Jouvenel, uno dei fondatori degli studi sul futuro, distingue facta e futura: da una parte, i fatti di cui si occupa la scienza, rispetto ai quali si possono raccogliere dati e osservazioni, dall’altra tutto ciò che non è ancora successo, come i prodotti cognitivi (aspettative, idee) o potenzialità a partire da “disposizioni”, cioè quei fatti possibili anche se al momento non sono attuali: tale possibilità è intrinseca nella loro natura e contesto.

Pensando al futuro, la domanda più utile che possiamo porci non è quella di come meglio prevedere il futuro, ma quella di come prepararci a un mondo costantemente mutevole e come scegliere azioni in grado di condurci verso gli obiettivi che consideriamo maggiormente preferibili.

In Facta e Futura si parlerà di:

Futuro: Ottimisti e Pessimisti.

Resilienza: la nuova dimensione del “sostenibile”.

Il mondo non è lineare! Ma insistiamo a considerarlo tale.

Feedback: elementi per comprendere e gestire la complessità.

Sviluppo sostenibile come “parassitismo sostenibile”: andare oltre.

L’autore collabora con il professor Roberto Poli, titolare della cattedra Unesco sui Sistemi anticipanti all’Università di Trento. Il presente testo si è ispirato alla recente pubblicazione di Arnaldi e Poli “La previsione sociale”.

About Rocco Scolozzi

Ecologo, dottorato in ingegneria ambientale, specializzato in valutazione ambientale e sistemi di supporto alle decisioni

3 comments

  1. Il Novecento è stato il secolo delle ideologie e anche delle utopie. Si pensava ad un sol dell’avvenire che avrebbe riguardato le generazioni future e per le quali i contemporanei erano spinti ad operare al fine di creare un futuro migliore. Al di là delle ingenuità e/o aberrazioni che quelle impostazioni hanno comportato, è un fatto che le generazioni che ci hanno preceduto avevano chiaro il senso del futuro, almeno come obiettivo a cui tendere. Il crollo delle ideologie al quale è mancato un elemento sostitutivo che poggiasse su un solido terreno, fondamento di qualunque sicurezza, ha fatto perdere di vista l’idea di futuro. Galleggiamo in un eterno presente a partire da chi dovrebbe guidare scelte di carattere programmatico in campo strutturale, economico, politico; l’incapacità di proiezione di chi ci governa riesce a orientarsi soltanto nel periodo che intercorre tra una elezione e un’altra, senza una visione che guardi in prospettiva. Frutto di questo è anche un certo individualismo che non permette di pensare in termini di bene comune, collettività intesa come società transgenerazionale, Da qui scaturisce un’ulteriore perdita, la perdita della memoria, quindi del passato. Tutto ciò che è esistito a partire da qualche lustro fa viene spalmato in un magma indefinito e confuso di elementi dei quali si è perso il senso della distanza. L’esempio del video virale della trasmissione a quiz di Raiuno di qualche tempo fa ne è un esempio emblematico.

  2. Roberto, concordo su tutta la linea e credo che in Italia sia peggiore la situazione, più miope la prospettiva, più diffusa la visione corta. Penso a questo ricordando una breve chiacchierata con un dottorando incontrato in un convegno, anni fa: la sua ricerca (economista) era sui vantaggi che la Germania avrebbe avuto ad essere prima nel mercato dei pannelli fotovoltaici, mi illuminò. Mi sono sentito “pronviciale”, nel senso di proveniente da una remota provincia lontana da un mondo in cui è normale basare le scelte (decisioni politiche) su studi di futuro e scenari rigorosamente definiti, anziché in base alla direzione di maggiore pressione di un magmatico presente (cronaca partitica o breve tornaconto elettorale).
    Poi il fatto che gli scenari si siano rivelati giusti o meno (vedi crisi dei produttori fotovoltaici) è secondario: gli scenari si adattano facilmente e (volendo) anche le strategie basate su questi,
    le strategie a pancia, quelle di corte vedute, al massimo rincorrono gli eventi, cercando cerotti per i danni da eventi calamitosi che “capitano, sfortunatamente”.

    • beh, però mi auguro che noialtri sapremo far meglio dei tedeschi. La loro debacle è stata epica, dovuta a una serie di cattive valutazioni/stime dell’efficienza della loro rete, della domanda, dell’impatto della chiusura delle centrali atomiche, intensità prevista dell’irraggiamento solare, concorrenza cinese, effetti della crisi, ecc. Hanno sbagliato quasi tutto quel che poteva essere sbagliato e c’è da chiedersi se anche nel loro caso l’opportunismo e la ricerca del consenso non abbiano prevalso sul buon senso e la ragionevolezza. E’ che noi siamo cinici e pensiamo sempre male dei nostri politici (e spesso ci becchiamo). Loro invece tendono a fidarsi e a porsi meno domande: la storia insegna che in certi casi può essere catastrofico.

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