Oltre i miti etnici
Associazione culturale Yomoyamabanashi – 4 ciacere 四方山話 - Trento

Oltre i miti etnici

Con il passare del tempo si è fatta strada nella storia umana la curiosa credenza nell’esistenza di un sommo bene che non contiene in sé neppure una particella di male e di un male categorico, corpo estraneo nella creazione. Da lì nasce la logica del “o con noi, o contro di noi”, negazione dello spirito democratico.

Questa visione del mondo non esisteva in Grecia, né tra gli irochesi, è sconosciuta a tibetani e aborigeni australiani, a bantù e Quechua andini. Il simbolo del tao esemplifica la credenza nella commistione di bene e male nella vicenda umana e cosmica.

Quest’anomalia ha avuto successo, perché è un potente fattore di coesione sociale. Demonizzare gli avversari serve a tenere Dio dalla nostra parte: chi ci si oppone va esorcizzato, è disordine in un universo ordinato.

Ebrei e rom/sinti distinguono terminologicamente se stessi dagli altri. I rom usano la parola Gadje/gagi per indicare ciò che non è “gitano” e quindi è inferiore. È un vocabolo che assomiglia semanticamente e foneticamente al termine giapponese gaijin, per “straniero” (con connotazioni spesso razziste) e all’ebraico goyim (“gentile”, cioè non ebreo).

Nella nostra regione ci sono i Welsch e i crucchi.

Ci si ostracizza, ci si divide, ci si discrimina. Si erigono barriere che ci impediscono di dialogare, di prestare ascolto alle ragioni altrui. Ciò ostacola la maturazione delle persone, occulta a noi stessi i nostri (e della nostra comunità di riferimento) punti di forza e punti deboli, i difetti che preferiamo non vedere. Li proiettiamo sul capro espiatorio di turno, per sentirci meglio con noi stessi, per sentirci nel giusto.

Accade anche a livello collettivo, con nazioni e gruppi che si danno una bella pacca sulla propria spalla ed incolpano qualcun altro.

Il capro espiatorio, intanto, si sente inferiore, respinto, colpevole e può reagire rabbiosamente, peggiorando la sua situazione, involontariamente, rafforzando le convinzioni dei suoi persecutori e precipitando in un circolo vizioso in cui ogni profezia al suo riguardo si avvera.

Male non è essere diversi, male è dividere e seminare zizzania, laddove il pluralismo democratico salvaguarda le istanze legittime, quelle non dettate da capricci, superbie ed egoismi. Il “diavolo” è colui che divide (dal greco diaballein). Male è anche restare a guardare mentre gli uni sono messi contro gli altri (divide et impera).

I separatori risvegliano in noi l’idra dei nostri peggiori istinti. È una bestia che va decapitata e abbattuta. Ogni volta.

About stefano fait

Social forecaster/horizon scanner, entrepreneur, Arts and Culture reporter for "Trentino" & "Alto Adige", social media & community manager, professional translator, editor-in-chief of futurables.com, peer reviewer and contributor for Routledge, Palgrave Macmillan, University of British Columbia Press, IGI Global, Infobase Publishing, M.E. Sharpe, Congressional Quarterly Press, Greenwood Press. Laurea in Political Science – University of Bologna (2000). Ph.D. in Social Anthropology – University of St. Andrews (2004). Co-author of “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso” (2010)

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