Home » ArcaNova - migliori prassi sociali e politiche » Uniti nella diversità, ma per fare cosa?
Uniti nella diversità, ma per fare cosa?
Sankt Wolfgang im Salzkammergut by weisserstier - Creative commons licensed on flickr

Uniti nella diversità, ma per fare cosa?

La grave crisi contemporanea può rivelarsi un’opportunità se non cederemo alla tentazione della paura e della chiusura. In un mondo globalizzato non c’è rifugio o possibile isolamento. Neppure le montagne ci possono proteggere dai rapaci della finanza, dalle tempeste valutarie, dal cambiamento climatico, dalle conseguenze dei conflitti internazionali, dalle migrazioni di massa…dalla storia. Il nostro futuro dipende dalla nostra capacità di vivere assieme e crescere insieme – tutti per uno, uno per tutti –, senza lasciarci sedurre dalle sirene dell’ideologia del declino, della contrazione, dell’involuzione, dell’atrofia, della nostalgia.

Il radicalismo separatista, localista, autarchico, tracotante è il prodotto di un incontro non riuscito tra due o più mondi. Si nutre di ingiustizia e di ignoranza, di identità ferite, dell’ansia e dei timori di chi non riesce più a trovare il suo posto e si sente rifiutato, superato, occupato, in via di estinzione.

Viviamo in un’era di pericolosi squilibri e di nuove servitù. Instabilità ed incertezze, fomentano la paura, ci rendono l’ombra di quello che potremmo essere, estranei gli uni agli altri. Comparse, mai protagonisti del cambiamento.

Non “l’unione fa la forza”, ma gli uni contro gli altri armati: giovani contro anziani, disoccupati contro occupati, cittadini contro casta, autoctoni contro immigrati, città contro periferia, capoluogo contro valli, privato contro pubblico, precariato contro indeterminato, lavoratori contro pensionati, cristiani contro musulmani, altoatesini contro sudtirolesi. Una perversa balcanizzazione della psiche e del territorio. Una frammentazione che ci indebolisce, che ci rende facili prede.

Le sfide globali non si affrontano però con la forza, bensì con i compromessi, con la rinuncia a un po’ della nostra sovranità per poterne ottenere dell’altra, condivisa con altri, come nell’Unione Europea. Siamo tutti sulla stessa barca e nessuno può cavarsela da solo.

Esiste un’universalità dell’esperienza umana – le nostre paure, sofferenze, gioie e aspirazioni –, che trascende le culture: è ciò che ha reso possibile la compilazione della dichiarazione universale dei diritti umani.

È l’armonia di un coro polifonico; non uno stampo in cui fondere tutte le identità sotto un governo mondiale quasi inevitabilmente dispotico, bensì un mosaico federato di culture e nazioni che cooperano per il bene comune: localmente e globalmente.

Non è forse questa la principale vocazione delle popolazioni alpine?

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

Leave a Reply - Cosa ne pensa?

%d bloggers like this: