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È possibile porre fine alle crisi finanziarie una volta per tutte?
John Maynard Keynes (al centro) con M.S. Stepanov (URSS) e Vladimir Rybar (Jugoslavia) alla conferenza di Bretton Woods nel luglio 1944. Foto: AP Photo

È possibile porre fine alle crisi finanziarie una volta per tutte?

Un coro di culture…una pluralità di tutti i popoli del mondo…riuniti in un’unica economia [globale] in modo tale che nessuno possa controllare, ricattare gli altri o combattere per impadronirsene…un’economia che dipenda dalla capacità di ogni popolo di identificare…il suo specifico contributo al benessere dell’umanità. Più di tutto, l’enorme diversità dei popoli del mondo agirà, come nel caso delle diversità individuali, come una sorta di perenne differenziale che è o comunque sarà alla base della vita economica. Con un’immagine poetica, la controparte di una singola economia globale sarà un coro di culture, ciascuna in grado di cantare la sua nota ma anche di incorporare i toni di tutte le altre.

C. Houghton Budd, “Finance at the Threshold: Rethinking the real and financial economies”, 2011

Il sistema economico-finanziario attuale – fondato sull’egemonia del dollaro e sulle massicce importazioni e colossale indebitamento degli Stati Uniti – è sottoposto ad accanimento terapeutico; la cosa migliore per tutti sarebbe staccare la spina.

È sempre stato insostenibile ed ora è anche tossico e pericoloso per la civiltà umana nel suo complesso, a causa della proliferazione di bolle debitorie-speculative e dei rischi di conflitti regionali e globali che questa dinamica può scatenare.

La gran parte dei problemi del mondo deriva dagli squilibri nella gestione del credito; hanno prodotto un’umanità stratificata e, di fatto, castale, globalmente e localmente, nonché una zavorra di debito che, nei prossimi anni, supererà abbondantemente i 200mila miliardi di dollari.

La riforma del sistema di credito non sarà mai realizzata da chi si trova in una posizione di rendita – una minuscola minoranza di decisori occidentali – e difende un ordine in cui i maggiori generatori di instabilità sono sempre troppo grandi per essere abbandonati al loro destino e devono essere immancabilmente salvati con i soldi dei contribuenti.

Non sorprende quindi che siano le altre nazioni del mondo a prendere l’iniziativa, sfidando un’ortodossia costruita a tavolino per conferire una serie di privilegi al Vecchio Mondo (America ed Europa) e rallentare l’ascesa del resto del mondo, il Nuovo Mondo.

La stabilità finanziaria è nell’interesse generale: degli investitori, dei lavoratori, dei pensionati, delle nuove generazioni. Per questo la finanza, la circolazione delle risorse, è un bene comune, appartiene a tutti gli abitanti del pianeta.

Ma chi potrebbe garantire un nuovo assetto più equanime e più attento allo sviluppo di quelle nazioni, popoli e classi che sono rimaste in subordine specialmente a partire dagli anni Settanta?

Occorre un Consiglio di Sicurezza Economica delle Nazioni Unite e le stesse Nazioni Unite devono subire un radicale processo di riforma che le restituisca alle loro funzioni originarie, a garanzia di multilateralismo, arbitrati il più possibile imparziali, pace e prosperità, regole universalmente condivise e rispettate, perché non c’è libertà senza responsabilità, tutela dei beni comuni che non possono essere lasciati alla mercé delle forze di mercato.

Questo vuol anche dire che il dollaro dovrà cessare di essere la valuta di riserva mondiale, pilastro dell’egemonia planetaria di una nazione che non ha alcuna ragione di esistere nel terzo millennio. Sappiamo che l’unica area valutaria ottimale è il mondo nel suo complesso. Servirà perciò una valuta comune che non abolisca le altre valute ma, come il Bancor immaginato da J.M. Keynes, funga da moneta paniere mondiale.

Questo nuovo strumento finanziario sarà più rappresentativo della multilateralità degli interessi mondiali, renderà possibile la riscossione di imposte internazionali sulle attività inquinanti transfrontaliere e sullo sfruttamento di risorse comuni globali come la pesca oceanica, le piste aeroportuali, lo spazio.

Gli introiti potrebbero essere impiegati per coprire i costi delle Nazioni Unite o, meglio ancora, finanziare un reddito di cittadinanza globale.

L’importante è che non divenga mai un’arma controllata da una fazione. Dovrà servire gli interessi di tutti gli esseri umani del mondo, il che include anche la tutela ambientale, possibile solo in un pianeta che avrà abolito la miseria.

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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